Ad eccezione del secondo titolo del threepeat, nelle altre due stagioni i Los Angeles Lakers hanno dovuto sudare sette camicie per avere la meglio del loro avversario nelle Western Conference Finals. Nel 2000 erano stati i Portland Trail Blazers, «the best team money can buy», per usare le parole di Phil Jackson (fine stratega: sapeva benissimo di voler mettere pressioni ai Blazers, additandoli come i presunti favoriti).

Nel 2002, invece, il penultimo atto dei playoff li mise di fronte a quelli che per molti sono stati una delle squadre più divertenti della storia, una Cenerentola di quelle che attirano i favori di pubblico e addetti ai lavori, i Sacramento Kings. Per la squadra di Kobe & Shaq, l’ostacolo più grande verso il terzo titolo consecutivo sarebbe stato proprio il derby (uno dei) della California.

Della trilogia di anelli conquistati dai gialloviola tra il 2000 e il 2002 ne abbiamo parlato nel Mamba Moments #09 Kobe e i Lakers completano il three-peat. Per la serie contro Portland… Stay tuned!

In copertina: Point guard Mike Bibby #10 of the Sacramento Kings stands next to guard Kobe Bryant #8 of the Los Angeles Lakers in Game Six of the Western Conference Finals during the 2002 NBA Playoffs at Staples Center in Los Angeles, California on May 31, 2002. The Lakers won 106-102. (Rocky Widner, NBAE via Getty Images)

* Tutte le clip video, salvo diversa indicazione, sono di proprietà della NBA. Sono utilizzate a scopo divulgativo senza intenzione di infrangere copyright. © NBA Media Ventures, LLC.

Il Preludio

Durante la stagione regolare, il cammino dei Lakers fu ottimo; tuttavia, le 58 vittorie diedero loro il terzo posto nella conference dietro Kings (primi) e Spurs, con alte probabilità che una eventuale Gara 7 delle WCF si sarebbe giocata lontano dal nuovo STAPLES Center.

Il primo turno li vide affrontare di nuovo i Portland Trail Blazers, ormai lontani dalle vette raggiunte due anni prima, quando andarono ad un passo dalle Finals. La serie finì dopo sole tre partite con un cappotto dei gialloviola . La successiva serie contro i San Antonio Spurs fu ben più difficile di quello che racconta il punteggio finale; in quattro delle cinque partite disputate, gli Spurs riuscirono ad iniziare il quarto periodo avanti nel punteggio, salvo vincerne solo una. Il canestro della vittoria di Kobe in Gara 4 di fatto chiuse la serie, cosa che sarebbe poi avvenuta a Los Angeles un paio di giorni dopo.

La serie contro i Kings era quella che tantissimi appassionati aspettavano: i Campioni NBA in carica contro la migliore squadra della Lega, record alla mano, nonché una delle più spettacolari, e soprattutto equilibrate, di sempre.

Nelle quattro gare di playoff giocate a Sacramento nei due anni precedenti, Bryant ha messo a referto 37.8 punti con il 48% dal campo e 8 rimbalzi. (NBA.com via Getty Images)

Statement

Kobe arriva a quella Gara 1 decisamente in forma: ai playoff stava tenendo 26 punti, 5.5 rimbalzi e 5 assist di media. Per Bill Walton al commento «the most skilled player in the League since MJ». Decisamente una bella investitura per un ragazzo di neanche 24 anni, per di più arrivata da uno dei più grandi giocatori di sempre. Bryant inizia in sordina, lasciando che la partita venga a sé. Nei primi minuti della gara, Kobe ha un solo canestro dal campo, ma a metà del secondo quarto (quando torna in panchina) il Mamba ha segnato o assistito 11 dei 21 canestri di L.A.; il suo tabellino dice 14 punti, 4 rimbalzi e altrettanti assist.

Contro Christie, il suo marcatore durante tutta la serie, Kobe non vuole forzare. Va in penetrazione ma evita di commettere sfondamento scaricando in tempo per la tripla di George.

All’intervallo, i Lakers sono sopra di 13 nonostante i soli 9 punti di O’Neal. 16 quelli di Bryant, il top scorer del primo tempo per entrambe le squadre. Nel secondo tempo Shaq si sveglia ed entra in partita, ma anche quando torna a rifiatare in panchina, la squadra di Jackson è sempre saldamente al comando grazie ad una grande prestazione di Kobe.

Il numero 8 è autore di alcuni canestri clamorosi nel secondo tempo. Due su tutti, questi.

