Lakers: Endgame.

Stagione 1997/98. Dopo aver conquistato 61 vittorie in regular season – come Seattle, una in meno di Chicago e Utah – i Los Angeles Lakers affrontano i playoff con il dichiarato intento di riscattare la cocente eliminazione subita dai Jazz l’anno precedente.

Il roster a disposizione di coach Del Harris è giovane, versatile e talentuoso: sono ben quattro (O’Neal, Jones, Van Exel e Bryant) i gialloviola all’All-Star Game di New York. Dopo il netto successo contro Portland (3-1), i Lakers travolgono i SuperSonics (4-1) e l’hype aumenta. Ma gli Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton sono più esperti e motivati ed infliggono un clamoroso sweep agli avversari.

In estate il front office lacustre resiste alla tentazione di stravolgere il roster e sacrifica il solo Nick Van Exel, ceduto a Denver in cambio di Tony Battie and Tyronn Lue. Per la stampa angelena, quello dell’amato Nick The Quick è un vero è proprio esilio. Come profettizzato dal famoso1-2-3… Cancun!“.

Adoro Nick Van Exel, ma credo che cambiare ambiente sia la soluzione migliore per tutti. Ci sono tanti aspetti da considerare, ma quello principale è che non c’è più feeling.

Jerry West

In copertina: Los Angeles Lakers’ guard Kobe Bryant lifts up the championship trophy in celebration of the team’s third consecutive NBA championship, at the Staples Center in Los Angeles, CA, 14 June 2002 (Lucy Nicholson, AFP via Getty Images).

La rivoluzione e il caos

Stagione 1998/99. È l’anno del lockout: la stagione parte a Febbraio con sole 50 partite di RS in programma. Poche, ma sufficienti per concretizzare la rivoluzione d’inverno sfumata l’estate precedente. I Lakers iniziano male, c’è malcontento nell’ambiente e la situazione precipita il 22 Febbraio.

Sconfitta dopo un OT in casa dei Nuggets (sotto di 14 nel 4Q) decisa dai canestri del grande ex, che a fine partita non ha peli sulla lingua.

Non ero il cancro. Il cancro è ancora al suo posto ed ha i capelli bianchi. Finché non si sbarazzeranno di lui, continueranno ad avere momenti di vuoto come questi.

Nick Van Exel

Il giorno dopo, prima della gara di Vancouver, i Lakers annunciano la firma di Dennis Rodman. Ancora una pessima prestazione, ancora una sconfitta. Jerry Buss e Jerry West licenziano Harris ed affidano la panchina a Kurt Rambis.

I gialloviola reagiscono, conquistano otto vittorie consecutive prima dell’arrivo della scossa principale del Big One californiano. Il 10 Marzo, Eddie Jones ed Elden Campbell vengono ceduti a Charlotte in cambio di Glen Rice, J.R. Reid e B.J. Armstrong (subito tagliato).

I danni provocati dal terremoto compromettono la stagione lacustre. The Worm saluta a poche gare dalla fine della stagione, ai playoff – dopo il successo contro Houston – arriva ancora uno sweep contro i San Antonio Spurs, futuri campioni NBA. Il peggiore dei modi per salutare il Great Western Forum.

A New Era in L.A.

Estate 1999. West è intenzionato a confermare Rambis alla guida della squadra. Tuttavia, malumori provenienti sia dai tifosi che dall’interno dell’organizzazione lo costringono a desistere.

The Logo corteggia coach Phil Jackson, reduce da un anno sabbatico dopo aver vinto sei titoli con i Chicago Bulls. Dopo qualche tentennamento sei milioni (a stagione) di ottime ragioni convincono Coach Zen, che sbarca a Los Angeles insieme al suo fidato Tex Winter e agli assistenti ex Bulls Jim Cleamons e Frank Hamblen.

In free agency, Jerry e Phil decidono di stemperare i turbolenti animi dello spogliatoio puntando sull’esperienza. Prima viene completata la trade che riporta uno degli eroi dello Showtime (A.C. Green, 36 anni), poi vengono firmati i pretoriani di Chicago John Salley (35, ritirato da tre stagioni) e Ron Harper (36) oltre al veterano Brian Shaw (33 anni).

