In copertina: Lamar Odom (Lisa Blumenfeld, Getty Images), elaborazione grafica di Francesco Anelli

Non è semplice approcciarsi alla storia di Lamar Odom. La storia di uomo cui la vita – sotto forma di fato, volere divino, destino, o decidete voi cosa – ha più tolto che dato. E se questo saldo è negativo per un uomo che ha vinto nella squadra più importante della lega più cool del mondo, e che è stato sposato con una delle donne più potenti della TV americana, significa che il contrappeso è veramente rilevante.

È questo che rende difficile parlare di Lamar e di una vita da tragedia greca, fatta di alti e bassi, di tante luci quante ombre. Non è possibile infatti scindere l’uomo dal giocatore, perché sono uno lo specchio dell’altro. Il contrappasso tra le luci e le paillettes dei riflettori di Hollywood e la morte, solo sfiorata di persona ma toccata con mano in altre forme, è troppo evidente per essere ignorato.

👨‍👨‍👦 Early Life

Lamar Joseph Odom nasce il 6 novembre 1979 nel Queens, New York da Joe Odom e Cathy Mercer. Lui, veterano del Vietnam dipendente dall’eroina che entra ed esce regolarmente dal carcere. Lei, scherzo del destino, guardia penitenziaria a Rikers Island. Quando è a casa, Joe è violento nei confronti della moglie e questo fa sprofondare il piccolo Lamar in un vortice fatto di paura e tensione. Gli unici ricordi d’infanzia che tutt’oggi affiorano nella mente di Lamar «coinvolgono paura, dolore e ansia».

Come se già non bastassero gli enormi problemi casalinghi, anche il contesto sociale nel quale Odom cresce è estremamente degradato. L’unico modo per «essere fighi» è «stare agli angoli delle strade vendendo droga e fumando erba». All’età di dodici anni, Lamar perde mamma Cathy a causa di un tumore al colon. Sarà solo la prima di tante, troppe volte, in cui Odom si troverà faccia a faccia con la morte.

«C’è un solo modo in cui sono riuscito a farcela: il dannato basket.»

Il giovane Lamar si trasferisce a vivere dalla nonna Mildred Mercer (come sempre in queste situazioni, sono le nonne a prendersi cura dei ragazzi), e nel frattempo sviluppa sempre più abilità nell’unica maniera attraverso la quale riesce a cauterizzare le sue sofferenze: giocare a basket.

Gli anni dell’High School

Con l’iscrizione alla Christ the King Regional High School, nel Queens, Odom aderisce ad uno dei programmi cestistici migliori della città. In squadra con lui ci sono due futuri giocatori NBA: Speedy Claxton (sette anni con cinque franchige e il titolo 2003 con San Antonio) ed Erick Barkley (due stagioni a Portland prima di girare per mezza Europa). Nei mitici circuiti AAU cittadini, invece, Lamar gioca al fianco di Elton Brand e dell’allora Ron Artest. Il futuro Metta World Peace è nato esattamente una settimana dopo Odom, nello stesso quartiere. Le vite, le storie e le carriere dei due figli del Queens hanno molto in comune, e il fatto che riusciranno a sublimare i rispettivi percorsi da compagni di squadra, dona alla storia un fascino del tutto particolare.

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Il grosso problema di Lamar non è però in campo, dove si fa decisamente notare, bensì sui banchi di scuola. I suoi voti sono talmente bassi da impedirgli di mettere piede sul parquet (probabilmente vi era anche un deficit di attenzione mai diagnosticato) e così Odom è costretto a cambiare istituto. Nel suo anno da senior Lamar cambia prima città trasferendosi a Troy (poco a nord della Grande Mela) alla Redemption Christian Academy, e poi addirittura stato, andando a New Britain, Connecticut. Qui termina l’anno alla St. Thomas Aquinas High School totalizzando complessivamente 25 punti, 15 rimbalzi, 8 assist e 3 rubate di media. Alla fine dell’anno, vince il Parade’s magazine Player of the Year del 1997, e si classifica secondo nel più prestigioso Mr. Basketball USA dietro a Tracy McGrady.

