In copertina: Kobe Bryant #24 of the Los Angeles Lakers poses for a portrait with his family (L-R) wife Vanessa, daughters Natalia and Gianna at the 2007-08 NBA Most Valuable Player Award press conference presented by Kia Motors at the Sheraton Gateway Hotel May 6, 2008 in Los Angeles, California. (Andrew D. Bernstein, NBAE via Getty Images)

I Los Angeles Lakers del three-peat – nonostante il rendimento di Kobe Bryant crescesse partita dopo partita, stagione dopo stagione – furono griffati dalla debordante presenza del miglior Shaquille O’Neal.

Nel quinquennio sotto la guida di coach Phil Jackson, Shaq fu nominato MVP della Regular Season nel 2000 oltre che in tutte le NBA Finals vinte. Solo nelle ultime due stagioni il Black Mamba riusci ad uscire dall’ombra del compagno, superandolo nelle votazioni per il Most Valuable Player Awards (terzo dietro Duncan, quinto dietro Garnett).

Nell’estate del 2004, con la conclusione dell’era Kobe & Shaq, il prodotto della Lower Merion High School era pronto a candidarsi al ruolo di miglior giocatore della Lega.

Una lunga rincorsa

Nel triennio successivo, complice la mediocrità del roster gialloviola e una maturazione non ancora completa, Bryant mise numeri incredibili. Nella stagione 2005/06 – quella del ritorno del Coach Zen – ebbe l’irreale media di 35.4 a partita, ma le sole 45 vittorie conquistate dai lacustri lo fecero scivolare dietro Steve Nash.

Ad eccezione di Kareem Abdul-Jabbar (40 vittorie con i Lakers nel 1975/76), nella storia della Lega la squadra dell’atleta nominato MVP ha vinto sempre almeno 46 partite. L’anno successivo Kobe continuò a mettere a ferro e fuoco le retine avversarie, ma i californiani vinsero tre partite in meno, troppo poche per insidiare Dirk Nowitzki.

Kobe Bryant #24 of the Los Angeles Lakers looks during a free throw in the final minutes against the Denver Nuggets at Staples Center April 3, 2007 in Los Angeles, California.
Kobe Bryant (Lisa Blumenfeld, Getty Images)

Sull’orlo del precipizio

La frustrazione per i mancati riconoscimenti individuali e la doppia eliminazione al primo turno contro Phoenix, incrinarono i rapporti tra Bryant e la franchigia californiana. Kobe prima chiese il ritorno di Jerry West, poi di essere scambiato.

Si, voglio essere ceduto. Per quanto sia difficile giungere a questa conclusione, non ci sono alternative. Capisci?

Kobe Bryant, 1050 ESPN Radio con Stephen A. Smith

Qualche settimana dopo, comparve un video amatoriale nel quale Kobe criticava la mancata cessione di Bynum per Jason Kidd nel Febbraio precedente. Con le spalle al muro, il Dr. Jerry Buss imbastì una trade con i Detroit Pistons per Richard Hamilton, Tayshaun Prince e scelte. A porre il veto fu il diretto interessato, come da lui confermato nel 2015.

Ho stilato una lista di squadre di mio gradimento, Detroit non era una di quelle. Chicago era la mia scelta numero uno.

Kobe Bryant, The Grantland Basketball Hour con Bill Simmons.

Il front office lacustre raggiunse un accordo di massima anche con i Dallas Mavericks, salvo poi fare marcia indietro. Come raccontato da Mark Heisler, Buss lavorò ai fianchi tutta l’estate per convincere Bryant a restare a Los Angeles.

Ascoltami bene. La questione è che non posso scambiarti, non posso svalutare la squadra in questo modo e se te ne vai, finirai in un posto peggiore di questo.

Jerry Buss

Per Roland Lazenby i colloqui con l’owner – che fece leva sul desiderio del suo pupillo di restare un Laker a vita – e con il mentore Tex Winter, insieme al positivo approccio con Team USA impegnato nel 2007 FIBA Americas, segnarono un punto di svolta nella carriera della superstar gialloviola

Los Angeles Lakers star Kobe Braynt and Lakers owner Dr. Jerry Buss. Los Angeles Lakers owner Dr. Jerry Buss gets a star on the Hollywood Walk of Fame. Hollywood and Highland, Hollywood, CA.
Kobe Bryant and Dr. Jerry Buss (Kevin Reece, WireImage)

Race for the MVP

In estate i Lakers riportarono in California un vecchio amico di Bryant: Derek Fisher, mentre un motivato Andrew Bynum ebbe subito un buon impatto. Kobe esordì realizzando 45 punti contro Houston, contro Utah piazzò una stoppata clamorosa nel finale al malcapitato Kirilenko a dimostrazione di una ritrovata voglia di applicarsi anche in difesa.

