«Just another great day to be in L.A.». Inizia con queste parole di Bill MacDonald (l’attuale play-by-play dei Lakers) il collegamento di FSN West (oggi Spectrum), la televisione locale californiana che quel 22 gennaio 2006 trasmise Los Angeles Lakers vs Toronto Raptors. Sulla carta una banale e sonnecchiante partita di metà regular season (notoriamente il periodo più soporifero della NBA), ma nei fatti un match che è entrato nella storia della lega e ha sublimato la narrazione epica di Kobe Bryant.

Effettivamente deve essere figo vivere a Los Angeles, anche a fine gennaio. Ma l’incipit di MacDonald ha un sapore quasi profetico visto che in quel momento i great days californiani erano più legati alle giornate soleggiate sul Pacifico o alle scorribande hollywoodiane di Brad Pitt e Leonardo Di Caprio che alle imprese di quei Lakers ormai orfani di Shaq.

Una partita contro la grigia Toronto dell’ancora acerbo Chris Bosh, giocata tra l’altro nel giorno del celebre Championship Sunday del Football, difficilmente avrebbe potuto ispirare sensazioni positive.

Non a caso Joel Meyers, che in quella stagione era il commentatore ufficiale delle partite dei Lakers per FSN West (oggi segue i Pelicans), quel giorno si trovava a Seattle per commentare in radio la vittoria dei Seattle Seahawks contro i Carolina Panthers nell’NFC Championship Game.

Lo sostituì proprio quel Bill MacDonald che evidentemente sapeva meglio di tanti altri che con Kobe Bryant in campo il great day è sempre dietro l’angolo.

In copertina: Kobe Bryant #8 of the Los Angeles Lakers puts up a shot over Jalen Rose #5 of the Toronto Raptors on January 22, 2006 at Staples Center in Los Angeles, California. Bryant scored 81 points in the Lakers 122-104 win over the Raptors. (Noah Graham, NBAE via Getty Images) Tutte le clip video, salvo diversa indicazione, sono di proprietà della NBA. Sono utilizzate a scopo divulgativo senza intenzione di infrangere copyright. © NBA Media Ventures, LLC.

Due squadre brutte

I Los Angeles Lakers e i Toronto Raptors sono due squadre mediocri. I californiani hanno da poco chiuso il ciclo Shaquille O’Neal e dopo aver spedito The Big Diesel a Miami iniziano un processo di ricostruzione con al centro Kobe Bryant.

La stagione 2004/05, la prima post Shaq, si rivela un fallimento totale, culminata con le dimissioni per problemi di salute di coach Rudy Tomjanovich e con la mancata qualificazione ai playoff. Si riparte allora l’anno successivo con un gradito quanto discusso ritorno sulla panchina gialloviola: Phil Jackson. Dopo aver definito nel suo libro Bryant come «uncoachable» , il maestro Zen decide di rimettersi in discussione e di riappacificarsi con Kobe. Ci riuscirà velocemente.

Nonostante, però, la reunion tra Jackson e Bryant i Lakers sono comunque una squadra con scarsa qualità offensiva, tanti chili e centimetri sotto canestro e totalmente dipendente dalla vena realizzativa del Black Mamba. Insomma, sono lontani anni luce dal competere per qualcosa di importante.

I californiani arrivano a quella partita contro i Raptors con un record di 21-19 e reduci da due brutte sconfitte contro i Kings all’overtime (nonostante un Bryant da 51 punti) e i Suns di Nash e D’Antoni. Il match casalingo del 22 gennaio è dunque una buona occasione per reagire e prepararsi al lungo road trip ad Est.

Toronto non se la passa certo meglio. Dopo un inizio di stagione disastroso (1-15) la squadra allenata da Sam Mitchell riesce a trovare un minimo di senso tecnico e vince 8 delle ultime 12 partite prima di arrivare allo Staples. Il record rimane, però, negativo: un 14-26 che testimonia tutte le difficoltà di una compagine guidata dall’astro nascente Chris Bosh (più di venti punti di media per lui fin lì) e dalla leadership di un veterano come Jalen Rose, ma comunque povera di talento e allenata piuttosto male.