Nonostante i problemi fuori dal campo, il talento di Odom è troppo cristallino per non essere attenzionato dai college di prima fascia. Ma è proprio nella scelta dell’università, che la vita di Lamar viene circondata ancora una volta da una nube nefasta. Nell’estate del 1997, Odom si reca a Las Vegas per iniziare l’avventura alla UNLV, uno dei programmi cestistici da sempre più interessanti della nazione.

Dal Nevada al Rhode Island

A Sin City le cose si mettono male fin da subito. Lamar finisce al centro di uno scandalo che porterà l’NCAA ad indagare e a punire (nuovamente) l’Università del Nevada a Las Vegas a causa dei suoi metodi di reclutamento. Oltre ad un punteggio sospetto nel test di immatricolazione, l’accusa sostiene che a Lamar fossero stati versati sottobanco circa 6.000 $, pratica assolutamente vietata dall’associazione. UNLV decide perciò di rilasciare Odom, che rimane comunque in città nonostante non ne avesse più alcun motivo. Dopo circa un mese, viene arrestato con l’accusa di sfruttamento della prostituzione e rilasciato su cauzione.

Per Lamar è tempo di ritornare sulla East Coast, dove riesce ad accedere all’Università del Rhode Island di Kingston come studente non immatricolato (perdendo quindi ogni supporto economico). Dopo aver resistito un anno, grazie all’aiuto economico del padre, Odom riesce a scendere in campo nel 1998/99, suo primo ed unico anno universitario, portando i Rams al primo successo nell’Atlantic 10 Tournament della loro storia. Dopo essere stato Rookie of the Year e MVP del torneo, per Lamar è tempo di compiere il grande salto.

🏀 Welcome to the NBA

Il 30 giugno 1999 Lamar Odom viene scelto dai Los Angeles Clippers con la 4° chiamata al Draft. Nemmeno in questa occasione, però, le cose vanno normalmente. I Chicago Bulls hanno la prima scelta assoluta e Jerry Krause è fortemente orientato a scegliere Odom. In una delle interviste pre-Draft, però, a detta di Lamar, gli vengono poste da parte del GM dei Bulls delle domande sulla sua vita privata che lo mettono in imbarazzo e lo fanno infuriare.

Lamar decide così di non presentarsi al workout programmato a Chicago, facendo aspettare in aeroporto per un’intera giornata sia Krause che Tim Floyd, allora allenatore dei Bulls. Nel mentre, Odom era in una spiaggia a Long Island. I Bulls scelgono quindi Elton Brand che, altro intreccio del destino, dopo essere cresciuto con Lamar nei circuiti AAU, pochi anni dopo comparirà sull’iconica copertina di SLAM insieme a Odom e Darius Miles.

«Sarebbe stato bello essere la prima scelta ed averlo nella biografia come giocatore di basket. È un rimpianto. Sarebbe stato speciale, ma non è successo, e le cose accadono per un motivo.»

I Clippers dei primi anni ’00 sono una squadra con tanto hype e tante personalità complesse al loro interno. Oltre ai già citati Brand e Miles, negli anni vengono aggiunti Keyon Dooling, Corey Maggette e Quentin Richardson. Tanto talento, tanti infortuni e uno spogliatoio complesso sono spesso un cocktail perfetto affinché le cose non vadano come ci si aspetti, e questi Clippers non fanno eccezione.

Nei suoi quattro anni ad L.A. Odom colleziona rispettivamente 15, 31, 39 e 27 vittorie, troppo poco. Nonostante questo, Lamar è uno dei giovani più interessanti dell’intera NBA nonché l’archetipo di una tipologia di giocatore che da lì a qualche anno diventerà molto comune nella Lega: il lungo tuttofare.

L.A. – Miami – L.A.

Nell’estate del 2003 Odom diventa free-agent e i Clippers decidono di non rinnovarlo, preferendo investire su Elton Brand. Dopo quattro stagioni chiuse complessivamente oltre i 15 punti e 7 rimbalzi di media a partita, il 47% di eFG e andando per tre volte oltre il 30% dall’arco, Lamar diventa un pezzo appetibile sul mercato. Pat Riley lo convince a raggiungerlo a Miami, dove Odom firma un contratto da 6 anni per 67 milioni complessivi, diventando il terzo giocatore più pagato della squadra.

