Non c’è miglior modo di bagnare una nuova avventura – la mia nelle pagine di LakeShow Italia -, che farlo ricordando un momento di particolare grazia. Lasciamo stare i 10 anni in meno, quando si prova un sentimento forte per una compagine, non si vuole solo che vinca. Ma che lo faccia, possibilmente, nel modo più giusto e virtuoso possibile. Quasi da far diventare la vittoria un evento di legittimazione

Ed è per questo che il titolo del 2009 avrà per sempre un posto speciale nel cuore di molti supporter gialloviola, non solo per me, in quanto rappresenta il compimento di un percorso, la quadratura di un cerchio. Per la franchigia in primis, ma anche per la vicenda sportiva ed umana di Kobe Bryant.

In copertina: Kobe Bryant #24 of the Los Angeles Lakers celebrates after defeating the Orlando Magic 99-86 in Game Five of the 2009 NBA Finals on June 14, 2009 at Amway Arena in Orlando, Florida. (Ronald Martinez, Getty Images)

Digressione

Prima di argomentare riguardo al compianto Bean, a beneficio di chi mi legge, devo premettere che nei primi anni di carriera NBA lo detestavo. Non voglio girarci attorno. Mi indisponevano l’atteggiamento, la fin troppo visibile ed ostentata fiducia nei propri mezzi ed una personale narrativa che non lo riteneva meritevole di essere il volto dei Los Angeles Lakers dopo la dipartita di Shaquille O’Neal.

Prendetela così come ve l’ho scritta, vi risparmio il processo di evoluzione del mio pensiero riguardo Bryant durante gli anni, che lui stesso definì (in quell’ultima volta che calcò il parquet dello Staples Center il 16 aprile 2016) ”The down years’‘. Ho, abbiamo avuto tutti, il privilegio di ammirare un fenomeno maturare pian piano e, pur in un contesto perdente, rimanere al timone – volente o nolente – con tutti i suoi pregi e difetti ben visibili, attraversando il deserto con e per la franchigia. Delle stagioni di Kobe Bryant del post Shaq, ne abbiamo parlato nel Mamba Moments #21: back-to-back Scoring Champion.

E siamo tornati al cerchio che si chiude, che poi guarda caso il fine ultimo, l’obiettivo, è l’anello. Per il quale serve una predisposizione genetica, come perfettamente sintetizzato dal Mago Merlino di quel successo, Phil Jackson, nel primissimo capitolo di Eleven Rings.

Non erano la squadra più straordinaria che avessi mai allenato: quell’onore spetta ai Chicago Bulls 95-96’… E nemmeno avevano il talento dei Lakers 99-00′.

Ma i Lakers del 2009 possedevano i geni della grandezza nel loro DNA collettivo, d’insieme.

Phil Jackson

La Forza del Collettivo

E questo collettivo fu costruito ad arte per essere squadra intorno al suo leader e con giocatori in campo che fossero in grado di interpretare il triangolo laterale, la cui esecuzione toccò il punto più alto di tutta la gestione targata Maestro Zen. Ai due amici della classe draft 96′, cioè Bryant e Derek Fisher era stato aggiunto il cast di supporto, pezzo per pezzo, in draft consecutivi: Luke Walton (03′), Sasha Vujacic (04′), Andrew Bynum (05′), Jordan Farmar (06′)

Il resto della crew era invece arrivato tramite trade: Trevor Ariza, presa clamorosa in cambio di Brian Cook e Maurice Evans; Lamar Odom, solo un terzo della contropartita avuta in luogo di Shaq, ma signori, tanta tanta roba, un principe di questo gioco che ci piace tanto. Sulla trade che di principe portò quello catalano, Pau Gasol, sul Sunset Boulevard… beh, non dico nulla perchè c’è poco da dire.

L’offseason angelena che precede la stagione 2008/09 è avara di colpi di scena: viene selezionato con la 58esima scelta al draft Joe Crawford, che non solo non vedrà il gialloviola, semplicemente non vedrà il campo se si eccettuano due partite con i Knicks. D’altronde la prima scelta (28°) Donte Green era finita a Memphis nell’affaire Gasol.