È facile: se non conoscevi la “triangolo”, non giocavi.

John Salley

Una marcia trionfale

Il nuovissimo STAPLES Center è pronto ad accogliere i rinnovati gialloviola. Un infortunio al polso impedisce a Bryant di giocare nelle prime quindici gare, ma la squadra non ne risente. O’Neal inizia la stagione a mille e viene nominato Player of the Month a Novembre, award che replicherà a Febbraio e Marzo. The Big Aristotle trascina i Lakers: 31 vittorie nelle prime 36, con una streak di 16 successi consecutivi. Ne seguiranno altre due rispettivamente da 19 e 11 vittorie.

A Dicembre, Bryant (25 punti, 9 rimbalzi, 3 recuperi) segna i liberi che decidono la gara contro Dallas. Qualche settimana dopo, Kobe (31 punti con 5 triple) trascina gli angeleni al successo contro Seattle, recuperando uno svantaggio di 17 punti. A Marzo – dopo la sfuriata di The Diesel (61+23) sui malcapitati Clippers – contro Sacramento arriva il primo dei 135 quarantelli della sua carriera (40+10+8) suggellato dai canestri decisivi nel finale.

Il 2 Aprile, Los Angeles ospita New York. Verso la fine del terzo quarto, lottando in uscita da un blocco, Bryant viene alle mani con Chris Childs. Espulsione immediata per entrambi, cui segue multa e sospensione (…senza stipendio). Tuttavia, per una volta, Kobe riceve la solidarietà del suo coach.

Penso sia una reazione normale per un atleta che riceve un pugno senza neanche accorgersi che sta arrivando. Mi dispiace, ma credo sia stato istintivo.

Phil Jackson

Il ritorno al successo

I Lakers conquistano il primo seed (67-15) della Lega, O’Neal è il top scorer, il primo per percentuale dal campo, il secondo rimbalzista, il terzo stoppatore e l’inevitabile MVP. Inoltre, Shaq è inserito nel primo quintetto All-NBA e nel secondo All-Defensive, mentre Bryant è presente nel secondo quintetto assoluto e nel primo difensivo.

Il cammino ai playoff nella competitiva Western Conference non è semplice: un combattuto 3-2 contro i Kings, 4-1 contro i Suns e 4-3 contro i Trail Blazers. Gara 7 è entrata nella storia della NBA. Ma anche di quella leggendaria gara, dal parziale di 25-4 all’iconico Bryant… to Shaq! ne parleremo in un altro momento.

Delle finali contro gli Indiana Pacers – con la straordinaria prestazione di Kobe nel quarto atto della serie – ne abbiamo parlato nel Mamba Moments #10: Kobe Bryant decide Gara 4 delle 2000 NBA Finals.

Finalmente abbiamo vinto il titolo, è una sensazione bellissima. Non vedo l’ora di farlo ancora.

Kobe Bryant

Il cambiamento iniziato ventiquattro mesi primi ha portato i suoi frutti. A dodici anni dal successo contro i Pistons, la franchigia del Dottor Buss torna Campione NBA. Quindici anni dopo, Bryant riconoscerà quanto importante sia stato l’arrivo di Jackson per invertire la rotta della nave gialloviola.

Quando è arrivato tutto è cambiato. Soprattutto il modo di vedere il gioco. Ho iniziato a rivedere gli aspetti tattici, gli allenamenti, ogni cosa

Kobe Bryant su NBA TV nel 2015

Road to Repeat

Quarant’anni dopo essere stato scelto dai Lakers al Draft del 1960, Jerry West confermò le dimissioni rassegnate l’anno precedente. Ufficialmente Mr. Clutch dichiarò di essere stanco di fare il GM, anche se trapelarono indiscrezioni sul pessimo rapporto tra West e Jackson. Qualche anno dopo, sia le parole di Winter che quelle dello stesso Phil confermarono tali illazioni.