Lamar rimane affascinato dall’organizzazione e dalla Heat Culture, dichiarando fin dalla preseason che «se hai talento e vai a Miami, questo verrà massimizzato». L’anno passato in Florida è probabilmente uno dei più belli non solo della carriera ma anche della vita di Odom. Nello Stato del Sole splendente Lamar è un giovane uomo, padre di due bambini, che dopo un’infanzia e un’adolescenza travagliate si sente finalmente apprezzato e ben voluto. Ha appena firmato un contratto ricchissimo, sente un grande affiatamento con i nuovi compagni e sente la fiducia di una leggenda del gioco come RIley.

«Pat Riley, ragazzi. Ha fatto di tutto per me. Mi ha fatto capire che giocatore ero e che giocatore sarei potuto diventare.»

L’anno di Odom a Miami si conclude con quasi una doppia doppia di media a 17,1 punti e 9,7 rimbalzi a partita, cifre che mantiene anche ai playoff (16,8 punti e 8,3 rimbalzi), dove la cavalcata degli Heat si interrompe al secondo turno contro i Pacers di Reggie Miller, Jermaine O’Neal e Ron Artest. Fino qui, è l’anno migliore della carriera di Lamar.

Di contro, il 2003/04 è uno degli anni più dolorosi per i tifosi Lakers. La squadra era assemblata per vincere il titolo grazie anche alle aggiunte di Karl Malone e Gary Payton, ma l’implosione dello spogliatoio attorno alla diatriba tra Kobe e Shaq porta ad un sonoro 1-4 in finale contro i Pistons. I giorni a Los Angeles di O’Neal sono finiti, e in estate viene imbastita una trade tra Lakers e Heat che spedisce The Big Aristotele in Florida in cambio di Caron Butler, Brian Grant e Lamar Odom.

Per saperne di più si vedano i Mamba Moments Kobe e i Lakers completano il three-peat e Back-to-back Scoring Champion.

Luci e Ombre

Se la carriera di Odom è in fase ascendente, lo stesso non si può dire della sua vita privata. Los Angeles è una città che, come una piovra, può avvolgere ed ammaliare con i suoi tentacoli pieni di luci ed eccessi, chi non riesce a contenersi. Ai tempi dei Clippers, Lamar era già stato fermato due volte dalla NBA per violazione del protocollo antidroga. L’allora moglie Liza Morales era ritornata a New York con i due figli della coppia, Destiny (1998) e Lamar Jr. (2002).

Nel 2003, Lamar perde nonna Mildred, il suo punto di riferimento e colei che lo aveva cresciuto al posto di mamma Cathy. Il numero 7, con il quale Odom ha sempre giocato in NBA era il numero fortunato della nonna, e Lamar ha sempre voluto omaggiarla vestendolo.

«La gioia di essere scelto nel roster si è rapidamente trasformata in ansia quando i funzionari olimpici mi hanno informato che avrei dovuto passare un test antidroga.»

Nell’estate del 2004, prima di iniziare la nuova avventura con i Lakers, Odom viene convocato da Larry Brown per far parte del roster di Team USA per i giochi di Atene. Solo che, per parteciparvi, deve superare un test antidroga, e in quell’estate Lamar fuma regolarmente marijuana. Sapendo che non avrebbe mai superato il test, utilizza l’urina di un suo amico per ingannare gli ispettori e andare alle Olimpiadi dove conquista il bronzo contro la Lituania.

Purple and Gold

Nei suoi primi anni in gialloviola, Odom gioca sicuramente su buoni livelli e stringe un’amicizia vera con Kobe Bryant. Tuttavia, non riesce a compiere gli step necessari per portare il suo gioco ad un livello superiore, cosa che in molti si aspettavano. Nei piani della dirigenza Lakers, Odom sarebbe dovuto diventare la spalla di Kobe, il secondo violino della squadra in grado di riportare i Lakers a competere per il titolo.