La free agency porta in dote Josh Powell al minimo salariale. That’s it, anche perché il payroll dei vice campioni è già ben sopra i 71 milioni (fa sorridere, eh?) della tax level stabilita dal salary cap di quell’anno.

The Journey

Pronti via e subito due ventelli in back-to-back rifilati a Trail Blazers e Clippers; le vittorie in doppia cifra saranno 11 nelle prime 16 gare (14-2) con due streak da 7w consecutive. È un Mamba ecumenico quello di inizio stagione, raramente sopra i 15 tiri tentati, ma che tira fuori l’artiglio contro Dallas (35 punti con 14/26 dal campo) e Memphis (32, 14/23 con una facilità disarmante), avversari al cospetto dei quale raramente si è risparmiato in carriera.

Il tour pre-natalizio in Florida porta la prima doppia sconfitta, con un Gasol piuttosto abulico. Nel frattempo c’è un cambio di lineup da registrare: Vladimir Radmanovic lascia il posto in quintetto a Luke Walton ma in realtà solo per poche partite e a dirla tutta è il solito fumo negli occhi di Phil: cambia per non cambiare nulla, il ruolo di small forward (che finisce le partite) è totalmente a favore di Trevor Ariza, che con Lamar Odom è l’anima della difesa di L.A. e costituisce de facto una coppia di ‘sesti uomini‘ di lusso.

A Natale ci sono i Celtics, che in quel periodo sono una macchina da guerra. Kobe e compagni li regolano nel quarto periodo: l’allungo decisivo è griffato Pau Gasol: tre canestri, due liberi ed una stoppata praticamente consecutive. Per le olive nel Martini, manco a dirlo, il #24. Da un Lakers-Celtics all’altro, il 5 Febbraio, ancora punto a punto (stavolta addirittura ai supplementari) ed ancora Pau sugli scudi, la maggior parte dei suoi 7 rimbalzi offensivi avvengono tra quarto periodo ed extra time.

Il Madison, LeBron, la “pace” con Shaq

Pur essendo la bocca di fuoco principale, la qualità del roster dei Lakers consente a Kobe di fare soprattutto il finisher. Uno scorer come Bryant però, perde il pelo ma non il vizio. Nel corso dell’annuale Grammy Road Trip, il 2 Febbraio The Black Mamba tornò per una sera quello del biennio 2006-2007. Al Madison Square Garden realizza 61 punti contro i New York Knicks, all’epoca record di punti segnati allo storico palazzo della Big Apple.

Dopo i successi contro Toronto e Boston, va in scena alla Quicken Loans Arena la sfida tra Bryant e LeBron James. Per molti, antipasto delle Finals. Il grande protagonista della gara è Lamar Odom, ma il fade-away con cui Kobe chiude la gara rimarrà indelebile nei ricordi di tutti i tifosi gialloviola.

Tra il 2007 e il 2011 Kobe e LeBron hanno raggiunto le Finals tre volte a testa, ma non si sono mai affrontati. A fine stagione, James è nominato MVP proprio davanti a Bryant. (© NBA Media Ventures, LLC.)

Si arriva all’All-Star Game di Phoenix, quello dove Shaq e Kobe si riscoprono amiconi e Co-Mvp, un’altro segnale che il passato… è passato.

Un po’ a sorpresa, prima e dopo l’All-Star Break, arrivano due trade: Radmanovic si accasa a Charlotte, percorso inverso per Shannon Brown ed Adam Morrison. Saluta invece la compagnia Chris Mihm, ceduto a Memphis per una seconda scelta. La pick del 2013 non verrà mai riscossa, in quanto all’interno della protezione TOP55 prevista nell’accordo.

Il richiamo di Tex Winter

Il presente (post partita delle stelle) parla di un’altra streak di 6 vittorie, seguita da 3 strapazzate in 5 partite, tonnellate di tiracci per Kobe, ed i soliti cazziatoni che puntualmente arrivano da Tex Winter.

Non c’è supporto. Gli altri giocatori non sono coinvolti quando lui fa così.