Dopo un difficile inizio di stagione (9-8 l’avvio), la squadra iniziò a carburare. Il 20 Novembre arrivo via trade Trevor Ariza, che contribuì fin da subito. I gialloviola vinsero 17 delle 20 partite successive, trascinati da un Kobe meno accentratore: per lui, nelle venti gare in questione, solo 27.6 punti a partita con un Net Rating di +15.1 e lo Usage in picchiata rispetto agli anni precedenti.

A trasformare in incubo il sogno lacustre furono gli infortuni: il 13 Gennaio un infortunio al ginocchio sinistro pose fine all’ottima stagione di Bynum (13.1 punti con il 63.6% dal campo, 10.2 rimbalzi e 11.4 di Net Rating). Il 20 Gennaio toccò ad Ariza (7.4 punti con il 38.5% da tre e 3.9 rimbalzi), che si ruppe il piede destro, rimanendo ai box fino ai Playoff.

Kobe Bryant #24, Trevor Ariza #3 and Derek Fisher #2 of the Los Angeles Lakers huddle on the field during the game against the Utah Jazz at Staples Center on December 28, 2007 in Los Angeles, California.
Kobe Bryant, Trevor Ariza and Derek Fisher (Noah Graham, NBAE via Getty Images)

The Kobe and Pau connection

Per due settimane Bryant tornò a vestire i panni della scoring machine segnando 32.5 punti di media in dieci partite, compreso il game winner contro Seattle. Tuttavia, i risultati di squadra (2-5 senza Trevor e Drew) tornarono sui livelli delle stagioni precedenti.

L’affanno lacustre terminò il 1 Febbraio, quando il GM Mitch Kupchak completò la più importante operazione della sua carriera: l’arrivo di Pau Gasol. Il catalano arrivò in cambio di Kwame Brown, del pistolero Crittenton, McKie, i diritti sul fratello Marc e due prime scelte.

Devo togliermi il cappello di fronte all’operato di Jerry e Mitch. Credo sia un’acquisizione importante per la nostra squadra, un grande passo. Adesso tocca a noi lavorare duro.

Ho visto giocare Pau all’All-Star Game: è versatile e intelligente. Può passare, tirare o concludere vicino al ferro, ha talento.

Kobe Bryant

L’effetto Gasol fu immediato: i Lakers ricominciarono a correre (15-2 con 9 successi in trasferta) grazie all’immediata intesa tra Kobe & Pau e l’ottimo Lamar Odom. A Febbraio, Bryant segnò 41 punti nel successo in casa dei Suns di Nash e O’Neal, riportando i gialloviola in testa alla Pacific Division.

Marzo iniziò con un altro statement game del Black Mamba, che realizzò 52 punti con 11 rimbalzi contro i Mavericks dell’MVP in carica. Ventiduesima gara in carriera con almeno 50 punti, di cui 30 messi a segno tra ultimo quarto e overtime. Due settimane dopo, nuova sfida a campi invertiti. I californiani sono privi di Gasol e senza il catalano hanno perso le due gare precedenti. Kobe parte forte, segna 20 punti nel primo tempo e trascina i compagni sul +25. Un colpo all’anca lascia temere il peggio, il numero 24 fatica e Dallas rientra. Ma il Mamba non è più solo, Vladimir Radmanović (21+10) e Odom (17+17) respingono i texani.

Lamar Odom #7 and Kobe Bryant #24 of the Los Angeles Lakers talk on the bench during the game against the Miami Heat at Staples Center on February 28, 2008 in Los Angeles, California. The Lakers won 106-88
Lamar Odom and Kobe Bryant (Andrew D. Bernstein, NBAE via Getty Images)

Il ritorno ai vertici

Con il lungo catalano fuori per nove partite, Bryant chiude il mese di Marzo sui livelli delle stagioni precedenti (31.5 punti a partita) e con un record di 9 vinte e 6 perse che porta il totale stagionale a 50-24. Kobe dimostra di fidarsi dei compagni, contro Golden State, Memphis (53 punti con 9 triple e 10 rimbalzi per KB) e Washington lascia a Sasha Vujačić, Walton e Odom tiri importanti nel crunch-time.

Ad Aprile, con il rientro di Gasol, i Lakers provano a dare l’assalto ad un obiettivo da nessuno pronosticato a inizio stagione: il primo posto nella Western Conference. Il calendario non è semplice, ma i Lakers conquistano otto successi nelle nove gare in programma. Con la vittoria casalinga contro gli Hornets (29+10+8 per Bryant) i gialloviola agganciano Chris Paul e compagni in testa all’Ovest, per chiudere la stagione con una vittoria in più di New Orleans.

57-25 il record finale, una sola vittoria in meno dell’edizione lacustre che completò il threepeat nel 2002. Per Kobe – sceso in campo in tutte e 82 le gare – 28.3 punti (45.9% dal campo, 36.1% dall’arco, 84% dalla lunetta), 6.3 rimbalzi, 5.4 assist e 1.8 recuperi con +8.9 di Net Rating e 50.3% di eFG%.

