In copertina: LeBron James, Anthony Davis and Russell Westbrook (NBA.com)

Dopo l’ennesima sconfitta per i Los Angeles Lakers, la numero 29 in stagione, Russell Westbrook ha parlato con la stampa riguardo alla partita e al suo discusso utilizzo da parte di coach Frank Vogel, che l’ha nuovamente lasciato in panchina per buona parte dell’ultimo quarto.

Un’ulteriore prestazione deludente (10 punti, 10 rimbalzi, 5 assist con 4 palle perse ed il 27% dal campo in 26 minuti totali) ha poi portato i tifosi della crypto.com Arena a fischiare il numero 0: è dal 3 gennaio che Brodie non segna almeno 20 punti in casa.

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Ecco le sue parole in merito ai Boo scoppiati nell’arena:

«Li prendo come un segno di rispetto. Non saranno dei fischi a far cambiare il mio mindset e le mie opinioni su questo gioco. La cosa più importante è continuare a sfruttare il mio talento per il basket e, attraverso questo, aiutare le persone. Non si gioca a basket per sempre. Mi diverto molto e mi piace competere ad alti livelli, ma non è tutto nella vita, dunque non do molto peso a incitazioni e fischi.»

Westbrook è uscito nel terzo quarto con 2:34 sul cronometro per non rientrare più sul parquet. Russ ha dunque assistito senza partecipare alla timida rimonta dei Lakers seguita dal colpo decisivo dei Milwaukee Bucks, che hanno chiuso 116-131.

«Ho incoraggiato i miei compagni, nonostante la brutta serata, e ho detto loro che avrei voluto aiutali in campo. Sfortunatamente, invece, non ho potuto… ma non sta a me decidere. Posso essere un leader e tutto ciò che la squadra necessita in un determinato momento. Finché non mi chiamano per uscire, mi impegno al massimo.»

«Non si conosce mai il momento preciso in cui si entrerà o si uscirà… così come, personalmente, non si conoscono molte altre cose. Così trovare ritmo e costanza è difficile, ma queste non sono decisioni che sono in capo a me, dunque bisogna andare avanti.»

Al numero 0 poi stato chiesto se coach Vogel lo avesse avvisato della decisione di non farlo più rientrare:

«No, non l’ha fatto, ma non deve farlo necessariamente: le decisioni e le motivazioni di esse sono in capo a lui, il mio lavoro è invece quello di presentarmi, essere positivo e lavorare a testa bassa al meglio delle mie possibilità, incoraggiando i miei compagni a fare lo stesso.»

A detta sua, uno come lui non dovrebbe mai assistere a questo tipo di momenti seduto, lontano dallo sviluppo del gioco:

«Onestamente credo che non dovrei stare in panchina nei finali di partita. Ho lavorato molto, guadagnandomi rispetto ed il diritto di esserci negli ultimi minuti. I numeri parlano, non devo essere io a farlo. Ancora una volta però, non sono decisioni che prendo io: è lo staff ad occuparsene e a dover decidere ciò che è meglio per la partita.»

Insomma, la situazione sul parquet sembra sempre più logorante, partita dopo partita; in più, tali screzi (seppur mascherati da sorrisi poco opportuni) extra-campo non possono che mettere ancor più in difficoltà l’ambiente.

Riusciranno a risolvere tutto, magari cambiando qualcosa entro la trade deadline di domani?

L’intervista completa di Russell Westbrook:



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Vent’anni, torinese, appassionato di sport dalla nascita e di pallacanestro NBA da qualche anno dopo. Nel tempo libero studio Economia Aziendale.

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