Tex Winter

Letteralmente l’unico essere umano che può permettersi di dire certe cose perché: a) ha l’incondizionata stima del Mamba; b) è un volpone, figlio della Grande Depressione, che ne ha viste tante e sa che dichiarazioni del genere vanno sempre controbilanciate.

Loro (i compagni) devono lavorare come professionisti; devono avere quella (di Kobe) natura competitiva.

Tex Winter

Manco a dirlo, back on track. 12 vittorie nelle ultime 15 di regular ed una difesa che sale di colpi ad ogni partita: Detroit, Denver tenute sotto agli 80, Houston appena ad 81 per ritoccare i decimali di un Defensive Rating (104.3) che si attesta come eccellenza, soprattutto se incrociato con il dato del PACE, alto (94.3) per gli standard della NBA del 2009.

I Lakers chiudono la stagione con 65 vittorie, terzo miglior record di sempre della franchigia. Il numero 24 gioca tutte e 82 le partite, mettendo a referto 26.8 punti (56.1 TS%), 5.2 rimbalzi, 4.9 assist, 1.5 recuperi, +10.9 di Net Rating e due triple-doppie. Inoltre, arriva l’ennesimo inserimento negli All-NBA First Team e All-Defensive First Team.

Playoffs time!

Gli Utah Jazz al primo turno vengono sterilizzati 4-1 ed è pressoché un clinic: non che i mormoni non siano una buona compagine, tuttavia il matchup dei due roster dal punto di vista fisico, sul parquet, si rivela impietoso.

Dopo aver vinto le due gare dello STAPLES Center, i Lakers vengono beffati nella prima gara nello Utah dal game-winner di Deron Williams. Bryant, dopo aver segnato un layup e assistito una schiacciata di Gasol negli ultimi 30″, fallisce la tripla della vittoria. Il riscatto di Kobe è immediato: 38 punti con 16/24 in Gara 4 e match point immediatamente sfruttato al rientro in California.

Dalla grande paura al ritorno alle Finals

Nel mentre, arriva la notizia che Tex Winter è stato colpito da un ictus ed i Lakers, Bryant in particolare, sembrano accusare il colpo. Anche e non solo per questo, le Western Conference Semifinals contro gli Houston Rockets, sono una battaglia. I gialloviola cadono e si rialzano, si riposizionano per mettere le cose a posto, all’interno di un loop che dura sette partite.

All’esordio i lacustri soffrono la fisicità dei texani, sparacchiano da tre e perdono una gara senza storia. La seconda partita è già un pivotal game, giocata sul campo e sul filo dei nervi. Le prime scintille arrivano tra Walton, Luis Scola e Odom. Poi D-Fish forza un blocco dell’argentino con un colpo da codice penale. A rimbalzo, Kobe colpisce l’allora Ron Artest che reagisce alla sua maniera conquistandosi l’espulsione. Sul parquet, Kobe è implacabile: 15 punti nel primo quarto per 40 complessivi con 16/27 al tiro.

In Gara 3, The Black Mamba (33 con 11/28) continua a combattere contro la difesa di Artest e Shane Battier regalando perle come il canestro da dieci metri allo scadere del terzo quarto. La frustrazione di Ron è evidente e culmina nel finale con il fallo con Gasol, che gli costa ancora l’allontanamento dal campo.

Sto solo facendo quello che so fare meglio, sfidare gli avversari. Come squadra abbiamo il nostro gioco, poi sta a me essere super aggressivo.

Kobe Bryant

Nell’ultimo minuto arriva anche l’infortunio di Yao Ming, che sembra far scendere i titoli di coda sulla serie. Ma così non è. Aaron Brooks e Scola fanno gli straordinari in Gara 4 e Gara 6, i Lakers sono travolgenti in Gara 5. Gli spettri dell’eliminazione, la possibilità che fallisse la missione di tornare alle Finals e vincerle, tirano fuori dai gialloviola una prestazione difensiva monumentale in Gara 7: razzi tenuti a 70 punti (solo 12 punti concessi nel 1Q), con il 36,8% dal campo. Per la quarta volta in nove anni, Bryant e i Lakers mandano a casa coach Rick Adelman.

