Talen Horton-Tucker, scelto dagli Orlando Magic con la 46esima chiamata del Draft del 2019 e subito girato ai Los Angels Lakers, è stato il giocatore che ha acceso i cuori dei tifosi gialloviola nelle partite della NBA Preseason. A suon di prestazioni sempre più convincenti, THT sta trovando un posto in rotazione nelle ultime partite come primo cambio tra le guardie.

Una lunga intervista con Mike Trudell ci fa conoscere il ragazzo di Uptown, a nord di Chicago, che dalla Simeon Career Academy è arrivato nella NBA.

L’infanzia a Chicago

Quale è stato il tuo primo approccio con il basket? Giocavi con gli amici? Partitelle al campetto? Gare ufficiali? Frequentavi campi estivi dedicati al basket?

Ho giocato praticamente ovunque. Ho fatto tutto quello che hai appena elencato.

Il palazzo dove si trovava il mio appartamento aveva un canestro da basket sul retro. Sono cresciuto giocando lì tutto il giorno.

Ho iniziato a giocare basket organizzato circa a quattro anni e più crescevo, più diventavo competitivo.

Quale fu la prima squadra nella quale giocasti?

La mia prima squadra è stata quella di Villa Park, nella zona Nord di Chicago. Ci chiamavamo «Rockets», nella categoria «Itty Bitty» (dai tre ai cinque anni, ndr).

Ed eri già bravo?

Penso di aver sempre saputo come giocare a basket. Ero in grado di fare cose che agli altri non riuscivano e ciò mi dava la convinzione di essere abbastanza bravo.

I Miti: Michael Jordan e Derrick Rose

La città di Chicago ha una grande storia legata al basket, ma non sono sicuro di aver parlato con qualcuno che è nato lì dopo il ritiro di Michael Jordan. Penso che abbia comunque avuto un’influenza importante nella scena cestistica della città, e ipotizzo che tutti indossassero il 23, o sbaglio?

Si, per chi cresce a Chicago, Michael Jordan è tutto, anche per me che sono nato dopo i suoi titoli. Potevi ancora percepire l’eredità che ha lasciato.

Mia madre mi raccontava storie delle vittorie negli anni 90, con tutti che uscivano di casa per la parata. La tradizione cestistica di Chicago è ricca, una vera «basketball city».

Tua madre era fan del basket? Hai ereditato da lei parte dell’amore per il gioco, o questo viene tutto da dentro di te?

Mia madre apprezzava alcuni giocatori di cui era tifosa, ma non direi che fosse una grande fan del basket fino a che non iniziai a giocarci. Il mio amore per il gioco nasce da dentro di me.

Come alcuni sanno, la tua high school – la Simeon Career Academy – ha una grande tradizione cestistica. Derrick Rose ci giocò quando tu eri un bambino prima di andare a Memphis nel 2007, tu dovevi avere 7 anni. Ti ricordi l’influenza che lui ebbe, soprattutto quando torno a Chicago per giocare nei Bulls?

Ero un grande fan di D-Rose, mentre crescevo osservavo il suo percorso e tutto quelle che fece sin dai tempi del high school. Ero un grande fan anche di Anthony Davis. Volevo arrivare al livello di questi due giocatori, perciò giocare con AD in questo momento è per me una grande esperienza.

Gli amici-rivali

Quando hai iniziato a giocare nel circuito AAU (Amateur Athletic Union) e contro quanti giocatori NBA hai giocato in quel periodo?

Ho iniziato a giocare a circa 7/8 anni ed ho cominciato comprendere i quartieri di Chicago attraverso il basket: la zona Sud, la zona Ovest e la zona Nord, da dove venivo. Mi ricordo di aver giocato contro alcuni ragazzi che ora sono in NBA.

È abbastanza incredibile, per me, sfidare alcuni con cui battagliavo quando avevo 11/12 anni, come RJ Barrett, Zion Williamson, Cam Reddish e Naz Reid. È molto bello vederli sul parquet.

Hai qualche ricordo specifico di partite contro uno di questi giocatori?

Mi ricordo di aver giocato contro RJ, perché eravamo senior nello stesso anno alla high school. Essere in grado di sfidarci, uno contro l’altro, ora in NBA è molto bello.

Qualcuno dei tuoi compagni di high school gioca ancora?

