Se guardi giocare Malik Monk è difficile non tifare per la sua affermazione nella NBA. La spensieratezza e la naturalezza con le quali esegue movimenti dall’elevato coefficiente tecnico, ti spingono a parteggiare per lui. La realtà però è stata fin qui respingente. Anche e soprattutto per colpe sue.

Così dopo quattro stagioni trascorse nella Carolina del Nord tra (pochi) alti e (tanti) bassi, gli Charlotte Hornets hanno deciso di rescindere la qualifying offer rendendolo unrestricted free agent (cosa abbastanza inusuale per un giocatore che esce dal contratto da rookie). Invece di provare a cambiare il proprio destino nella lega scegliendo una squadra che potesse offrirgli minuti, Monk decide a sorpresa di firmare per i Los Angeles Lakers accettando una sfida difficilissima, ma proprio per questo molto affascinante.

Le statistiche citate, se non altrimenti specificato, sono tratte da Synergy Sports™ (SS), Cleaning The Glass (CTG), NBA Advanced Stats (NBA) e Basketball Reference (BR). Tutte le clip video, salvo diversa indicazione, sono di proprietà della NBA. Sono utilizzate a scopo divulgativo senza intenzione di infrangere copyright. © NBA Media Ventures, LLC.

A Kid from The Woodz

Chissà quale sarà stata la reazione della comunità di Lepanto, cittadina rurale dell’Arkansas da poco più di 1.800 abitanti che ha dato i natali a Malik Monk, quando Woj ha annunciato che il loro enfant du pays avrebbe giocato per la franchigia più titolata al mondo. L’ex shooting guard di Charlotte ha un rapporto quasi viscerale con la sua terra d’origine. Un senso di appartenenza visibile sul suo corpo dove campeggiano due tatuaggi: sull’avambraccio destro il prefisso della città (870) e sul torace la scritta The Woodz, il quartiere popolare del playground che ha visto nascere e crescere Malik.

L’inizio della sua carriera cestistica lasciava presagire un futuro da protagonista assoluto nella NBA. L’atletismo strabordante e le doti realizzative mostrate all’High School gli sono valse prima un ingombrante paragone con Derrick Rose, poi una chiamata di Calipari a Kentucky che ha scontentato i suoi conterranei desiderosi di vederlo giocare per Arkansas.

Ai Wildcats Monk forma insieme a De’Aaron Fox un backcourt estremamente divertente e chiude la stagione con quasi 20 punti di media dimostrando di essere uno scorer purissimo, con abilità tecniche e atletiche per fare bene anche al piano di sopra. Tra le partite da ricordare del suo unico anno al college c’è sicuramente quella da 47 punti contro North Carolina, una prestazione che rappresenta ancora oggi il record assoluto per un freshman in quel di Kentucky e che certifica la facilità con la quale The Kid from The Woodz riesce a fare canestro.

La sua avventura in NBA inizia nel 2017, quando viene scelto alla 11 dai Charlotte Hornets. Ma il periodo in North Carolina non è dei migliori. Tra incomprensioni con coach James Borrego, difficoltà a reggere l’impatto fisico con i più grandi e soprattutto problemi comportamentali che sfociano in una squalifica per violazione del protocollo anti-droga, Monk non riesce mai a trovare continuità.

Un nuovo inizio

Nella passata stagione, però, il prodotto di Kentucky si presenta al training camp con un’altra testa, consapevole di avere un debito con la franchigia che gli ha dato fiducia e di doversi conquistare il suo secondo contratto nella NBA. Nell’ultimo anno aveva davanti Ball, Rozier e Graham, ma con il passare del tempo è riuscito a scalare le gerarchie di Borrego. Tra fine gennaio ed inizio febbraio, quando si è reso protagonista del suo career high da 36 punti e 9/13 da tre in una vittoria contro Miami, Monk si è guadagnato un posto nelle rotazioni e ha iniziato a giocare il miglior basket della carriera.

Nei due mesi successivi Lik ha viaggiato a 14 punti di media tirando con il 46.2% dal campo e il 42.4% da tre. La presenza contemporanea in campo di più shot creator nella second unit di Charlotte ha probabilmente agevolato i compiti di Monk rispetto ai primi anni nella lega.