Il neo GM Mitch Kupchack fece poche mosse: Green non fu rinnovato, Rice fu ceduto in cambio di Horace Grant e Greg Foster (altri due ex Bulls). In particolare, l’arrivo di The General aveva l’obiettivo di contenere meglio ai playoff i vari Duncan, Malone, Wallace e Webber.

La regular season non è scintillante come la precedente. Derek Fisher salta 62 gare per una frattura al piede, mentre la forma di O’Neal è lontana parente di quella dell’anno prima. Alla pausa per l’All-Star Game, i californiani hanno già una sconfitta in più (31-16) dell’intera stagione precedente.

Dopo una dura estate di lavoro, le cifre di Kobe migliorarono ulteriormente e secondo Jackson stava giocando il miglior basket della sua carriera. A Dicembre Bryant realizzò 43 punti contro gli Spurs e 51 (con 7 rimbalzi e 8 assist) contro gli Warriors. Ad inizio anno (+40 in casa di Raptors e Knicks) Bryant era il top scorer della NBA con 29.6 punti a partita. Nei successi contro Grizzlies (26+11+11) e Hornets (25+10+10) mise a referto le sue prime triple doppie.

La rivalità con Shaq

I differenti equilibri acuirono le tensioni tra le due superstar, mitigati dai successi nella stagione precedente. Nel suo stile, Shaq non usò mezzi termini.

Lo scorso anno tutto funzionava a meraviglia. Non capisco perché qualcuno vorrebbe cambiare, a meno che non abbia delle motivazioni egoistiche.

Shaquille O’Neal

Il feud tra i due crebbe con il passare delle settimane. Dalla richiesta di trade di O’Neal, alle punzecchiature di Kobe sullo scarso impegno difensivo del compagno, passando per i suggerimenti e i moniti di Jackson, Magic Johnson e West. Una serie di acciacchi fanno saltare a Bryant 14 delle ultime 30 gare di RS, Shaq tornò ad essere dominante (oltre 33 punti di medianelle 11 partite di fine stagione) e le acque, per il momento, si calmarono.

Complice il rientro di Fisher, i Lakers sornioni visti tutto l’anno si ricompattano con l’avvicinarsi della post season. Chiudono la RS con otto successi consecutivi, scavalcando Sacramento in cima alla Pacific Division e chiudendo con due vittorie in meno di San Antonio.

Keep Winning: 15-1

Il primo turno dei playoff ripropone la sfida contro i Portland Trail Blazers, che però non hanno il fuoco della stagione precedente. I Lakers vincono nettamente Gara 1 (28+6+7 per Kobe) e infliggono lo sweep ai rivali passando al Rose Garden.

Alle WCSF altro bis, questa volta contro i Sacramento Kings. Come l’anno prima la serie è equilibrata, ma i Campioni in carica non perdono un colpo. Allo STAPLES Center Shaq travolge gli avversari (43+20 e 44+21) mentre Bryant è glaciale dalla lunetta nel finale. Alla ARCO Arena i padroni di casa riescono a contenere O’Neal, ma non hanno risposte per Kobe: 36 punti e 7 rimbalzi in Gara 3, 48 punti e 16 rimbalzi nel closing game.

Nonostante sia dovuto rientrare a Los Angeles tra il terzo e il quarto atto della serie, in Gara 4 Bryant disputò una prestazione abbacinante: 15/29 dal campo, 17/19 dalla lunetta, 9 rimbalzi offensivi. Totale. (Lakers.com)

È stato molto maturo per tutta la serie. Non ha sfruttato il suo talento solo per segnare, ma ha avuto fiducia nei compagni e li ha coinvolti con la sua energia.

Phil Jackson

L’ultimo atto delle Western Conference propone la sfida contro i San Antonio Spurs. Bryant disputa una delle migliori serie della sua carriera (33.3 punti, 7 rimbalzi e 7 assist) ed i Lakers restituiscono il 4-0 subito nel 1999. Ma anche di questo, ne parleremo in un altro momento.

Back-to-back

Alle 2001 NBA Finals si affrontano gialloviola e Philadelphia 76ers (nei cinque precedenti, quattro titoli per i lacustri). Gara 1 è equilibrata: i padroni di casa allungano prima che Allen Iverson (48 punti) capovolga la parita. Shaq (44+20) riporta sotto i suoi, prima che The Answer nell’OT chiuda la gara con il famoso step over sul malcapitato Tyronn Lue.