I Kings non mollano, arrivando prima a -9 e poi a -6 nei minuti finali della partita. Nonostante le palle perse – sette solo nel quarto periodo – i Lakers mettono in ghiaccio la partita con due liberi a testa di Fisher e Kobe. I gialloviola vincono Gara 1 alla ARCO Arena dopo aver comandato dal 38esimo secondo alla sirena finale e per Kobe il tabellino recita 30 punti (game high), 6 rimbalzi, 5 assist, 2 stoppate e 2 palle rubate. Se non è uno statement questo…

Maledetto Cheeseburger

A complicare i piani di gloria dei Lakers non ci ha pensato solo il loro avversario sul campo. La sera prima di Gara 2, Kobe ordina un cheeseburger e una fetta di cheesecake tramite il servizio in camera dell’albergo in cui la squadra alloggiava. All’una di notte, il ragazzo si sente male, ma è solo tre ore dopo che chiama il preparatore atletico della squadra, Gary Vitti, chiedendogli di venire subito in camera da lui. Vitti lo trova rannicchiato sul letto in posizione fetale in preda a tremendi dolori di pancia. La notte è lunga e costellata di gite in bagno che gli prosciugano, letteralmente, le energie.

Lo staff dei Lakers dovrà ricorrere ad ampie dosi di liquidi via flebo per rimetterlo in piedi in vista del secondo episodio della serie, che si sarebbe giocato solo qualche ora più tardi. Rick Fox, che conosceva bene l’indole di Kobe, sa che il ragazzo si esalta nelle difficoltà: «potrebbe anche giocare meglio del solito, oggi». Ecco, non andò proprio così.

Quasi tre lustri dopo, in occasione del Farewell Tour di Kobe i Kings ricordarono ironicamente l’accaduto. Anche perché all’epoca non mancarono le solite teorie complottiste su un presunto avvelenamento ai danni di Bryant.

Spalle al muro

Le successive tre partite furono decisamente complicate per Kobe e i Lakers, che ne persero tre e vinsero solo Gara 4, decisa dalla prodezza di Robert Horry sulla sirena.

In Gara 2, Kobe parte sugli scudi, finendo la partita con 22 punti, frutto di un 9/21 al tiro. Il nativo di Philadelphia non si è preso tiri diversi da quelli che normalmente è solito mandare a segno; solo che le gambe non lo sorreggono e della sua proverbiale esplosività non c’è traccia. La partita poi è condizionata anche dalle pessime percentuali da tre dei lacustri (3/19). Sacramento doveva pareggiare la serie per evitare di scavarsi una fossa da cui quasi certamente non sarebbe uscita (all’epoca i Lakers erano 31-1 nelle serie condotte 2-0) e così fece.

Gara 3 va anche peggio, con 22 punti e un brutto 8/24 dal campo. Bryant vuole partire aggressivo, ma tre dei suoi primi quattro tiri sono errori (compreso un airball e uno che scheggia a malapena il ferro). Nei primi tre quarti, Kobe segna la miseria di 6 punti e non è un caso che Sacramento sia sempre, comodamente, in vantaggio. Nel quarto periodo, lui e i Lakers trovano la via del canestro. Kobe segna 16 dei suoi 22 punti totali, ma i Kings rimangono in doppia cifra di vantaggio. Il numero 8 si fa notare anche per un paio di falli di frustrazione su Christie e Bobby Jackson.

Non è decisamente la serata sua e dei Lakers, che soccombono in casa contro Sacramento dopo le cinque vittorie consecutive ottenute nelle due serie di playoff del 2000 e del 2001.

Horry, for the win… Yes!

In Gara 4, invece, Kobe dà segni di vita, e i Lakers ne beneficiano. Nonostante un primo tempo orribile, in cui Sacto vola sul 48-24 con conseguente, copiosa, pioggia di boo sui gialloviola, totalmente in balia di Mike Bibby, su cui è anche stato provato Kobe – ma invano – e dei Kings. Bryant parte malissimo (0/4) trovando il primo canestro solo dopo quattro minuti nel secondo periodo.

Kobe sfrutta l’altezza e il fisico per punire Bobby Jackson spalle a canestro, girandosi verso la linea di fondo per sfuggire al raddoppio di Webber.

Saranno otto i punti consecutivi del Mamba (e 11 nel quarto) con Shaq in panca, utili per restringere (per modo di dire) il divario tra le due squadre a 16 lunghezze. Nel secondo tempo e nell’ultimo quarto in particolare, i Lakers riescono nella rimonta, grazie soprattutto ad una miglior difesa (che comunque sarà deficitaria per larghi tratti della serie, soprattutto in situazioni di pick-and-roll).

Bryant dimostra di avere più forza nelle gambe e incide sulla partita con giocate vicino a canestro. Ovviamente, la scena se la prende Robert Horry sulla sirena, ma per Kobe ci sono 25 determinanti punti.

Il Redivivo

Dopo aver pareggiato la serie in modo rocambolesco, i Lakers devono evitare di azzopparsi con una pessima partenza come fatto nei precedenti due episodi. Il punteggio cumulativo dei primi quarti di Gara 1 e 2 dice +15 Lakers, quello di Gara 3 e 4 è nettamente a favore (+37) dei Kings.

Una delle azioni più esemplificative della ritrovata forma di Kobe, che finirà con 30 punti, massimo in partita per ambo le squadre, è questa.

Fisher sbaglia il tiro ma Kobe lo segue e riesce a toglierlo dalla testa di Turkoglu, nonostante la posizione apparentemente non favorevole. Poi si apre dalla media e conclude l’azione che aveva tenuto viva.