Al primo anno in gialloviola, Odom riesce a registrare una doppia doppia di media (15,2 punti e 10,2 rimbalzi), ma la squadra si ferma a sole 34 vittorie. L’anno successivo, i Lakers riabbracciano Phil Jackson in panchina. Coach Zen guida Kobe & Co. fino ai playoff, e da settimi, i californiani riescono a portare i Suns di Steve Nash e Mike D’Antoni fino a Gara 7. I numeri messi insieme da Odom rimangono di buon livello sia in regular season (quasi doppia doppia a 14,8 punti, 9,2 rimbalzi e un ottimo 37,2% da tre) che ai playoff (doppia doppia da 19,1 punti e 11 rimbalzi).

Quella stessa estate, però, si consuma uno dei drammi più grossi della vita di Odom. Solo sei mesi prima, il 15 dicembre 2005, era nato Jayden, il terzogenito di Lamar e Liza. Il 29 giugno 2006 Jayden viene trovato morto nell’appartamento di New York dove vive con la mamma. La causa è la SIDS (sindrome della morte improvvisa del lattante), un fenomeno che ancora non è stato compreso a fondo dalla comunità scientifica.

«Non ho pianto per Jayden per tre anni. Ho pensato che se avessi pianto avrei reso la sua morte reale. Non ho pianto perché potesse vivere.»

Per Odom è un colpo devastante. A soli 26 anni ha già perso la mamma, la nonna e un figlio.

Fantasia: Lamar non è un giocatore convenzionale. Il ball handling e la coordinazione sono decisamente fuori dal comune per un lungo di quasi 2,10 metri.

La stagione 2006/07 è di fatto una fotocopia della precedente, sia per i Lakers che per Odom. I gialloviola chiudono nuovamente al settimo posto in Regular Season, e vengono di nuovo eliminati dai Suns (questa volta in sole 5 partite). I numeri del 7 angeleno rimangono in odore di doppia-doppia (15,9 punti e 9,8 rimbalzi), ma a 27 anni, è ormai chiaro a tutti come Odom non possa trasformarsi nel secondo violino che servirebbe ai Lakers e a Kobe per fare il passo definitivo verso il titolo.

💍 Il primo anello

Il tassello mancante nel roster gialloviola si rivelerà essere Pau Gasol. Il catalano approda a L.A. dopo una chiacchierata trade con i Grizzlies, e il suo arrivo proietta immediatamente i Lakers in una nuova dimensione. Nell’estate del 2008, i californiani approdano in Finale, ma vengono sconfitti dai Celtics per 4-2. La sconfitta è bruciante, specialmente perché la sconfitta in Gara 4 (che porta Boston sul 3-1 e che di fatto chiude la serie) arriva dopo aver depauperato 21 punti di vantaggio.

L’anno successivo vede i Lakers chiudere la stagione con un record di 65-17, eguagliando il secondo miglior risultato nella storia della franchigia. Per Odom, è l’inizio di una nuova vita cestistica. Fino alla stagione 2008/09, Lamar era partito in quintetto in 573 delle 587 partite fin lì disputate (97,6%), e ai Lakers non era mai partito dalla panchina nelle quattro stagioni precedenti. Da qui in poi, Odom inizierà da starter 111 delle 374 rimanenti partite della carriera (29,6%) e la sua media minuti passerà da 37 (dal 99/00 al 07/08) a 27,7 (dal 08/09 al 12/13).

«Non voglio essere dannoso per la squadra, specialmente quando è una squadra da titolo.»

Nonostante qualche mugugno iniziale, Lamar accetta di buon grado il suo nuovo ruolo, e la nuova macchina assemblata da Phil Jackson conduce una stagione con il pilota automatico (con l’unica eccezione delle semifinali di Conference contro Houston) fino al trionfo sugli Orlando Magic per 4-1. È il quarto titolo di Kobe, il decimo di Jackson e il primo di Lamar. Il ragazzino del Queens, orfano di madre dall’età di dodici anni, è sul tetto del mondo nella squadra più importante della NBA.