In Gara 2, Bryant (31+8+6) si mette alle spalle la brutta prova della partita precedente, mentre O’Neal (28+10+9 con 8 stoppate) risponde sul campo agli stimoli di Jackson. In Pennsylvania la serie è combattuta, ma la pur ottima difesa dei padroni di casa non può nulla contro il duo dei Lakers.

Kobe chiude la serie con 29.4 punti, 7.3 rimbalzi e 6.1 assist conquistando il titolo nella sua città natale. La sua stella nel firmamento NBA brilla sempre più: dopo essere partito titolare per la terza volta consecutiva all’All-Star Game, è stato inserito nei secondi quintetti All-NBA e All-Defensive.

Volevamo dimostrare a tutti i costi di essere in grado di farlo. Abbiamo affrontato tante difficoltà, avuto alti e bassi. È stato bello vincere così, ci sono tanti emozioni contrastanti.

Saremo una dinastia? Non saprei, vedremo cosa succede.

Kobe Bryant dopo Gara 5

Se dopo la conquista del titolo Bryant non sembrava del tutto convinto sulle possibilità di continuare sul percorso intrapreso, pochi giorni dopo era di tutt’altro avviso.

Proveremo a vincerne un altro l’anno prossimo. Back to back to back!

Kobe Bryant durante la parata celebrativa

Dinasty

Per puntare al terzo titolo consecutivo i Lakers provano a svecchiare il roster: si ritirano o vengono rilasciati Lue e i fedelissimi di Jackson (Harper, Grant e Foster). Al loro posto arrivano Lindsey Hunter (31), Samaki Walker (25) oltre al ring-chaser Mitch Richmond (36). Walker sostituisce in quintetto Grant, mentre Hunter deve fare le veci dell’infortunato Fisher.

La tragedia dell’11 Settembre, le morti della mamma di Jackson e del nonno di Bryant contribuirono a sedare la rivalità tra Kobe & Shaq. Inoltre, O’Neal era alle prese con un problema al pollice del piede destro, per il quale decise di operarsi durante l’off season successiva.

Con tutti i problemi che stavamo affrontando, era difficile perdere tempo con le frivolezze o nelle meschinità.

Shaquille O’Neal

La stagione inizia nel migliore dei modi: Bryant segna 77 punti in tre giorni contro Utah, O’Neal è la solita macchina da doppie doppie. I gialloviola vincono 16 delle prime 17 gare disputate. Sacramento interrompe la corsa dei bi-Campioni in carica, che arrivano alla pausa per l’All-Star Game di Philadelphia proprio alle spalle degli acerrimi rivali.

Della conquista del primo All-Star Game MVP della sua carriera e della fredda accoglienza ricevuta nella Città dell’amore fraterno, ne abbiamo parlato nel Mamba Moments #18: Bryant vs Jordan, i duelli agli All-Star Game.

È stato incredibile. Bryant è semplicemente troppo forte.

Sidney Lowe, all’epoca coach dei Grizzlies

High Voltage

Alla stagione, apparentemente, tranquilla nella locker room lacustre si affiancarono diversi momenti di tensione sul parquet.

Il 14 Gennaio, allo United Center di Chicago, O’Neal reagì alle attenzioni di Brad Miller e Charles Oakley provando a colpire Miller con un diretto alla massima Shaq-Power, per fortuna mancandolo. Per il numero 34 una multa di 15.000 dollari e una squalifica di tre giornate (per altri 714.000 dollari di mancata retribuzione).

Il 1 Marzo, dopo la sirena finale della gara casalinga contro Indiana, Bryant venne alle mani con Reggie Miller, scatenando un parapiglia che coinvolse compagni e staff. Per il numero 8 multa da 12.500 dollari e sospensione per due gare (altri 250.000 dollari). Ironia della sorte, ai Pacers era da poco arrivato dai Bulls l’altro Miller, Brad.