Per Kobe e Shaq la partita non è assolutamente facile, avendo già collezionato il loro quarto fallo ad inizio del terzo periodo. Tuttavia, Phil Jackson li lascia in campo e alla fine del periodo il punteggio vede le due squadre in perfetta parità (frutto di un parziale di 12-4 degli ospiti sul finire della frazione).

L’ultimo periodo continua con un batti e ribatti di canestri, una costante per tutta la serie, alcuni dei quali di splendida fattura.

For your viewing pleasure, come si dice in inglese.

Nel finale, Bibby porta i suoi sopra di uno con l’ultimo possesso per i Kings. Il tiro della possibile vittoria è nelle mani di Kobe, ma il ferro gli nega la gioia della vittoria. Sacramento va in testa 3-2, ma la sensazione è che la naturale conclusione della serie sia Gara 7.

Un discusso pareggio

Gara 6 è una delle gare più controverse della storia dei playoff per via di un arbitraggio che in molti definirono scandalosamente pro Lakers. Sotto accusa c’è la discrepanza tra i tiri liberi delle rispettive squadre, un numero in netto favore per i padroni di casa, costretti con le spalle al muro a vincere per giocarsi tutto a Sacramento: 25 per i Kings, 40 per i Lakers, di cui 28 per la coppia Kobe-Shaq.

Bryant mette a segno 31 punti, 11 rimbalzi e 5 assist, e solo una prestazione mostruosa di Shaquille O’Neal (41 e 17) lo priva del titolo di migliore in campo. L’azione di cui Kobe si rende protagonista e per cui molti ricorderanno questa partita, però, è la gomitata in faccia a Mike Bibby nei secondi finali della gara.

Un fischio a dir poco controverso.

Il contatto non sembra essere intenzionale: in queste circostanze, le gomitate sono abbastanza frequenti, e Kobe, oltretutto, non sembra nemmeno essersene accorto. Ad ogni modo, il fallo è evidente, e andrebbe punito proprio il Laker. Tuttavia, gli arbitri sono di altro avviso, e finiscono per assegnare al fallo all’avversario, che non se ne capacita In tutto questo, Kobe manda a bersaglio i due liberi come se nulla fosse, mettendo in ghiaccio la partita e portando la serie alla decisiva Gara 7.

Cenerentola senza lieto fine

Gara 7 è straordinaria, la prova provata che quella tra Lakers e Kings fosse la vera finale NBA tanto le due squadre erano forti, equilibrate e, soprattutto, giocassero praticamente alla pari (non a caso, sarà l’overtime a decidere chi andrà a sfidare i New Jersey Nets nell’ultimo atto della stagione). Le cifre sono nettamente dalla parte dei Kings: le squadre, che nella storia hanno giocato una Gara 7 di playoff in casa propria, hanno vinto 67 partite e perso 14 volte.

Kobe inizia piuttosto a rilento, con tre errori consecutivi frutto anche dell’ottima difesa in aiuto da parte di Chris Webber. Nonostante ciò, la squadra di Jackson sembra essere nettamente più rilassata rispetto a quella di Rick Adelman, e va avanti di 7. Il vantaggio, comunque ridotto, accumulato fino a quel momento, viene ribaltato da un parziale di 14-4 dei padroni di casa, che approfittano dell’assenza di Shaq, sedutosi in panchina, per mettere la testa avanti.

È Bryant a rimettere in carreggiata i suoi con alcuni canestri da protagonista, compreso un and-one in campo aperto dopo una bella apertura di prima di Horry da rimbalzo difensivo.

La partita è un continuo tira e molla; quando una delle due squadre prova a dare una spallata, l’altra riesce sempre a reagire. I Lakers hanno enormi problemi nella difesa sul pick-and-roll, tanto che Bibby li viviseziona dal palleggio senza il disturbo dei lunghi gialloviola. Con l’andare della partita, l’impatto di Kobe è indubbiamente calato dal punto di vista numerico (18 dei suoi 30 punti totali – secondo dopo Shaq con 35 – sono arrivati nel primo tempo).

Tuttavia, i Lakers sono riusciti a trovare 42 punti dal trio Rick Fox, Robert Horry e Derek Fisher, soprattutto nei minuti finali del quarto periodo quando Kobe e Shaq erano palesemente in debito di ossigeno. Sulla vittoria finale c’è il sigillo di O’Neal, che segna 6 punti nel supplementare. Kobe, insieme a Fisher, mette partita e serie in ghiaccio con due liberi ciascuno.

Le gioie della vita: Michelle Pfeiffer, il cioccolato… e Kobe Bryant in campo aperto.

Federico Buffa
(Rocky Widner, NBAE via Getty Images)

L’epilogo

I Lakers sono così riusciti a superare un altro ostacolo verso il threepeat, indubbiamente il più impervio assieme alle WCF contro i Blazers. Shaq si era confermato uno dei giocatori più dominanti della storia, e Kobe uno dei top della NBA nonostante i suoi 24 anni.

La sua stella sarebbe diventata talmente brillante da voler oscurare quella del suo celebre compare, e la serie contro Sacramento è qui per ricordarcelo.


Mamba Moments


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