L’ultima partita di Kobe Bryant rappresenta una delle serate più incredibili della storia della NBA. Abbiamo deciso di riviverla passo dopo passo raccontando le parole, le immagini e le emozioni che hanno caratterizzato l’addio al basket del Black Mamba.

Celebrare l’eccellenza

Siamo qui per celebrare la grandezza, siamo qui per celebrare l’eccellenza durata 20 anni.

Magic Johnson

Con queste parole Magic Johnson ha aperto la notte dell’ultima partita di Kobe Bryant. Quel giorno la squadra gialloviola, reduce dalla sua peggiore stagione di sempre, affrontava gli Utah Jazz, fuori da pochissime ore dalla lotta per i playoff.

Si tratterebbe, dunque, del classico ultimo match di regular season tra due compagini che non hanno più nulla da chiedere. Ma il contesto, in questo caso, è solo un orpello fastidioso di fronte alla grandezza dell’evento. Dire addio alla carriera di Kobe Bryant, infatti, significa salutare 20 anni di pallacanestro NBA e ricordare vittorie, dolori, imprese, discussioni interminabili con gli amici, momenti iconici che hanno segnato un’epoca sportiva.

Non a caso quella sera allo Staples Center ci sono oltre 500 giornalisti accreditati e decine di personaggi famosi. David Beckham, Shaquille O’Neal, Jay-Z, Snoop Dogg, Jack Nicholson sono tutti lì per celebrare Kobe, consapevoli che Bryant avrebbe regalato loro un’altra di quelle sere.

Kobe: l’icona universale

L’attenzione mediatica globale riservata a questo evento rappresenta forse il livello conclusivo dell’evoluzione avuta da Kobe, non tanto come giocatore, ma come icona sportiva. Una trasformazione iniziata con ogni probabilità durante i Giochi Olimpici del 2008, quando guidò Team Usa all’oro interpretando al meglio il ruolo di leader disposto a sacrificare parte del suo gioco (e dei suoi tiri) per un obiettivo più grande.

Ho realizzato che l’obiettivo che mi ero prefissato, ovvero di diventare il più grande di sempre, era un obiettivo volatile.

Ho capito che la cosa più importante nella vita è come la tua carriera riesca ad influenzare chi ti sta attorno e ad ispirare la prossima generazione di giocatori.

Questo è ciò che ti rende veramente grande.

Kobe Bryant

Dopo l’avventura olimpica arrivarono altri due anelli vinti, i primi due MVP delle Finals, le trade mancate e quelle avvenute, i gravi infortuni e un declino, personale e di squadra, che lo ha accompagnato fino al suo Farewell Tour. L’ultima stagione è stata un viaggio d’addio, lungo un anno, che gli ha permesso di salutare chi lo ha amato e, forse, soprattutto chi lo ha odiato.

Il rapporto tra Kobe e i suoi hater rappresentato alla grande in questo spot della Nike, uscito proprio prima dell’ultima partita.

Kobe ha annunciato il suo ritiro il giorno prima della trasferta a Philadelphia, la città che lo ha visto nascere e crescere come giocatore; da lì in poi è stato accolto con rispetto, affetto e un po’ di nostalgia in tutte quelle arene che lo hanno fischiato e temuto per 20 anni: Boston, Utah, Denver, San Antonio, Sacramento, Portland, Phoenix. Il giocatore più polarizzante di sempre è diventato per qualche mese una forza aggregante.

Quell’anno Kobe ha capito davvero che la grandezza non risiedeva solo negli anelli vinti (la sua ossessione per quasi tutta la carriera) o nel riconoscimento dei media (con i quali ha avuto un rapporto controverso), ma nell’essere un vero ambasciatore del gioco apprezzato universalmente. Con l’ultima, indimenticabile partita avviene la sua trasformazione definitiva da villain ad ambassador.

Kobe Bryant, per l’ultima volta

Chiunque abbia assistito dal vivo all’ultima partita di Kobe Bryant racconta di un’atmosfera unica già dal pre-partita. Si respira aria di playoff nonostante si tratti, come accennato in precedenza, di un match senza risvolti competitivi. Ma anche guardando la partita in TV si percepisce qualcosa di speciale. E il merito è pure dei Lakers. Quando si tratta di ricordare i propri campioni e di organizzare eventi di questa portata, infatti, la franchigia californiana ha pochi eguali nel panorama sportivo mondiale.

