Da leggere ascoltando Knock Me Down (1987) dei Red Hot Chili Peppers.

Dopo la disastrosa prova di Gara 1, i Los Angeles Lakers hanno pareggiato la serie in Gara 2 apportando importanti correttivi a rotazioni e scelte difensive. Nel secondo tempo di Gara 3 i gialloviola hanno fatto un ulteriore passo in avanti costringendo gli Houston Rockets a soli 38 punti. Per quasi tutta Gara 4 i californiani hanno di fatto annullato l’attacco dei texani mettendo una seria ipoteca sul passaggio del turno.

* Tutte le clip video, salvo diversa indicazione, sono di proprietà della NBA e sono utilizzate a scopo divulgativo senza intenzione di infrangere copyright. © NBA Media Ventures, LLC.

Big Men vs Small Ball

by Nello Fiengo

La notizia di Gara 4 in casa Lakers è sicuramente l’inserimento in quintetto di Markieff Morris in luogo di JaVale McGee. Le motivazioni dietro la scelta di Frank Vogel sono molteplici e il processo che ha convinto il coach è stato caratterizzato da momenti difficili ed incerti. I risultati, però, sono sotto gli occhi di tutti.

Nella preview della serie contro Portland, avevo detto come Morris potesse essere in qualche modo il fattore X delle rotazioni di Vogel. I 19 minuti giocati di media contro i Trail Blazers sono stati sicuramente pompati dall’assenza di Rondo e della redistribuzione dei suoi minuti, ma le motivazioni per le quali Kieff ha ricevuto spazio da Vogel sono state,a mio avviso, quelle di capire quanto in realtà potesse essere rilevante per i Lakers nelle nostre strutturazioni small.

Morris è un 2 e 8 cm che in carriera viaggia a circa 6 rimbalzi di media e con il 34% nel tiro dalla lunga distanza. Presi singolarmente questi numeri non sono nulla di trascendentale, ma schierando Markieff insieme a LeBron James e Anthony Davis si dispone di una frontline grossa, con tonnellaggio, capacità di andare a rimbalzo e di aprire il campo che, per quella che è la NBA moderna, ha molto più senso, specie contro squadre come i Rockets.

Prima del secondo turno contro Houston, molti analisti pensavano che i Lakers dovessero restare con la strutturazione big per poter continuare ad eccellere in termini di rim protection e dominare a rimbalzo. Tuttavia, molti confondono l’essere big con l’avere in campo un centro con poca mobilità. Andare con giocatori di questo tipo contro i Rockets è sostanzialmente un suicidio.

James Harden #13 of the Houston Rockets drives the ball against Markieff Morris #88 of the Los Angeles Lakers during the first quarter in Game Four of the Western Conference Second Round during the 2020 NBA Playoffs at AdventHealth Arena at the ESPN Wide World Of Sports Complex on September 10, 2020 in Lake Buena Vista, Florida. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement.
Danny Green, Markieff Morris and James Harden (Michael Reaves, Getty Images)

Le mosse di Vogel

Vogel in Gara 1 ha sostanzialmente regalato la partita a Mike D’Antoni accettando di switchare su tutti i pick-and-roll, confidando nel fatto che in questo modo James Harden e Russell Westbrook avessero sempre un giocatore da battere prima di attaccare il ferro per accendere il gioco dei texani. La scelta di Frank non è stata felice, ma il target da raggiungere doveva essere assolutamente quello di impedire ai due creatori di gioco di Houston di mettere i piedi in area, ed in particolar togliere ad Harden qualsiasi possibilità di accendersi.

Molti allenatori hanno blizzato il barba per poi farsi massacrare da Robert Covington e P.J. Tucker piazzati negli angoli a ricevere il pallone in uscita dal movimento di palla che accelera vertiginosamente una volta che James esegue il passaggio dopo il raddoppio.

Vogel ha capito che per raddoppiare Harden doveva in qualche modo aumentare la capacità dei Lakers di coprire il campo con le rotazioni necessarie ad inseguire il pallone e Markieff Morris entra nel sistema con questo tipo di idea: avere in campo un giocatore che magari non sarà esattamente un fulmine ma che può ruotare, se ha voglia e testa, da un angolo all’altro del campo, cosa che sarebbe stata impossibile da chiedere ai panchinati centri gialloviola.

A validare le performance di Morris in questi playoff sono anche le statistiche, le tre migliori lineup dei Lakers sono:

LineupGPMinDefRtgOffRtgNetRtg
Rondo, Caruso, LBJ, Kuzma, Morris321147.792.7+55.0
KCP, Green, LBJ, Morris, Davis316100.074.2+25.8
Caruso, Kuzma, LBJ, Morris, Davis410108.084.6+23.4

Lords of the Boards

by Luca Novo

In Gara 4 i Los Angeles Lakers hanno conquistato esattamente il doppio dei rimbalzi rispetto agli Houston Rockets.

Una frontcourt con Davis (208 cm) e James (206 cm) non può essere considerata small. Il 52-26 finale rappresenta uno dei principali motivi per cui i gialloviola siano riusciti a dominare una partita in cui l’avversario ha segnato di più da tre punti e beneficiato di più del doppio di tiri liberi. Il duo di stelle ha sfruttato il vantaggio in centimetri e combinato per 27 rimbalzi, ovvero più del totale avversario. Entrambi hanno settato il tono fin dalla palla a due, indicando ai compagni la strada da seguire sotto entrambi i tabelloni.

