In copertina: Kendrick Nunn e Talen Horton-Tucker (Lakers.com)

Nei prossimi giorni i roster delle squadre NBA cambieranno: dalla ricerca dell’All Star all’incastro del role player perfetto, gli obiettivi delle trenta franchigie sono vari e non sempre chiarissimi.

I Los Angeles Lakers, come sempre, saranno tra i team più chiacchierati nei prossimi giorni anche se realisticamente asset – …e forse anche le idee – sono pochi. I nomi potenziali in uscita sono noti, quelli in entrata, possibili o meno, pure.

La scorsa deadline portò in maglia gialloviola Andre Drummond; il valore aggiunto dato da The Big Penguin è stato trascurabile, anzi probabilmente i Lakers hanno ottenuto più minus che plus dall’arrivo di un giocatore superfluo per ruolo e caratteristiche tecniche. Un errore che si commette spesso quando si è disperatamente alla ricerca del miglioramento è quello di “fare tanto per fare”. Il mancato lieto fine della storia di Drummond in maglia Lakers ci dice che non è esattamente la strategia giusta.

Di conseguenza, se un front office NBA può commettere un errore del genere, è legittimo che i tifosi dei Lakers possano sognare oltre i limiti del cap e del valore realistico degli asset che Pelinka & Co. hanno tra le mani.

Per far “convergere” questi sogni sulla strada “giusta”, noi di LakeShow cerchiamo di spostare sempre la discussione sui need che questo roster ha, piuttosto che sulla ridda di nomi che ovviamente si inseguiranno fino alla trade deadline, prevista alle 21 italiane del 10 Febbraio.

📌 Point of no return

Nelle scorse settimane i Lakers hanno subito una sconfitta difficile da digerire contro gli Atlanta Hawks di Trae Young. Proprio il californiano ha preso in mano la partita nel quarto periodo, segnando delle triple importanti ma anche servendo due assist per Okongwu. Le schiacciate di Onyeka hanno infiammato i georgiani e spento i gialloviola.

Molto è stato scritto sulle disattenzioni di Johnson, e parzialmente Davis, nella marcatura del rookie degli Hawks in questi possessi.

Per me, il peccato originale che ha permesso all’ex Trojans di spadroneggiare è stato commesso nella marcatura di Trae: lasciare ad un giocatore come Young la possibilità di “vedere il campo” facendolo fronteggiare da difensori “piccoli”.

Errore che in parte si può imputare a Vogel per la poca lucidità e in parte alla mancanza di alternative. Dire che Frank avrebbe potuto schierare Johnson sul pallone è lo statement più ovvio. Pensare che Ariza potesse aiutare vuol dire sia essere ottimisti che comprendere il punto della questione.

I Lakers hanno bisogno di difesa point of attack, ma che cosa esattamente vuol dire?

KCP e Caruso sono stati due difensori PoA fenomenali. Alex e Kenny sono diversi sia per caratteristiche fisiche che per il tipo di difesa sul pallone che possono mettere in campo rispetto ad un profilo come Stanley. Chiaro? Forse no.

Cerco di fare un esempio: nella bolla Kentavious Caldwell-Pope ed Alex Caruso hanno fatto un lavoro incredibile nella marcatura di James Harden e Damian Lillard. Pressione a tutto campo, incanalamento dei pick-and-roll, lock-and-trail; in generale tutte mosse votate a limitare i meccanismi di innesco della creatività dei fenomeni sopracitati.

In pratica i Lakers hanno portato le due stelle in zone di campo dove potevano essere meno efficienti.

Non è questo però l’unico modo in cui si può difendere PoA giocatori ball dominant. Negli scorsi playoff, proprio contro Young, Ben Simmons ha fatto un grande lavoro in single coverage, facendogli vedere la minore porzione possibile di campo ed utilizzando l’enorme apertura alare come “oscurante”.

Negli attuali Lakers Bradley e Reaves dovrebbero eseguire i compiti che in passato hanno avuto KCP & Caruso; Johnson, ad un livello più basso ovviamente, potrebbe fare idealmente un lavoro a là Simmons.

Inutile dirvi che un obiettivo chiaro dei Lakers è accaparrarsi almeno un difensore PoA di buon livello. Che poi sia simile a Caruso o Simmons per tipologia non fa grossa differenza: il profilo deve portare in dote una delle due caratteristiche difensive sopra descritte. Ovviamente con la qualità massima che i Lakers si possono permettere in questo momento e in funzione degli asset a disposizione.

🐘 Big man, again?

DeAndre Jordan e Dwight Howard sono stati tra i peggiori della stagione, non c’è molto altro da aggiungere.

In un equilibrio di “squadra”, anche nella NBA dominata dalle ali e dalla versatilità un lungo con una certa size resta necessario. Sarebbe bello avere un clone di AD, ma basterebbe avere un giocatore che possa far respirare il monociglio. L’esperimento di LeBron da 5 è stato sicuramente affascinante, ma mi sento di poter dire tranquillamente che non è difensivamente sostenibile per quanto offensivamente vantaggioso.

Un’ulteriore ragione rilevante per avere un settepiedi presentabile a roster è quella di poter disporre di una soluzione per il single coverage nelle partite in cui si affrontano lunghi dominanti come Nikola Jokic. Prendere un giocatore che possa aiutare principalmente a non essere massacrati al ferro quando The Brow non è nei paraggi, potrebbe essere la falla più facile da tappare.

Trovare un interno “rigettato” dall’attuale paradigma della lega per fare 15 minuti non dovrebbe essere impossibile e permetterebbe di “pensionare” definitivamente la combo DeAndre & Dwight.

🏀 Control the board

Tra le tante problematiche che i Lakers hanno avuto durante questa stagione una evidentissima è stata l’inefficienza a rimbalzo difensivo. Ma l’incapacità di controllare i rimbalzi è solo la punta di un iceberg enorme.

Ventottesimi per percentuale di tiri da tre punti contestati, sedicesimi per rimbalzi contestati catturati, ventisettesimi per loose ball recovered (le palle 50-50 per intenderci).

Il messaggio che passa guardando i Lakers e considerando i numeri di cui sopra è che la squadra abbia poca reattività e voglia.

Come si può alla trade deadline ovviare ad una problematica del genere? Sostanzialmente non si può. L’idea deve essere quella di firmare quanti più giocatori possibili con “gambe” e voglia, cercando di ovviare ad un evidente errore di strutturazione del roster commesso quest’estate.



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Ingegnere, partenopeo disperso tra le Alpi svizzere, world traveler. Ho cominciato con Clyde Drexler per finire ai Lakers. Everything in its right place, no?

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