E anche questa volta i Lakers non deludono le aspettative: il discorso iniziale di Magic, le parole di Phil Jackson, Gregg Popovich, Shaquille O’ Neal, LeBron James, Jack Nicholson e dei suoi compagni di squadra, l’inno americano suonato con l’ipnotico basso di Flea dei Red Hot Chili Peppers, i video con i migliori momenti della carriera del Mamba proiettati ad ogni interruzione del match. Tutto magicamente al posto giusto, tutto creato e pensato per celebrare l’ultima notte leggendaria di Kobe Bryant.

Lui, gli altri e gli Utah Jazz

E poi c’è la partita: 48 minuti surreali e indimenticabili per il loro svolgimento e la loro conclusione. Prima di scendere in campo Kobe chiede ai propri compagni una sola cosa: giocare duro, giocare ogni singolo possesso con il fuoco dentro. Un concetto diventato retorico e stucchevole nel corso degli anni, ma che rappresenta al meglio l’essenza di Bryant. E nella sua ultima partita il Black Mamba è riuscito ad oltrepassare persino i suoi stessi limiti di resistenza allo sforzo fisico e mentale.

“At the other forward, for the final time number 24 on the floor, 6-6, 20th campaign out of Lower Merion High School, Five Time World Champion: Kobe Bryant

La partita non inizia nel migliore dei modi per Kobe. Per certi aspetti i primi minuti ricordano quelli di gara-7 delle Finals 2010. Sembra strano per un killer come lui, ma come accadde in quel match contro i Celtics, anche questa volta Bryant è nervoso. Lo dimostrano le prime cinque conclusioni della sua partita.

Primo tiro: tripla in uscita dai blocchi, corta. Secondo tiro: isolamento vs Lyles, lunghissimo. Terzo tiro: handoff con Randle, questa volta prova ad andare al ferro, ma sbaglia un layup. Quarto tiro: spin move dentro l’area, floater, ma la palla non entra. Quinto tiro: fadeaway vs Hayward, lungo.
Movimenti provati con successo migliaia di volte in carriera, ma questa volta non va neanche vicino alla realizzazione.

Pare il preludio di una serata negativa, la logica conclusione di una stagione fortemente negativa in termini di efficienza e di contributo offerto alla propria squadra. Ma probabilmente Kobe aveva solo bisogno di una giocata di energia che lo facesse entrare in partita. E la scarica di adrenalina arriva dalla metà campo difensiva, dove piazza una stoppata di rabbia in recupero; poi va dall’altra parte, si prende la palla e attacca con la sua solita ferocia: cross over, pump fake su Hayward e circus shot con una parabola altissima. Due punti, i primi di una lunga serie.

La bellezza di questo canestro avrebbe dovuto farci intuire l’esito della serata.

“He may not score fifty, but he might shoot fifty times…” dice Mike Tirico che commenta la partita per ESPN. E in effetti da qui in poi Bryant giocherà la partita “kobiana” per eccellenza: tantissimi tiri, tanti errori, ma soprattutto tanti momenti nel corso dell’incontro, dove sembra semplicemente inarrestabile.

Dopo le prime conclusioni sparate a salve, Kobe entra velocemente in ritmo ed è subito on fire. Arrivano cinque canestri consecutivi che mandano in visibilio tutti quanti e fanno capire che forse ha in serbo un ultimo grande regalo per i propri tifosi.

Da notare la gioia fanciullesca di Rande e di tutti i componenti della panchina Lakers.

Alla fine del primo quarto Bryant ha segnato 15 dei 19 punti dei Lakers, prendendosi in tutto 13 tiri. Mai come stasera gli “altri”, che siano i propri compagni o gli avversari, sono solo una comparsa nella sua sceneggiatura. Nel primo tempo, però, il copione non sorride ai Lakers: la squadra allenata da Byron Scott, infatti, chiude la prima frazione sotto di 15, mentre Kobe è “fermo” a 22 punti con 7/20 dal campo. I Jazz sono avanti con il minimo sforzo: è bastato sfruttare gli errori grossolani di una compagine, quella gialloviola, acerba, povera di talento e male allenata.

Ma oggi tutte le domande sul presente e il futuro dei Lakers non contano. C’è solo la voglia di risentire delle vibrazioni positive. E allora, quando Kobe riceve la palla (quindi praticamente in ogni singolo possesso del match), Vino ha la totale e più assoluta green light.

Per tutta la carriera mi hanno sempre detto di passare la palla, oggi tutti mi dicono di tirare.

Kobe Bryant

Detto fatto. Se nel primo tempo Bryant era stato l’assoluto protagonista della scena, nel secondo si trasforma nell’unico attore presente sul palco.