Con l’anello al dito, Odom si ritrova free agent. Dopo un mese di negoziazione e nonostante le sirene di South Beach, firma con i Lakers un contratto da 33 milioni di dollari per i successivi quattro anni. In un’intervista a Shelley Smith di ESPN, Lamar dichiara di aver «sempre voluto tornare ai Lakers, perché abbiamo vinto il titolo. Sto giocando per il più grande brand del mondo. E sto giocando con il centro più fluido e talentuoso al mondo, Pau Gasol, […] e ovviamente con Kobe Bryant».

«Ora ho l’opportunità di giocare con Ron Artest, un ragazzo che conosco da quando avevo 16 anni. Per me significa molto.»

L’animo del ragazzo del Queens però, non ha mai lasciato e non lascerà mai Lamar. Ed è così che l’arrivo ai Lakers dell’amico Ron Artest, risulta essere decisivo per convincere Odom a rifirmare per i gialloviola. Ed è proprio ad una festa tenuta da Ron che Lamar incontra per la prima volta Khloé Kardashian. A distanza di un solo mese, i due si sposeranno, e Odom entrerà definitivamente ed irrevocabilmente nel gotha dello star system USA.

Back-to-back

Il 2009/10 dei Lakers è il naturale prosieguo dell’annata precedente. La squadra ha una struttura rodata, nella quale il ruolo di Odom continua ad essere quello di sesto uomo in uscita dalla panchina. I gialloviola chiudono l’annata con 57 vittorie, ed approdano ai Playoff con il primo seed nella Western Conference.

L’approdo alle Finals arriva dopo che Pau Gasol contro i Thunder prima, e Ron Artest contro i Suns poi, chiudono le serie con due tap-in sulla sirena dopo altrettanti errori al tiro di Kobe. Nell’atto conclusivo, L.A. ritrova Boston, in quella che sarà una delle Finali più iconiche del nuovo millennio.

Contropiede: anche in questo, Odom è un giocatore fuori dalla norma. Non è raro che, partendo dal rimbalzo difensivo, Lamar conduca il contropiede della squadra, chiudendolo personalmente o servendo assist per i compagni.

Lungo tutto l’arco dei Playoff, Odom non inizia mai le partite, ma in compenso le chiude quasi tutte. Gara 7 all’allora STAPLES Center non fa eccezione, ed è proprio Lamar, a partita ormai finita, a gettare in aria l’ultimo pallone che Kobe rincorre, in quello che è diventato un momento epico nella storia della franchigia e della NBA in generale.

È il titolo di Kobe in tutto e per tutto, quello che scolpisce il suo nome nella Leggenda, ma è anche il titolo di un gruppo coeso, composto da amici prima che compagni (e questo lo si capirà, tristemente, qualche anno più tardi). Odom di questo gruppo è parte integrante, tanto che John Black, ex Vice-Presidente e responsabile PR dei Lakers, lo aveva definito come il «coltellino svizzero» del roster, alludendo alla sua versatilità nell’andare d’accordo con tutti.

Dal Mondiale al Sixth Man of the Year

L’estate del 2010 per Odom non è connessa solamente al suo secondo titolo NBA. Lamar viene infatti selezionato da coach Mike Krzyzewski per partecipare ai mondiali in Turchia. Team USA è un rullo compressore che rifila uno scarto medio di 25 punti agli avversari, e di quella squadra, Odom è il primo rimbalzista e il quarto per minuti giocati. Per Lamar la medaglia d’oro rappresenta il riscatto dal doloroso terzo posto del 2004.

Il 2010/11 a livello individuale è probabilmente il miglior anno di Odom. Lamar mantiene sempre il suo ruolo di sesto uomo, e mette insieme alcune delle migliori cifre della carriera. Il numero 7 gialloviola chiude l’annata a 14,4 punti e 8,7 rimbalzi di media, tirando da tre con il 38,2% e dal campo con il 53% (11° in NBA, 5° se si considerano solo coloro con più di 10 tiri a partita).

Gioco interno: un aspetto del gioco più “classico” nel quale Odom riesce a segnare spesso prendendo anche il fallo. Lamar è anche un ottimo rimbalzista offensivo, che riesce a convertire i rimbalzi in punti rapidi. Infine, da buon lungo, un’altra arma efficace è il gioco in post spalle a canestro.