Circa sei/sette dei Senior da Simeon andarono a giocare in Division I. Zach Norvell, che era un two-way player per i Lakers, era un mio compagno di squadra. Un altro è Xavier Pinson, che è all’università di Missouri. Simeon ha questo genere di tradizione, che permette ai giocatori di avanzare «di livello».

Growing Up in the Windy City

Come è cresciuto il tuo gioco a Simeon? Ricevere lettere di reclutamento da alcune università ti ha fatto capire che qualcosa bolliva in pentola?

Gli scout hanno iniziato a notarmi dopo il mio anno da freshman, dove i miei anni di lavoro si sono “uniti” allo sviluppo del mio corpo.

C’era pressione nel giocare a Simeon dopo Derrick Rose, o era qualcosa che tu hai accettato di sostenere?

Sento di avere bisogno della pressione. La voglio e necessito di tutta la pressione che può esserci, per poi essere in grado di affermare che l’ho superata. Essere andato a Simeon ed essere arrivato in NBA come gli altri è fantastico.

Ciò ci porta al tuo debutto nei playoff NBA contro gli Houston Rockets, quando Frank Vogel ti ha messo in campo in Gara 3 e Gara 4 ed è sembrato che non badassi all’importanza del momento. Sei stato aggressivo sin dal primo istante, segnando 14 punti in 17 minuti ed hai difeso su ali come James Harden ed Eric Gordon.

Si, penso che questo rappresenti ciò che sono ed il mio “essere” di Chicago. Lo noti nei giocatori che vengono da lì, vedi la loro determinazione e durezza. È davvero raro per noi fare un passo indietro, questo è un atteggiamento che ci portiamo dietro ovunque andiamo.

Io ho frequentato Northwestern, nella zona Nord di Chicago, ad Evanston, ed ho percorso in lungo ed in largo la città per diversi compiti giornalistici, scoprendone la sua grandezza. Come descriveresti Chicago?

Io sono di Uptown, un quartiere non molto distante dall’Università. Molte persone non conoscono l’estensione di Chicago, alcune volte senti di eventi che accadono in altre zone, anche se è circa la stessa città ovunque.

Mentre cresci nel quartiere impari cosa fare e cosa non fare. Può succedere di avere amici che prendono una strada diversa dalla tua. È dura crescere a Chicago ma se hai le giuste persone attorno ce la si può fare.

Spesso LeBron James parla di sé come «il ragazzo che viene da Akron» e come non fosse previsto per lui “riuscire” nella vita, ma il basket era una «guida luminosa». Senti di provare lo stesso sentimento verso il basket, che ti ha permesso di arrivare dove volevi?”

Come ho già detto, crescendo avevo praticamente un campo da basket nel mio cortile, quindi avere questo tipo di sollievo dallo stress fu importante. Giocavo costantemente a pallacanestro, indipendentemente da quello che era successo quel giorno. Sapevo solo che era quello che volevo fare.

Iowa State e il Draft

Come hai deciso di andare alla Iowa State University?

Volevo andare in un college dove avrei potuto mettere in evidenza le mie qualità e avere l’opportunità di vincere. È stata un grande esperienza per me quando abbiamo trionfato nel campionato della Big 12.

Nella tua unica stagione hai fatto registrare 11.8 punti in 27.2 minuti, con 4.9 rimbalzi, 2.3 assist e 1.3 rubate. Coi Cyclones avete fatto una grande cavalcata nel torneo della Big 12, dal seed numero 5, battendo Baylor, Kansas State e Kansas. Da questo momento, quale è stato il processo che ti ha portato a dichiararti per il Draft NBA?”

Al termine della stagione, mi sono consultato con mia madre perché volevo sapere cosa pensasse. Lei mi disse che era una mia decisione e che mi supportava.

Quando ho deciso di dichiararmi per il Draft, alcune persone dissero che non ero pronto, ma ho creduto in me stesso ed ho scommesso su di me. Sento di aver portato a termine il “lavoro” finendo nel team giusto.

Io non guardo molto basket collegiale, ma so che i Lakers hanno avuto molto successo al Draft nello scegliere al termine del primo giro e all’inizio o nella parte centrale del secondo, grazie alle capacità di Jesse Buss e Rob Pelinka.

Tu avevi subito anche un infortunio al piede che non ti ha permesso di prendere parte alla Combine e che poteva inficiare la tua possibile posizione al Draft. Mi sembra evidente che i Lakers abbiano visto qualcosa di speciale in te…

È una questione mentale, soprattutto quando vieni scelto tardi nel Draft. Il mio atteggiamento era semplice, avrei fatto quello che andava fatto, indipendentemente dalla posizione in cui fossi stato scelto.