Ben 6 i rimbalzi di AD nel primo quarto e 3 quelli di LeBron.

La vera differenza è stata però l’apporto delle guardie. In sede di preview della serie la stazza degli esterni lacustri rispetto ai più robusti pariruolo texani rappresentava una potenziale incognita. La risposta è stata di altissimo livello con Rondo (ben 10 per lui), Green, Pope, Caruso, Tucker che hanno messo insieme 21 rimbalzi.

I Rockets non sono squadra che attacca il tabellone offensivo se non con PJ Tucker, e gli esterni gialloviola hanno sfruttato al meglio questo aspetto. Non sono scappati in contropiede o rimasti concentrati sul proprio uomo per evitare rimbalzi lunghi, ma sono andati forte a rimbalzo sfruttando il tagliafuori attento dei compagni.

I Lakers hanno concesso un solo rimbalzo offensivo ai Rockets.

I piccoli Lakers sono stati ancora più efficaci nella metà campo offensiva. Rajon Rondo e Danny Green hanno catturato 3 rimbalzi offensivi a testa e 5 di questi sono arrivati nel secondo tempo, aspetto decisivo per conservare il vantaggio e frustrare i tentativi di rimonta Rockets. Entrambi i veterani sono stati abilissimi ad attaccare il tabellone partendo al di fuori della linea da tre punti e in particolar modo dall’angolo, zona del campo sguarnita dalla difesa di D’Antoni che tende a collassare verso il centro area.

Il peso dell’esperienza.

Caruso Unchained

by Giuseppe Critelli

Chi ha guardato i Lakers con attenzione e occhio analitico per tutta la stagione sapeva che prima o poi questo momento sarebbe arrivato. Sapeva che Alex Caruso sarebbe stato decisivo per le sorti di una gara o addirittura di un’intera serie di playoff. E in Gara 4 è accaduto esattamente questo.
Tutti avranno negli occhi il dagger che ha chiuso la partita a meno di un minuto dal termine, ma il match di Caruso è stato caratterizzato da una lunga sequenza di giocate decisive in entrambe le metà campo.

You shall not pass

Una delle perplessità più grandi degli analisti quando si parlava del quintetto small dei Lakers era l’assenza di un rim protector al di fuori di Davis. Sappiamo benissimo che Harden e lo stesso Westbrook sono in grado di devastare le difese avversarie se vedono sguarnito il pitturato. L’attacco di Houston è incentrato proprio sulla capacità del Barba di attaccare il ferro e concludere a canestro o scaricare per gli esterni piazzati nell’angolo.

I Lakers sono stati bravissimi a rendere la vita difficile al numero 13 texano nonostante abbiano scelto di rinunciare ad un rim protector come McGee o Howard. Se in gara 3 il ruolo di ultimo baluardo del ferro è stato interpretato in maniera eccellente da LeBron, in gara 4 è stato Caruso a dovere, spesso e volentieri, contrastare Harden nei pressi del canestro.

Verticalità insospettabile e grande capacità di leggere in anticipo lo sviluppo dell’azione.

Alex Caruso sicuramente non ruba l’occhio come altri difensori élite della lega. Non ha ovviamente le braccia lunghe e le mani enormi di Kawhi Leonard o il tonnellaggio imponente di Marcus Smart. È però un difensore estremamente intelligente e in possesso di ottimi fondamentali. A queste caratteristiche abbina delle buonissime doti atletiche che gli permettono, come si vede nella clip sopra, di proteggere il ferro sfruttando la propria verticalità contro un avversario, James Harden, che è un maestro nel trovare gli angoli giusti per chiudere a canestro.

Quando attacca in transizione Harden è un treno difficile da spostare. Caruso qui legge in anticipo le intenzioni del due volte MVP e riesce a togliergli la palla dalle mani con un tempismo sensazionale.

Don’t Stop Movin’

In gara 4 il contributo di Caruso non si è fermato, però, alla metà campo difensiva. Una delle qualità più sottovalutate del prodotto di Texas A&M è la capacità di muoversi lontano dalla palla, che sia attraverso un taglio o un blocco per liberare un compagno.
La difesa a dir poco pigra dei Rockets ha consentito ai Lakers di ottenere punti facili attraverso semplici tagli backdoor e di catturare una grande quantità di rimbalzi offensivi.

Questo set con LeBron in gomito e Davis e Caruso (o Green) a bloccare l’uno per l’altro in angolo è molto utilizzato dai Lakers in crunch time.

Nella clip sopra Tucker raddoppia Davis accoppiato con Rivers, AD legge bene la situazione e serve Caruso sotto canestro inspiegabilmente dimenticato da Gordon. I Lakers hanno realizzato tantissimi canestri di questo tipo, sfruttando la scarsa attenzione e concentrazione di Houston e l’assenza di un vero e proprio rim protector nella squadra di D’Antoni.

Vedremo se in Gara 5 i Rockets avranno quanto meno una reazione d’orgoglio per allungare la serie. La sensazione, però, è che i Lakers abbiano trovato la chiave tattica giusta, specie nella metà campo difensiva. E uno dei principali protagonisti della risoluzione del rebus Houston è proprio Alex Caruso.

The dagger

Series Coverage

Game Recap:

Analisi Post Partita:

Lakers Speaker’s Corner: Ep. 038 – Small Goal

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