Questi numeri, uniti alle 57 vittorie dei Lakers, consentono a Lamar di conquistare il primo ed unico premio individuale della carriera da professionista: quello di Sixth Man of the Year. Odom rimane, ad oggi, l’unico Laker ad aver vinto il premio. Alla cerimonia di premiazione, tenutasi allo Sheraton Gateway Hotel, non lontano da El Segundo, insieme a Lamar ci sono i suoi amici (ancora prima che compagni) Kobe Bryant, Derek Fisher e Luke Walton.

I Lakers del 2010/11 sono però una squadra vecchia e appagata (dei giocatori di rotazione, solo Bynum e Brown hanno meno di 30 anni), ed escono al secondo turno di Playoff per mano dei futuri campioni NBA, i Dallas Mavericks, con un secco 4-0. La sera dell’8 maggio 2011, all’American Airlines Center, Phil Jackson allena l’ultima partita della sua leggendaria carriera, e Odom veste per l’ultima volta la canotta gialloviola.

🔄 La caduta

Ad inizio estate del 2011, Lamar Odom è reduce da un biennio in cui ha vinto due titoli NBA e l’oro mondiale, è il Sixth Man of the Year in carica ed è sposato con una delle donne più potenti della TV americana, che gli permette di diventare famoso anche al di fuori del parquet.

Sembra tutto perfetto, tutto al posto giusto. Ma, inesorabilmente, la morte torna a bussare nella vita di Lamar. A luglio, un suo cugino, Curtis Smith, viene ucciso a New York. Il giorno dopo il funerale, l’auto su cui viaggia Lamar rimane coinvolta in un incidente nel Queens, nel quale perde la vita un ragazzino di 15 anni che stava semplicemente passeggiando a lato della strada. Sono due colpi durissimi, che riaprono delle ferite mai davvero suturate.

«La morte sembra essere sempre intorno a me.»

Anche il basket lo sta per ferire irreversibilmente. A ridosso dell’inizio della stagione accade una delle più importanti sliding door della NBA moderna. Lakers, Hornets e Rockets si accordano per una trade a tre, nella quale L.A. avrebbe ottenuto Chris Paul e Odom sarebbe finito a New Orleans. Come sia andata a finire è storia nota a tutti, ma in pochi sanno che per Lamar è l’esatto momento in cui il basket smette di avere effetti terapeutici sulla sua persona.

Odom si sente tradito. Non vuole lasciare né i Lakers, né i suoi compagni (che sente come una famiglia), né tantomeno Los Angeles. Anche se mancata, la trade crea una tempesta perfetta che, insieme alle tragedie estive, destabilizza Lamar che chiede la cessione immediata. Finisce a Dallas, dove gioca appena 50 partite a 6,6 punti e 4,2 rimbalzi di media in poco più di 20 minuti di impiego. L’anno prima era stato il migliore della carriera.

I rapporti con Mark Cuban sono tesi fin dall’inizio, e durante una partita il proprietario dei Mavericks lo incalza bruscamente e lo sprona a male parole. Lamar si alza dalla panchina e si appresta ad affrontarlo fisicamente, e solo l’intervento di Vince Carter riesce ad evitare il peggio. È la goccia che fa traboccare il vaso.

In estate riesce a tornare a Los Angeles vestendo di nuovo la canotta dei Clippers, dove gioca ancora meno e con numeri ancora più bassi rispetto al Texas. Il 3 maggio 2013 al FedEx Forum di Memphis, Odom gioca la sua ultima partita NBA, che coincide con la sconfitta per 118-105 con cui i Clippers vengono eliminati dai Grizzlies. In estate l’ex numero 7 dei Lakers è free agent, ma è perfettamente consapevole di avere più di un piede fuori dalla Lega, avendo 33 anni e avendo giocato poco e male nelle ultime due stagioni.

In agosto, Odom viene arrestato a Los Angeles per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti. Il noto sito di gossip TMZ rivela che l’estate precedente (2012), Khloé lo aveva obbligato a trascorrere tre settimane in una clinica di riabilitazione a San Diego, con lo scopo di disintossicarsi.