Una delle caratteristiche che ha ostacolato maggiormente il suo sviluppo è stata la tendenza ad avere troppa fiducia nelle sue capacità realizzative. Una peculiarità che lo ha portato spesso e volentieri a forzare troppi tiri dal palleggio e in generale a prendere la scelta sbagliata per l’attacco.

Nella passata stagione, invece, Monk è rimasto di più nello spartito sfruttando anche le attenzioni generate da LaMelo Ball e Gordon Haywar. Borrego lo ha utilizzato principalmente come creatore secondario sui ribaltamenti, come tiratore spot up o come ball handler principale in transizione. In situazioni di questo tipo, dove può ricevere in maniera più dinamica, il prodotto dei Wildcats ha dimostrato di essere molto efficace mettendo in mostra il suo arsenale offensivo fatto di esitation, step back, crossover, chiusure al ferro spettacolari e pullup dalla lunghissima distanza.

Potrei pubblicare decine di highlights come questi di Monk alias The God of Dunk come lo ha soprannominato Eric Collins, il telecronista play-by-play degli Hornets.

Monk è un giocatore semplicemente elettrizzante quando è in fiducia. Il fisico gracilino lo rende ancora esitante quando deve assorbire i contatti nei pressi del canestro, ma non gli mancano sicuramente le qualità per essere un scorer completo anche in NBA. La chiave dei suoi miglioramenti nella passata stagione e del suo futuro nella lega è sicuramente il jump shot.

Dopo tre stagioni nelle quali non aveva mai tirato meglio del 34% da tre, l’anno scorso Monk ha concluso la stagione con il 40.1% da dietro l’arco su 5 tentativi a partita. La forma di tiro appare abbastanza fluida e il tocco è molto buono. Qualora dovesse migliorare la sua shot selection non mi stupirei di vederlo tirare stabilmente con il 40% da tre o giù di lì.


Monk si muove spesso con i tempi giusti per creare una linea di passaggio per i compagni. Quest’anno i suoi miglioramenti off the ball sono stati particolarmente evidenti.

Un jolly per i Lakers

Nei Lakers di Westbrook, James e Davis, avrà sicuramente tantissimi tiri aperti come quelli che ha mandato a bersaglio con ottime percentuali nella passata stagione (86%ile nelle situazioni catch and shoot unguarded). Probabile, dunque, che Vogel provi ad insistere sulla strada intrapresa da Borrego sfruttandolo come creatore secondario dopo un passaggio consegnato (come THT l’anno scorso) e tiratore spot up, magari in una second unit con Nunn e LeBron.

Quest’anno i Lakers schiereranno quasi sempre dei quintetti con tanti ball handler, una strutturazione che limiterà il numero di possessi in cui Monk dovrà creare per sé e per i compagni mettendo così a freno le sue manie di protagonismo.

Da non sottovalutare la capacità di Monk di muoversi lontano dalla palla e di sfruttare la sua gravity tagliando a canestro.

La sensazione però è che al momento il prodotto di Kentucky parta fuori dalle rotazioni. Il ballottaggio sembra essere tra lui ed Wayne Ellington, con quest’ultimo favorito visto il suo status maggiore e le sue doti da tiratore naturale che saranno parecchio utili in una squadra con Westbrook, LeBron e AD. L’arrivo di Rajon Rondo, inoltre, rende ancora più affollato il backcourt e delicate le scelte di Vogel. Monk potrebbe rappresentare allora un autentico jolly, un giocatore da cavalcare nei periodi in cui è in fiducia e nelle serate in cui riposeranno le super star.

Per trovare un posto stabile nelle rotazioni dovrà invece migliorare il suo rendimento nella metà campo difensiva dove, al netto di qualche sporadica buona lettura off the ball, appare ancora troppo indisciplinato e disattento.

Difensivamente Monk si perde spesso l’uomo che taglia dal lato debole, mentre sulla palla ha un baricentro abbastanza alto che lo porta sovente a farsi battere sul primo passo.

Di sicuro con Malik Monk i Lakers hanno firmato un giocatore dall’alto upside ad un prezzo irrisorio (minimo salariale). Non sarà facile gestire l’anima veterana della squadra e l’irrequietezza agonistica e comportamentale di Lik, ma qualora il ragazzo dell’Arkansas dovesse fare un ulteriore step mentale e tecnico rispetto alla passata stagione, allora i gialloviola avrebbero un’altra potente arma offensiva da mettere sul campo di battaglia. Per la gioia di chi, come il sottoscritto, si è preso una cotta per lui.

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