Clutch Mamba

Gli oltre 48mila minuti giocati evidentemente non bastano a Kobe. Così decide di stare in campo per tutto il secondo tempo e di provare l’insperata rimonta ai danni degli Utah Jazz.

Nel terzo quarto Bryant regala un paio di giocate da antologia, compreso un fadeaway che è l’autentico marchio di fabbrica della casa. Trentasette punti per Kobe alla fine del terzo parziale che diventano quaranta molto rapidamente con una tripla in transizione che riporta i Lakers sotto la doppia cifra di svantaggio.

La partita però procede senza grossi sussulti. A 2:30 dalla fine dell’incontro, con i Jazz avanti di dieci, Kobe sembra avere terminato le energie. Gli ultimi tiri non vanno neanche vicini al ferro e quando torna in panchina per un timeout boccheggia per la fatica. Il match è di fatto terminato e in fondo va bene così: Kobe è a quota 47 punti e ha già battuto il record di punti segnati da un giocatore NBA in una partita di addio al basket (41 punti di Jordan Crawford).

Ma è proprio in questo momento che si riaccende in lui quella fiamma che lo ha alimentato costantemente e lo ha reso il giocatore che tutti conosciamo. Per quanto possa sembrare assurdo per una prestazione da 47 punti, in realtà il vero Kobe show inizia soltanto ora.

Il “cinquantello” (il venticinquesimo della sua carriera) arriva con una penetrazione in semi transizione e una conclusione difficile che accarezza la parte alta del tabellone e finisce dentro. Da qui in poi entriamo in una dimensione quasi ultraterrena.

Prima spezza il raddoppio sul pick-and-roll e segna quel tiro dal mid range che avrà messo migliaia e migliaia di volte in carriera. Poi, ad un minuto dalla fine, Kobe si inventa il canestro più incredibile della serata: tripla cadendo indietro in faccia a Lyles e Lakers a -1.


Jay-Z e David Beckham non credono ai propri occhi; Jack Nicholson, che pure ne ha viste tante in oltre quarant’anni di militanza gialloviola, salta come un bambino e batte le mani; Shaq sembra l’unico non particolarmente sorpreso dalle gesta del suo amato/odiato ex compagno di squadra.
Rimane, però, da portare a termine la missione in assoluto più importante per Bryant: vincere la sua ultima partita.

E allora il suo ultimo canestro dal campo non poteva che essere l’ennesima giocata clutch, l’ennesimo game winner di una lunghissima serie.

Impressionante l’elevazione prima del rilascio, soprattutto se consideriamo il momento della partita e della carriera.

Questa volta anche Shaq è incredulo, “Jack” non riesce più neanche ad esultare, mentre Snoop Dogg ci regala probabilmente una delle migliori gif/momenti di esaltazione pura degli ultimi anni.

Utah, com’è normale che sia, è sopraffatta dagli eventi e non riesce a ribaltare l’incontro. Bryant segnerà dalla lunetta i punti numero 59 e 60 della sua partita, chiudendo così il personale parziale di 13-0 in due minuti e mezzo che porta i Lakers alla vittoria. Alla fine per lui ci saranno 60 punti con 22/50 dal campo.

Per trovare l’ultima partita di Kobe con almeno 60 punti dobbiamo tornare addirittura al 2 febbraio 2009, quando il Mamba si era reso protagonista di una prova da 61 punti al Madison Square Garden contro i Knicks. Il “sessantello” di Bryant contro i Jazz rappresenta, inoltre, anche il season high per la stagione 2015/16 (superati sul gong i 59 punti di Anthony Davis contro i Pistons).

Mamba Out

Alla fine del match tutti quanti sono estasiati e consapevoli di avere assistito a qualcosa di storico. Lo stesso Kobe, completamente senza energie dopo uno sforzo titanico, sa che la sua ultima partita verrà ricordata per sempre insieme a tanti altri momenti di una carriera gloriosa.

Sinceramente ancora non riesco a credere a quello che è appena successo. Chiudere così a casa mia è qualcosa di folle.

È difficile credere che sia successo veramente, sono ancora sotto shock.

Kobe Bryant

Dopo la partita Bryant si fermerà per diverse ore nello spogliatoio per rispondere alle domande dei media provenienti da tutto il mondo e soprattutto per salutare tanti amici, vecchi compagni di squadra, personaggi famosi e tutti i membri dello staff dei Lakers.

La sua epopea sportiva è finita quel 13 aprile 2016. Ma la grandezza delle icone sportive sta proprio nel loro essere senza tempo. Ecco perché il tempo di Kobe Bryant non è ancora finito.

Kobe Bryant's Last Game
What can I say…. Mamba out” (Harry How)

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