Gli avversari ci affrontano duramente. Ogni sera, aumentano l’intensità e il livello del loro gioco, come se volessero dimostrarci qualcosa.

Ma c’è poco da dire, noi siamo la migliore squadra della NBA. Pensano che con una singola partita o giocata, possano spodestarci.

Derek Fisher

I Lakers chiusero la stagione con 58 vittorie, come gli Spurs e tre in meno dei Kings. Bryant per la prima volta in carriera fu inserito, insieme a O’Neal, nell’All-NBA First Team oltre che nel secondo quintetto difensivo.

Per solidarietà con il compagno, il 3 Marzo contro i Rockets Shaquille O’Neal indossò un’attilata canotta numero 8 durante l’inno nazionale. (Catherine Steenkeste, NBAE Getty Images)

Una battaglia dopo l’altra

Al primo turno dei playoff, Lakers e Trail Blazers si affrontano per la quinta volta in sei anni. Le gare in California sono equilibrate, ma i padroni di casa salgono di livello nei secondi tempi e si portano sul 2-0. Bryant produce, pur faticando al tiro, ed è gelido dalla lunetta (20/22).

In Oregon il clima è lo stesso delle serie precedenti, una bolgia. Gara 3 è equilibrata e sembra segnata da un errore di Horry, che concede una facile schiacciata a Rasheed Wallace. -5 con 39″ da giocare. Dopo il canestro di Rick Fox, The Black Mamba inframezza con una tripla gli 1/2 dalla lunetta di Sheed e Scottie Pippen. Sul +2 con 10.3″ da giocare, Portland si affretta a far entrate The Kobe Stopper aka Ruben Patterson. Il numero 8 riceve e attacca il canestro, legge l’aiuto di Wallace e scarica nell’angolo per Robert Horry che insacca la tripla del sorpasso. Pippen sbaglia malamente la rimessa e sancisce la fine di gara, serie e della Blazermania.

Le Western Conference Semifinals propongono un altro classico, Los Angeles contro San Antonio. Tim Duncan è monumentale e dopo aver messo in crisi i Campioni in Gara 1, rovescia il fattore campo in Gara 2. Le tante sfide affrontate hanno però forgiato i Lakers, che con un gran secondo tempo riconquistano immediatamente il fattore campo.

Gara 4 è un pivotal game. Duncan e il rientrante David Robinson dominano sotto canestro, a metà dell’ultimo quarto gli speroni controllano sul +10. Fino a quel momento Bryant ha faticato tantissimo a trovare la via del canestro (7/23 al tiro con 1/3 dall’arco). I Lakers alzano la qualità della difesa e riducono le distanze dalla lunetta. Dopo due liberi, Kobe segna la tripla del -2. The Big Fundamental sbaglia un libero, consentendo a Bryant di bissare dalla lunga distanza, riportando la gara in parità. Il finale è convulso, Fisher è costretto ad accellerare e tenta un jumper non nelle sue corde. Il più lesto a rimbalzo è ancora lui, The Black Mamba.

Alla fine del primo tempo di Gara 4, Bryant aveva sbagliato tutte le nove triple tentate nella serie. Per lui, 3/4 da tre nella seconda parte di gara. È incredibile poi l’estensione delle braccia con cui cattura l’errore dell’amico e segna il layup della vittoria. (© NBA Media Ventures, LLC.)

Ho sognato di vivere queste emozioni innumerevoli volte da bambino. Ora sono realtà… e le sogno ancora oggi.

Kobe Bryant

Bryant ha una voglia di vincere fuori dal comune. Ha la stessa determinazione che aveva Michael.

Gregg Popovich

In Gara 5 un commovente Duncan (34+25) non basta, Jackson batte ancora Gregg Popovich. L’atto conclusivo della Western Conference porta in scena la sfida con l’altra acerrima rivale, Sacramento. Ma di quella spettacolare serie, di come Horry da clutch divenne Big Shot Rob e di tanto altro, ne parleremo in un altro momento.

Three-peat

L’ultimo ostacolo da superare sono i New Jersey Nets, trascinati alle 2002 NBA Finals dal superbo Jason Kidd. Come accaduto l’anno precedente, l’atto conclusivo della stagione fu poco più di una formalità.