Esegesi di una prestazione leggendaria

Basta guardare i quintetti per comprendere il livello delle due squadre. I Lakers partono con Parker, Bryant, Odom, Mihm e Brown; i Raptors rispondono con Rose, James, Bonner, Peterson e Bosh. La squadra di Jackson mette in campo uno starting five gigantesco, soprattutto se lo paragoniamo alla NBA del 2021, mentre Toronto si presenta con un quintetto leggerino per l’epoca.

E infatti nei primi minuti di gara i second chance points sono, insieme ai morsi di Bryant, le uniche fonti di approvvigionamento di un asfittico attacco gialloviola.

Il primo canestro di Kobe arriva con una penetrazione andando a sinistra e un reverse layup. Esplosività, velocità e creatività.

Qui Bryant capisce subito che la difesa dei Raptors non sarà particolarmente provante per un giocatore che viaggiava a più di 40 di media nelle ultime dodici.

Il secondo è il più classico fadeway kobiano (o kobesco fate voi) dal gomito. Ma se escludiamo le suddette sfuriate del Black Mamba il menù proposto dai Lakers è scarno e sgradevole. I gialloviola entrano tardi e male nei set offensivi della TPO di Jackson e le spaziature sono dai mani nei capelli. Il risultato è una serie di tiri forzati con scarsa possibilità di successo.

Nella metà campo difensiva non va meglio, anzi… I gialloviola rientrano in transizione con una lentezza disarmante (auguri a far correre su e giù per il campo i corpaccioni di Brown e Mihm) e si trovano sotto 21-11 dopo sei minuti di gioco. Lo spartito non cambia nel resto del parziale e i Lakers chiudono il primo quarto indietro 29 a 36, con un Kobe da 14 silenziosi punti (5-10 dal campo) e un problemino fisico che, a suo dire, lo ha condizionato all’inizio della partita.

La sera prima ho dovuto lavorare con la mia fisioterapista perché il ginocchio mi dava parecchio fastidio. Così ho fatto la fisioterapia e ordinato una pizza con il salame e una soda. Ho trascorso così quella sera.

Kobe Bryant

L’inizio del secondo quarto è, se possibile, ancora peggiore dei primi dodici minuti, complice anche l’assenza di Bryant che si accomoda in panchina alla fine del primo parziale. Dopo l’ennesimo possesso offensivo imbarazzante con infrazione di tre secondi di Kwame Brown (40-29 Raptors), Phil chiama time-out con il pubblico di casa che inizia a mormorare. Jackson però resiste alla tentazione di mettere subito dentro Kobe.

I Raptors giocano a zona per sfruttare lo spacing criminale dei Lakers che, non a caso, faticano a costruire un singolo tiro buono. A metà secondo quarto i gialloviola sono sotto di 14 tirando con il 35% dal campo. I fischi dello STAPLES adesso diventano chiari e abbastanza rumorosi, questa volta Jackson non può non rimettere dentro Kobe.

Nel primo possesso al rientro dal timeout Bryant spiega subito ai suoi compagni come battere la zona: canestro da tre dal lato sinistro del campo senza esitazioni. Poi però sbaglia due tiri consecutivi e commette un’infrazione di passi in partenza non da lui. Tutto sommato non sembra la serata migliore del tre volte campione NBA nonostante fin qui abbia segnato 17 dei 37 punti dei Lakers.

Il finale di secondo quarto diventa quasi una sfida personale tra Kobe e Mike James. Il primo inizia ad attaccare con più costanza ed efficienza il ferro, mentre il secondo è infallibile con il suo pullup da tre.

Il primo tempo si conclude così con i Raptors avanti 63-49. Il tabellino recita 26 punti per Bryant (10/18 dal campo), 0 punti per un inquietante Lamar Odom, 23 punti (10/32) per tutti gli altri Lakers che indossano una maglia diversa dal numero 8.

Toronto invece gioca sul velluto e chiude il primo tempo con il 62% dal campo e 7/10 da tre. Stu Lantz (storico commentatore televisivo delle partite dei gialloviola) dice che pagherebbe per essere nello spogliatoio dei Lakers all’intervallo e sentire le parole di Phil.