Durante la Combine a Chicago ho scoperto di avere una frattura da stress al piede. Questa è stata una delle ragioni che mi ha fatto scendere nel Draft, ho superato questo imprevisto rimanendo positivo durante un periodo d’incertezza.

L’approdo ai Lakers e la G League

Lo scorso anno i Lakers erano una squadra forte, con veterani e con un gruppo di guardie talentuose davanti a te nelle gerarchie. C’erano però i South Bay Lakers, dove anche Alex Caruso ha giocato prima che il suo ruolo aumentasse in NBA. Come ti ha aiutato la G League nel tuo anno da rookie?

La G League è stata importante, mi ha permesso di migliorare e giocare minuti contro avversari di livello NBA.

Il coaching staff è stato importante, poiché mi ha permesso di sviluppare aspetti del mio gioco che poi sarebbero serviti per giocare nei Lakers.

Ho usato l’intero anno come preparazione per essere pronto nella Lega.

Prima ho menzionato il tuo debutto ai playoff contro Houston. Vogel ci aveva detto in conferenza stampa che stavi facendo benissimo in allenamento e che lo avevi costretto a trovarti uno “spazio” in campo. Come hai guadagnato la fiducia dei tuoi allenatori e dei veterani in quegli allenamenti, al ritorno da quattro mesi di stop dovuti all’inizio della pandemia?

Quando mi alleno cerco sempre di imparare. Guardo i miei compagni e cerco di imitarli. Non parlo molto. Mi limito ad osservare con attenzione.

Nella bolla è come se il gioco stesse iniziando a rallentare ed ho trovato il ritmo. Poter giocare tutti i giorni con questi avversari è stato fantastico.

Hai imparato molto, allenandoti insieme ad uno dei più grandi di sempre (LeBron) o ad una della più intelligenti guardie NBA, come Rajon Rondo.

Nella bolla riguardavo i filmati di alcune partite insieme a Rondo in hotel. Avere qualcuno come lui o LeBron, che ti dica dove sbagli in modo da poterti migliorare, è importante.

Essere a contatto con due giocatori del genere è pazzesco, ma avere anche altri compagni pronti ad aiutarmi è stato molto importante.

L’esplosione

Come sei passato dalle tue performance nei playoff a questo training camp, appena due mesi dopo, dove risalta la tua partita di preseason da 33 punti contro i Clippers?

Ho continuato ad allenarmi come facevo al termine della passata stagione. La quarantena non mi ha fermato. Volevo migliorarmi a tutti i costi, penso che la bolla sia stata un’altra esperienza importante. L’ho chiamata “la scuola di basket”.

Sei riuscito a goderti un po’ dell’emozione delle partite di questa stagione o (come ritengo più probabile) rimani concentrato sui tuoi obiettivi?

È bello sentire parlare bene di te ma sto cercando di rimanere concentrato e di migliorare ogni giorno. Questo è il mio obiettivo principale. Ho solo venti anni e mi sembra che non ci siano limiti. Imparare da questi veterani è stato grandioso per la mia carriera.

Ti sembra di usare un “trucco” alcune volte, poiché hai la possibilità di imparare direttamente da LeBron, nella sua diciottesima stagione, mentre gioca a livello MVP?

Si mi è successo alcune volte (ride)! Ogni tanto mi fermo a pensare che LeBron non sta insegnando a nessun altro ventenne nel mondo come fare delle letture che non tutti fanno. Sto ricevendo qualcosa che nessun altro ha in questo momento.

Lo stesso discorso vale per AD, KCP e l’anno scorso Rondo, da cui imparavo come guidare una squadra. Ero molto contento quando il suo ruolo è aumentato durante i playoff.

Stu Lantz, durante le telecronache per Specrtum SportsNet, dice che rendi al massimo quando hai la palla tra le mani. Come hai bilanciato questo aspetto con le altre necessità di squadra, come giocare lontano dalla palla quando in campo c’è LeBron e giocare in difesa?

Voglio solo giocare e migliorare. Devo essere in grado di fare qualsiasi cosa che mi permetta di scendere in campo. Farò qualunque cosa mi chiedano. Penso di poter essere schierato ovunque, grazie alla capacità di fare molteplici cose sul campo.

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