In Gara 1 i Lakers misero subito le cose in chiaro: partenza forte con O’Neal a maltrattare il povero Todd MacCulloch, mentre Bryant – dopo aver limitato Kidd in apertura – segnò 11 punti nel 3Q spegnendo il tentativo di rientro dei Nets. Neppure lo scontasto hack-a-Shaq sortì effetti. Gara 2 fu un vero e proprio statement game di Shaq, che infierì ulteriormente contro la frontline avversaria (40+12+8 con 14/23 dal campo e 12/14 ai liberi).

Il terzo atto fu il più equilibrato delle finali. J-Kidd trascinò i compagni, che rimasero in scia per tutta la gara, segnando persino il canestro del +3 a 4:21 dalla fine. I Lakers risposero ed allungarono, Kobe – dopo aver segnato 10 punti nell’ultimo quarto – sbagliò due liberi che consentirono a Keith Van Horn di segnare il canestro del -2 a 34.4″ dalla sirena. The Black Mamba si fece perdonare segnando un canestro sensazionale, dopo aver rischiato di perdere il pallone. Kidd segnò la tripla del -1, Rick Fox dalla lunetta chiuse la gara.

I ragazzi di coach Byron Scott provarono ad evitare lo sweep, Kenyon Martin disputò il miglior quarto dei suoi playoff (17 con 8/13) ma non bastò. Devean George e Shaw resero per una volta presentabile la second unit gialloviola e ricucirono lo strappo. L’equilibrio fu rotto dai canestri di Fisher, Bryant e O’Neal, che consentirono l’ingresso di Mith Richmond che segnò l’ultimo canestro delle Finals e della sua carriera.

Shaq conquistò il terzo NBA Finals MVP consecutivo – come Michael Jordan – mentre Phil Jackson, al nono anello, superò Pat Riley per numero di vittorie ai playoff. E Kobe?

Sono sicuro che Sacramento si stia allenando in questo momento. Stanno tramando, stanno aspettando.

Non abbasseremo la guardia, torneremo il prossimo anno pronti a lottare. Loro cercheranno di prendere quello che abbiamo, ma saremo preparati.

Kobe Bryant

Twilight of the Gods

Il logorio fisico e mentale delle stagioni precedenti, divenne insostenibile e riscosse il conto nella stagione 2002/03. O’Neal si operò al piede, la free agency non portò innesti di rilievo.

Kobe Bryant disputò la miglior stagione della sua carriera: career-high in punti, rimbalzi, assist e recuperi, percentuali da tre e dalla lunetta. 30 punti di media disputando tutte e 82 le gare, 23 doppie-doppie. 5 triple-doppie, 19 gare con più di 40 punti, 3 escursioni sopra quota 50.

A fine stagione, venne inserito per la prima volta sia nell’All-Defensive First Team che nell’All-NBA First-Team. Inoltre, giunse terzo dietro l’MVP Duncan, davanti a Shaq (quinto). Ai playoff, dopo il sofferto successo (4-2) contro i Minnesota Timberwolves, i tri-Campioni NBA capirono che la stamina era finita: gli Spurs di Duncan e del rookie Manu Ginobili misero fine alla dinastia gialloviola.

It’s Over

I Lakers tentarono il rimbalzo firmando i veterani Karl Malone e Gary Payton, che giunsero ad L.A. pochi giorno dopo l’inizio delle disavventure giudiziarie di Bryant. Dopo qualche anno di assopimento, i dissapori tra Kobe e Shaq ripresero fuoco.

Shaq dichiarò che i Lakers erano la sua squadra, che The Glove e The Mailman erano arrivati grazie a lui e che al training camp il team era al completo, nonostante Kobe fosse in Colorado. Puntuale arrivò la seccata replica del numero 8.

Non ha importanza di chi sia la squadra, non interessa a nessuno (Malone e Payton).

C’è molto più di questo. […] Significa non arrivare al training camp sovrappeso e fuori forma. Significa non accusare solo gli altri del nostro fallimento.