Kobe vs Melo

Western Conference Finals: l’avversaria, i Denver Nuggets, è molto più tosta di quanto possa sembrare. Quella di coach George Karl infatti è una combriccola mica da ridere ed in Gara 1 è subito chiaro: i gialloviola sono costretti ad inseguire per tutto il quarto periodo, prendendo il comando solo in extremis a suon di rimbalzi in attacco e tiri liberi. Kobe prima segna il -1, poi assiste la tripla del sorpasso di Fisher, infine segna sei liberi che chiudono la gara. 40 per lui, uno in più di Carmelo Anthony.

Il pattern si ripete nelle due gare successive. Chauncey Billups decide Gara -2, mentre in Gara 3 Kobe mette l’overdrive. 41 punti col 50% abbondante dal campo, ed ancora tutti i liberi della staffa. In poche parole, se vuole (e vuole) vince. Le gare dispari della serie hanno tutte il suo marchio a fuoco, anche Gara 5, dove constatato che ha un tappo sul canestro (0/5 dal campo) comincia a lavorare per gli altri (3 assist) in particolare un Lamarvelous particolarmente ispirato.

Poi c’è Gara 6.

35 punti (12/20 dal campo, 9/9 ai liberi), 6 rimbalzi, 10 assist, +38 di Net Rating e +31 di Plus/Minus l’irreale tabellino del Black Mamba.

2009 NBA Finals

Gara 1 delle Finale meriterebbe la stessa descrizione della precedente Gara 6, perché è ancora un dominio totale, di Kobe (40+8+8) e dei Lakers (+25), d’altra parte in panchina siede un uomo che una qualsiasi gara di apertura di serie, ancora oggi, la deve sbagliare. Gara 2 è uno spauracchio, Orlando è venuta per giocare e per vincere, cosa che tra l’altro sta per succedere se non fosse che Courtney Lee fallisce il più facile dei layup a mezzo secondo dalla sirena. Overtime, si segna prevalentemente dalla linea della carità ed ancora una volta i Lakers difendono meglio quando è il momento del ora o mai più.

La serie si sposta in Florida. Dopo il passaggio a vuoto della prima gara ad Orlando, Gara 4 è un altro di quei momenti che è scolpito nella storia. Bryant spara a salve, particolarmente nel quarto periodo, la partita sembra volgere a favore dei Magic, con 5 punti in fila di Hedo Turkoglu. Pau accorcia in schiacciata e Bryant manda in lunetta Dwight Howard. Zero su due.

Poi…

È andata. Gara 5 è la fotocopia di Gara 1. Vedere Kobe, al primo MVP delle Finals, che salta impazzito dalla gioia è un piacere nel piacere.

La sfida è sempre stata: “Kobe non può vincere senza Shaq” giusto? Se avessimo fatto tutta la carriera insieme ed avessimo vinto altri titoli, Dio vi benedica ragazzi, alla Hall of Fame avrebbero detto: “Ha vinto con Shaq”.

Non volevo sentirlo. Non volevo assolutamente sentirlo. Perché sapevo di possedere la determinazione per farlo, era nuotare o affogare.

Ad un certo punto ho accettato quella sfida. Avevano ragione loro oppure io? Ho accettato quella sfida per questo.

Kobe Bryant nel 2016, riflettendo sui titoli vinti senza Shaq.

Tornare a vincere così, con questa proposta di pallacanestro su due lati del campo, guidati dal bipede più dominante della sua generazione e nel momento più alto della sua carriera, un evento che idealmente costituisce un segnalibro non dico colorato diversamente ma di sicuro di una riconoscibile tonalità, nel libro di storia di una franchigia a cui non mancano onorificenze; di diverso c’è che il titolo è arrivato attraverso un percorso ben riconoscibile e senza bruciare le tappe. E sappiamo, perché si può, ed è bello essere tifosi mantenendo un minimo di onesta intellettuale, che non sempre è stato cosi.

Alla stagione 2008/09 abbiamo dedicato anche una puntata speciale del podcast Lakers Speaker’s Corner.


Mamba Moments


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