Negli anni passati aveva un approccio diverso con i compagni, all’opposto di quello di quest’anno. Cerca il dialogo anziché attaccare a muso duro.

È molto più paziente, si sta divertendo di più.

Luke Walton
Kobe Bryant #24 of the Los Angeles Lakers high-fives teammate Pau Gasol #16, while teammate Luke Walton #4 looks on during their game against the Miami Heat at Staples Center February 28, 2008 in Los Angeles, California.
Kobe Bryant, Pau Gasol and Luke Walton (Andrew D. Bernstein, NBAE via Getty Images)

6 Maggio 2008, Kobe è l’MVP

Nel corso di una stagione, la metamorfosi dal villain nel miglior giocatore della Lega fu completata. Alla dodicesima stagione nella NBA, Bryant conquista il Maurice Podoloff Trophy e diventa, anche per gli almanacchi, il Most Valuable Player davanti a Paul, Garnett, James e Howard.

Nessuno ha mai meritato questo trofeo come Kobe. Nessuno ha mai lavorato così duramente per raggiungere questi risultati.

Phil Jackson
Kobe Bryant #24 and head coach Phil Jackson of the Los Angeles Lakers during the 2007-08 NBA Most Valuable Player Award press conference presented by Kia Motors at the Sheraton Gateway Hotel on April 29, 2008 in Los Angeles California.
Kobe Bryant and Phil Jackson (Noah Graham, NBAE via Getty Images)

Da tempo dico che Kobe Bryant è il miglior giocatore della Lega. È stato il miglior giocatore della Lega negli ultimi cinque o sei anni.

Sono felice abbia vinto, ha guidato la sua squadra per tutta la stagione.

LeBron James

Kobe diventa il quarto MVP della franchigia lacustre dopo Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson e Shaquille O’Neal.

Siamo ad Hollywood, sembra la trama di un film. Il finale perfetto sarebbe conquistare il titolo.

Non avrei mai vinto questo trofeo da solo. Non ringrazierò mai abbastanza i miei compagni di squadra. Sono i miei ragazzi, i miei fratelli. Siamo pronti per la prossima sfida.

Kobe Bryant
NBA Commissioner David Stern presents the MVP Trophy to Kobe Bryant #24 of the Los Angeles Lakers before Game Two of the Western Conference Semifinals against the Utah Jazz during the 2008 NBA Playoffs on May 7, 2008 at Staples Center in Los Angeles, California. The Lakers won 120-110.
David Stern and Kobe Bryant (Andrew D. Bernstein, NBAE via Getty Images)

Un finale amaro

Al primo turno dei Playoff, Bryant (33.5 punti con il 50% al tiro, 5.3 rimbalzi e 6.3 assist) spazzò via i Nuggets (4-0). Alle WCSF, se possibile, alzo ulteriormente il livello (33.2 punti, 7.0 rimbalzi e 7.2 assist) contro i Jazz (4-2). Nell’atto finale della Western Conference, Kobe (29.2 punti, 5.6 rimbalzi e 3.8 assist) spodestò gli Spurs (4-1) campioni in carica. Da ricordare il finale di Gara 1, quando Bryant siglò 6 punti negli ultimi due minuti compreso il jumper decisivo a 23.9″ dalla sirena.

Il sogno del Black Mamba era ad un passo dal realizzarsi, ultimo ostacolo i Boston Celtics di Garnett, Pierce e Allen. Nonostante un record stagionale ben al disotto degli avversari (66W per i verdi), alcuni avventati opinionisti incoronarono i Lakers come favoriti, forte di un cammino più agevole (12-3 vs 12-8) nella off-season. Purtroppo la realtà era ben diversa, i Big Three di Doc Rivers espugnarono lo STAPLES Center in Gara 4 per poi chiudere i sei partite.

Le Finals evidenziarono come la mutazione di Bryant (25.7 punti con il 40.5% dal tiro, 4.7 rimbalzi e 5 assist) non fosse ancora completa. Dal blowout di Gara 6 trasse carburante per alimentare il suo fuoco interiore, con il Redeem Team alle Olimpiadi di Pechino del 2008 completò la sua maturazione sul campo e nel rapporto con i compagni.

Kobe Bryant #24 of the Los Angeles Lakers chews on his jersey in Game Six of the 2008 NBA Finals against the Boston Celtics on June 17, 2008 at TD Banknorth Garden in Boston, Massachusetts.
Kobe Bryant (Jim Rogash, Getty Images)

Il sapore agrodolce della stagione 2007/08 non aveva placato la fame del Mamba, che in silenzio si preparava per colpire ancora, sempre più letale.


Mamba Moments


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