Phil era molto calmo all’intervallo. Era sempre così. Ci ha parlato degli aggiustamenti da prendere e ad un certo punto ha detto: «Vi rendete conto che state perdendo di 14 contro questa squadra? Siete meglio di così».

Devean George

Comeback

Se qualcuno si aspettava una reazione di orgoglio da parte dei Lakers all’inizio del terzo quarto sarà rimasto deluso. Kobe sbaglia i primi due tiri del secondo tempo e i californiani subiscono l’ennesima tripla in transizione di Mike James (6/6 da tre). Lo spartito, dunque, sembra essere il medesimo dei primi 24 minuti. Dopo una tripla di Matt Bonner arriva addirittura il massimo vantaggio Toronto (+18).

C’è però una giocata che nella mia percezione potrebbe avere cambiato l’inerzia dell’incontro. Nel momento di massima confusione Lakers e di massima esaltazione Raptors, Jalen Rose prova un passaggio dietro la schiena come a voler irridere gli avversari. Sarà un caso, ma da lì in poi inizia un’altra partita con Kobe che comincia a giocare con il fuoco dentro.

Bryant realizza 4 jumper consecutivi, due senza ritmo per battere la zona e due in transizione. Odom dalla lunetta interrompe una striscia di 19 punti consecutivi di Kobe a cavallo tra secondo e terzo periodo. Ma siamo solo all’inizio della sfuriata dell’asso dei Lakers.

Il numero 8 è ormai inarrestabile in single coverage e lo dimostra quando segna uno dei canestri più belli della serata: double pump fake sul lato destro del campo, Morris Peterson non abbocca alle sue finte ma il Black Mamba riesce comunque a portare a casa due punti con fallo.

Quante volte avete visto quelle finte e quel piede perno?

Senza neanche rendercene conto siamo già a quota 44 punti per KB8 che diventano subito 47 con il sesto jumper consecutivo (4 sono triple), l’ennesimo tiro senza ritmo dal lato destro del campo per battere la zona.

Chi prende Kobe?

Ho sempre avuto la sensazione che Bryant considerasse la zona come una sorta di affronto personale. Alcune sue prestazioni memorabili come la finale olimpica di Pechino 2008 o l’intera serie contro i Suns nelle Western Conference Finals del 2010 sono arrivate proprio contro una zona di stampo FIBA ma che in quegli anni diversi allenatori iniziavano ad implementare anche nella NBA.

Sarà forse per il suo background cestistico europeo ma Kobe sapeva esattamente come manipolare la 3-2 o la 2-3 sfruttando i suoi punti deboli. E nella partita contro i Raptors distrugge i suoi avversari proprio trovando gli spot migliori contro la zona, facilitato in questo compito da un jumper particolarmente preciso quella sera.

Il nostro piano gara difensivo prevedeva una zona 2-3. Non avevamo grande stazza sotto canestro, quindi l’obiettivo del nostro coaching staff era costringere i Lakers a tirare dal perimetro e pensavamo che la zona potesse essere il giusto rimedio. Non andò molto bene.

Jalen Rose

Dopo il primo possesso ho capito subito che sarebbe stata una grande serata per me perché le loro rotazioni difensive erano davvero lente. Mi bastava fare due palleggi e arrivavo dritto al ferro.

Kobe Bryant

Per anni si è discusso della difesa dei Raptors contro Bryant in quella partita iconica. Alcuni giocatori come Jalen Rose hanno dovuto sopportare a lungo l’onta di aver subito 81 punti da un singolo giocatore.

La verità, come hanno dichiarato diversi protagonisti, è che per almeno tre quarti di gara la strategia difensiva di Toronto ha funzionato. Sì, Bryant ha fatto il bello e il cattivo tempo, ma Sam Mitchell era riuscito nel compito di annullare completamente gli altri e soprattutto di condurre la partita.

Purtroppo per lui, però, la sfuriata di Kobe alla fine del terzo periodo manda totalmente in confusione la sua squadra, risveglia gli animi sopiti dello STAPLES e degli altri figuranti in maglia gialloviola.