La “mia squadra” è sempre. Sia quando vinche che quando devi portare il peso della sconfitta.

Kobe Bryant

E rincarò ulteriormente la dose, sulla mancata solidarietà del suo Big Brother.

Un fratello maggiore avrebbe dovuto supportarmi quest’estate, non ho ricevuto neppure una chiamata da lui. Ho parlato con i ragazzi, Mitch, Phil, Jerry Buss.

Suo zio Jerome mi ha contattato. Persino nostri rivali come Webber e Bibby. Coach, Michael (Jordan), Tiger Woods.

Ma dal mio “Big Brother” niente di niente.

Kobe Bryant

E non mancò una stilettata nei confronti di Jackson.

Ho chiesto a Phil di fare qualcosa prima che la situazione diventi esplosiva, ma ha fatto spallucce.

Kobe Bryant

Kobe venne multato dopo aver rilasciato l’intervista e la stagione proseguì tra una tensione e l’altra. I Lakers raggiunsero le Finals ma vennero spazzati via dai Detroit Pistons. Delle conseguenze che ebbe quella stagione sulla carriera di Bryant, ne abbiamo parlato nel Mamba Moments #21: Back-to-back Scoring Champion.

Sulla rivalità tra Kobe & Shaq, le parole del 2012 di Robert Horry hanno contribuito a mescolare le varie ricostruzioni.

Penso che sia stato Phil Jackson ad innescare il feud. Tante volte, a fine allenamento, ha riportato cosa Kobe avesse detto di Shaq e viceversa. Non siamo mai riusciti a capire come la situazione sia esplosa così all’improvviso.

A Phil piaceva quando nella squadra c’era un conflitto di qualche tipo.

Loro due erano molto vicini, si abbracciavano sempre per primi dopo ogni nostra vittoria. Poi i media hanno amplificato quanto stava succedendo ed entrambi hanno iniziato a fare cose che non avevano mai fatto.

Robert Horry

Che siano stati scatenati dai mindgames dello Zen Master, dall’ego smisurato di Shaq o dalla Mamba Mentality che andava consolidandosi dentro Kobe, resta il fatto che lo spettacolo dei Lakers del three-peat ha pochi eguali nella storia della NBA. Sul campo e fuori.

Per saperne di più

Con i Mamba Moments abbiamo raccontato una singola gara o una serie di prestazioni eccezionali di Kobe Bryant. In altre abbiamo trattato momenti che si sono evoluti in più stagioni. Ripercorrere il trionfale triennio 2000/2002 dei Los Angeles Lakers richiederebbe quantomeno altrettanti episodi, tanti sono i fatti, gli aneddoti e i retroscena che meriterebbero di essere narrati: il cambio di rotta, l’arrivo di Jackson, l’addio di West, la convivenza forzata tra Kobe & Shaq e tanto altro ancora.

Pertanto, poiché i momenti chiave del successo sul campo hanno avuto o avranno dei MM dedicati, la narrazione degli anni del three-peat sarà orientata soprattutto alla ricostruzione del contesto e ai fatti più importanti.

Senza avere pretese di ricostruire gli avvenimenti con la dovizia di un reporter, per approfondire la carriera di Bryant e quel periodo della franchigia californiana suggeriamo le seguenti letture: Phil Jackson: The Last Season: A Team In Search of Its Soul (2004), Più di un gioco (2011) e Eleven Rings: l’anima del successo (2013). Roland Lazenby: The Show: The Inside Story of the Spectacular Los Angeles Lakers in the Words of Those Who Lived It (2004), Jerry West: The Life and Legend of a Basketball Icon (2010) e Showboat, la vita di Kobe Bryant (2016). Kobe Bryant: The Mamba Mentality. Il mio basket (2018). Shaquille O’Neal: Shaq Uncut: My Story (2011). Jeff Pearlman: Three-Ring Circus: Kobe, Shaq, Phil, and the Crazy Years of the Lakers Dynasty (2020). Nell’autunno del 2021 dovrebbe essere pubblicato Remember His Name: The Rise of Kobe Bryant di Mike Sielski del Philadelphia Inquirer.


Mamba Moments


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