La morte sfiorata

È evidente come l’NBA e Lamar siano sempre più lontani. Il basket non è più parte della sua vita per la prima volta da quando mamma Cathy se n’è andata. Gli effetti sono devastanti. Lo stesso Phil Jackson in un’intervista dell’autunno del 2013 ammette che «siamo molto preoccupati per lui, […] il basket è stata la sua vita, e senza di esso è in un circolo distruttivo». A dicembre, Khloé Kardashian chiede il divorzio.

Nella primavera del 2014 lo stesso Jackson, da poco diventato Presidente dei New York Knicks, gli offre un contratto fino alla fine della stagione. È chiaro a chiunque come la firma non abbia alcun senso dal punto di vista tecnico, bensì sia il tentativo di aiutare un uomo che sta attraversando enormi difficoltà personali. Di fatti, Odom non giocherà neanche un minuto per i Knicks.

Nell’autunno del 2015 si consuma il vero dramma. Lamar viene trovato senza sensi al Love Ranch, un bordello nella zona di Reno, Nevada. Negli ultimi tre giorni ha speso 75.000 $ in cocaina, alcol e prostitute. Il mix di droga, alcol e viagra lo porta prima al collasso e poi al coma. I medici diranno che, mentre era in coma, Lamar ha subito dodici ictus e sei attacchi cardiaci.

Amici e familiari che arrivano in ospedale si sentono dire che molto probabilmente è la fine, e di salutare Lamar per l’ultima volta. A Las Vegas (dove nel frattempo è stato portato Odom), arriva anche Bryant, che abbandona immediatamente una partita di preseason per stare vicino all’amico. Dopo tre giorni, Lamar esce dal coma.

«I dottori dicono che sono un miracolo ambulante; sono stupiti che io sia qui.»

Nel corso della vita, Odom ha sempre avuto incontri ciclici con la morte, da mamma Cathy in poi. Questa volta, però, la morte l’ha toccata con mano sulla propria pelle, salvo poi tornare indietro.

Rinascita

Oggi Lamar è una persona diversa. Jerry DeGregorio – ex allenatore di Odom all’high school, al college e in NBA – racconta che «Lamar ha avuto un sacco di traumi nel passato, e ha sempre cercato di curarli con la droga» e che oggi «sta affrontando la sua dipendenza e i suoi problemi di salute mentale».

Ad accompagnare Lamar nel suo percorso, ci sono medici e amici veri, come da lui stesso sostenuto. Odom sta raccontando la sua storia con libri, documentari e interviste. Sta diventando testimone nella lotta alle droghe e alle dipendenze.

«Devi avere attorno a te persone che sono davvero tue amiche.»

La prova dell’impegno che Lamar sta mettendo nell’uscire dal tunnel, l’abbiamo avuta dopo il 26 gennaio 2020. La morte di Kobe ha sconvolto il mondo intero, ma a differenza di milioni di persone, Odom è uno dei pochi che in quell’occasione ha perso un amico. Sconvolto, Lamar ha ammesso di aver scritto messaggi e chiamato Kobe anche per giorni dopo la morte, ma chi gli è vicino assicura che non ha mai pensato di sopprimere il dolore con la droga.

È quindi doveroso celebrare la vita, ancora prima della carriera, di Lamar Odom. Non perché sia una vita invidiabile o priva di eventi terribili e comportamenti profondamente sbagliati. Va celebrata perché è, appunto, vita. E in una storia come quella appena raccontata, il fatto che la parola “Fine” debba ancora essere scritta, è qualcosa di enormemente più grande di qualsiasi anello o riconoscimento ottenibile su un campo da basket.

Lamar Odom, un tributo della NBA:



Lakers Legends:


Il racconto, la ricostruzione e l’analisi delle imprese di Bryant. Puntate speciali del podcast dedicate a ripercorrere la storia di Kobe. Tutto, nella sezione destinata a mantenere viva più che mai l’eredità del Black Mamba.

Classe 1993, giusto in tempo per vedere i Lakers di Shaq e Kobe. Da lì nasce un amore incrollabile per l’NBA e i Gialloviola. Lavoro, studio e scrivo. Nel tempo libero cerco di capire cosa sia passato nella testa di Ron prima di prendere QUEL tiro.

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