One Man Kobe Bryant Show

In pochissimi minuti i Lakers recuperano lo svantaggio di 18 punti e prima pareggiano l’incontro con due liberi di Smush Parker, poi passano addirittura a condurre con due punti arrivati in seguito ad una rubata di Kobe che come un ballerino di danza classica riesce a non pestare la linea laterale e schiaccia i punti 50 e 51 della sua partita.

Kobe, Kobe everywhere…

I Raptors sono completamente in bambola, commettono prima un’infrazione di passi sulla ricezione della rimessa, poi una violazione di 8 secondi e infine perdono su un taglio back door non un avversario qualunque, ma l’uomo più caldo del mondo in quel momento: Kobe Bryant.

Il numero 8 conclude così il terzo quarto a quota 53. I Lakers, invece, chiudono la frazione con un parziale di 12-0 e addirittura si trovano avanti di 6 dopo 36 minuti di gioco.

All’inizio dell’ultimo periodo la difesa dei Raptors inizia ad essere finalmente un po’ più fisica, ma di fatto i canadesi non hanno gli strumenti per arginare questo Kobe: non hanno un difensore sopra la media sugli esterni e non hanno sotto canestro dei lunghi in grado di complicare gli assalti al ferro del Mamba.

Così dopo un paio di conclusioni sparate a salve, Bryant arriva a 59 punti con uno dei rarissimi pick-and-roll giocati dalla squadra di Jackson, lui spezza il raddoppio e porta a casa il canestro più fallo (sbaglia il libero supplementare). L’appuntamento con il sessantello, però, è solo rimandato. Slalom tra i pali della difesa canadese culminato con un tocco morbido che a malapena sfiora la retina. Più nove Lakers e 61 punti per il nativo di Philadelphia.

Dopo il quinto fallo di Peterson, adesso Kobe viene preso in consegna da Jalen Rose (finalmente i Raptors passano a uomo) che però commette subito un fallo sciocco e regala a Bryant tre liberi e la possibilità di realizzare il suo career high, superando i 62 punti in tre quarti portati a casa un mese prima contro i Mavs.

Adesso si entra nel momento kobiano per eccellenza, quando cioè il fenomeno gialloviola inizia a sentire l’odore del sangue, vede un traguardo epico lì a portata di mano e allora non si ferma più. Kobe riceve come una pantera in uscita dai blocchi, i Raptors decidono inspiegabilmente di non raddoppiarlo, lui ci pensa un attimo e poi spara un’altra tripla in faccia a Jalen Rose.

67.

Nel possesso successivo finalmente Toronto esegue un raddoppio fatto bene che costringe Kobe a chiedere un time-out. In uscita dal TO, arriva la mano benedetta di Phil che disegna un gioco per impedire a Toronto di gettargli addosso un secondo uomo e così Bryant sfrutta il blocco di Kwame Brown e segna un pullup da tre.

70. 

Kwame Brown con la giocata migliore della sua partita…

Sì, siamo a 70 punti e ancora mancano 5 minuti alla fine del match. I Lakers sono avanti di 15 ma ormai è da un pezzo che il risultato è diventato accessorio. Tutti gli occhi e tutte le vibrazioni sono rivolte verso l’uomo con la maglia numero 8.

Già superato il career-high (69 punti) della sua musa Michael Jordan, adesso Kobe punta alla più grande prestazione della storia dei Lakers: i 71 punti di Elgin Baylor. Del resto la carriera di Bryant è sempre stata una rincorsa ossessiva ai più grandi del gioco e questa serata non è da meno.

Adesso comincia la fase dell’ignoto, sappiamo dove siamo ma non sappiamo dove lui potrà arrivare. Partenza in palleggio andando a sinistra, pump fake e jumper dalla media.

72. 

Nel possesso successivo questa volta va a destra, arriva nel pitturato, sfrutta il contatto con Bonner per creare separazione, short mid range e swish.

74.

So smooth.

I Raptors sono ormai in confusione e lo dimostra il fatto che si permettono persino il lusso di lasciare una tripla aperta a Bryant che, forse stupito di poter tirare con tutto questo spazio, sbaglia.

