Non sarà il Natale di Babbo Natale, non sarà il Natale dei cinepanettoni, sarà il Natale del secondo round della “Battle of Los Angeles”.

Negli ultimi anni gli LA Clippers sono stati la faccia vincente di Los Angeles: Doc Rivers, Chris Paul, Blake Griffin e tante serie di playoff giocate mentre i Los Angeles Lakers guardavano le pick arrivare e i giovani non esplodere. Neppure la firma di LeBron James aveva ridato convinzione al popolo lacustre che è rimasto freddino alla prima stagione del Re, un’annata purtroppo finita maluccio, come tutti sappiamo.

L’inizio della stagione in corso è stato invece incredibilmente positivo, ma credo che molti tifosi come me abbiano affrontato la prima partita contro i Clippers, contro il nostro desiderio Kawhi Leonard, con quella speranza di vincere, anche fosse per fortuna, per sentirsi di nuovo competitivi.

Non è andata cosi.

Vi dico la verità, in quel momento mi sono passate nella testa le stagioni passate di Howard, Avery Bradley o Rajon Rondo. Mi chiedevo cosa fosse passato per la testa di Pelinka quando ha deciso firmare questi “falliti” e peggio ancora, come avesse potuto mettere Frank Vogel sulla nostra panchina.

Eppure oggi mi trovo a dover fare una profonda ammissione di colpa.

What goes around comes around

Il primo blocco di scuse va a Rob Pelinka, che sia chiaro, credo ancora non sia un GM e che sia ancora anni luce dal poter avere l’influenza su una franchigia che hanno dato in passato personaggi come Buford e Ujiri.
Ma quest’estate l’ex agente di Kobe Bryant ha fatto le scelte giuste.

Sarebbe facile dire che la trade per Anthony Davis sia stata la sua mossa più importante ma in un certo senso, quella strada era già tracciata e le possibilità di sbagliare tradando per un mostro come AD sono veramente basse, qualunque cosa si dia in cambio.

A mio modo di vedere, dopo aver portato a casa AD e aver perso Kawhi, Rob ha tracciato un profilo preciso, non esclusivamente tecnico, di cosa serviva. Le limitazioni in termini di costi ovviamente hanno reso certe firme quasi obbligatorie ma il filo comune delle acquisizioni estive che non sono Davis e Danny Green può essere riassunto con una precisa espressione americana Chip on the shoulder.

I hate Dwight Howard

Nonostante il titolo abbastanza eloquente, devo anche qui devo porgere le mie scuse: Dwight Howard si sta dimostrando per i Lakers un’aggiunta tanto attesa quanto fondamentale.

Nella prima avventura avevamo apprezzato un bambino viziato incapace di massimizzare il proprio potenziale e di comprendere i propri limiti. Da lì Houston, Atlanta, Charlotte, Washington, tutte avventure finite malissimo. Finalmente Howard ha capito che l’attitudine avuta negli ultimi anni è stata sbagliata, che il suo ruolo doveva cambiare. Lui, un tre volte consecutive Defensive Player of the Year, doveva diventare un’arma al servizio del collettivo ed in questa nuova veste sta giocando un inizio di stagione che ha sorpreso chiunque.

DH sta mettendo su numeri importanti come il 18% dei rimbalzi disponibili catturati quando è in campo ed un Defensive Rating di 100, ma Dwight è un fattore che va oltre le statistiche per i Lakers che lo tengono spesso in campo in chiusura dei match per la presenza a rimbalzo offensivo e le buone prestazioni in aiuto.

La speranza è che migliori ancora e che duri, perché la paura che i vecchi demoni tornino a farsi sentire è presente in ogni tifoso Lakers.

Il ritorno di Poison Bradley

Avery Bradley è la seconda firma di Pelinka che mi ha sorpreso per rendimento, almeno fino all’infortunio che lo ha tenuto lontano dal campo per quasi un mese facendolo scivolare nella 2nd unit.

La sua presenza in campo aumenta l’aggressività e fa da lubrificante al dispositivo difensivo di Vogel indirizzando spesso l’esterno più forte palla in mano a passarla o ad andare a schiantarsi contro l’aiuto al centro della restricted area.

In attacco le note sono meno liete, ma il gioco a due con DH è stata un’arma efficace per la nostra 2nd unit, maluccio invece al tiro da 3PT (28%).


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