Poco male, nel possesso seguente spezza il raddoppio con un palleggio dietro la schiena e Bosh è costretto a commettere fallo per evitare altri due. Adesso l’obiettivo sono i 78 di Chamberlain, la seconda scoring performance di sempre della NBA. A segno i due liberi.

76.

Arrivati a questo punto e con una prova di killeraggio dell’avversario così certosina, Kobe non avrebbe certo bisogno di regali, ma è ben felice di accettare i tre liberi gentilmente concessi da Graham.

Mentre Bryant tira i liberi a Phil Jackson viene una delle sue strane idee: sostituire Kobe. Lo aveva già fatto un mese prima, nella famosa gara dei 62 punti in tre quarti, quando con il risultato acquisito l’asso gialloviola non entrò più in campo nel quarto periodo nonostante ci fosse la concreta possibilità di battere un record.

Non stavo contando i suoi punti, allora mi sono rivolto a Frank Hamblen (assistente dei Lakers) e gli ho detto «Penso che dovremmo farlo uscire» e lui mi ha risposto «Non credo che potrai, ha 77 punti». Così lo abbiamo lasciato in campo fino agli 80.

Phil Jackson

Kobe non sbaglia dalla lunetta.

79. 

Chamberlain superato. La storia diventa leggenda. Ora non resta che arrotondare il numero che sarà inciso per sempre negli annali e allora Bryant si sbarazza facilmente del malcapitato José Calderon e viene mandato nuovamente in lunetta. Altri due liberi e il cerchio si chiude.

81.

81 punti, 55 nel solo secondo tempo, 28/46 dal campo, 7/13 da tre, 18/20 ai liberi, 1.9 punti per ogni minuto giocato. La seconda più grande prestazione di sempre dietro solo ai 100 punti di Chamberlain.

I Raptors potrebbero finire la partita palla in mano ma decidono in maniera maldestra e gentile di perdere la sfera, dando così la possibilità a Kobe di avere la sacrosanta standing ovation del pubblico dello STAPLES e quella ideale del mondo intero.

Una prestazione, quella di Bryant, che ha segnato la NBA di quell’anno e degli anni successivi. Ancora oggi quando NBA TV o ESPN manda in onda quella partita tanti giocatori la commentano come se fosse in diretta. Se i 100 punti di Chamberlain sono qualcosa di ineffabile, gli 81 punti di Kobe sono assurdamente reali.

Non puoi fermare il volere di Dio.

Lamar Odom

È il joystick umano del basket.

Andrew Bynum

Quell’anno era in missione. Era sempre in palestra da solo. Era sempre il primo a presentarsi agli allenamenti. Sinceramente non so quando dormisse. Mi chiamava all’una di notte per chiedermi qualcosa e alle 5 era già pronto per allenarsi. Ha sacrificato tutto per essere il miglior giocatore del mondo.

Ronny Turiaf

La Hall of Fame voleva la mia canotta e le mie scarpe e io stavo per dargliele perché pensavo «Che figata che un giocatore ancora in attività abbia la sua roba nella Hall of Fame».

Ma Vanessa mi ha costretto a tenere la canotta e dare loro solo le scarpe. Così adesso la maglia di quella partita è incorniciata a casa nostra.

Kobe Bryant

Everything is possible

Ci sono stati tanti momenti gloriosi ed esaltanti nella carriera di Kobe Bryant e noi abbiamo provato maldestramente a raccontarveli. Ma gli 81 punti sono forse il ricordo più presente nella memoria collettiva degli appassionati di pallacanestro e non solo. Gli 81 punti sono il singolo uomo che batte un intero collettivo, sono la perfetta rappresentazione dell’impresa dei grandi eroi epici, sono la dimostrazione che, a volte, ciò che sembra impossibile può accadere.

Questa partita testimonia quanto sia forte il potere dell’immaginazione. Tanti giocatori pensano che segnare 80 punti sia impossibile. Pensano che 50 sia un numero raggiungibile, forse 60 se sei veramente “caldo”.

Io non ho mai avuto questo limite. Mai. Ho sempre pensato che 80 punti fossero possibili, che 90 punti fossero possibili, che 100 punti fossero possibili.

Questa partita dimostra dove puoi arrivare se non ti poni alcun limite.

Kobe Bryant

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