Intervista Jeanie Buss, tradotta in italiano da Alessandro Di Marzo per LakeShow Italia su autorizzazione di Lisa Bloch, publisher del Beverly Hills Courier.

Mi trovavo all’UCLA Health Training Center, osservando un grande quadro di Victor Matthews che celebra quarant’anni di trionfi dei Los Angeles Lakers.

«Hi Lisa!» Qualcuno mi chiama: è Jeanie Buss, sorridente ed accogliente… la proprietaria di quella che è probabilmente la più grande franchigia della NBA – che secondo Forbes vale 4.6 miliardi di dollari – mi ha appena salutata! 

La mia attenzione è portata verso la porta di ingresso del centro sportivo [in cui i Lakers si allenano, ndr], quella che ogni giocatore gialloviola oltrepassa quasi tutti i giorni. Inizio ad immaginare il passato, con tutte le grandi leggende che la attraversano, mentre Jeanie mi accompagna per le scale verso gli uffici amministrativi.

Terminata la salita, mi accorgo della presenza di uno scrigno di vetro contenente gli anelli NBA vinti, e la Buss mi spiega la storia dietro il design di ognuno. Vedo in lei un umile orgoglio, condito dai profondi ricordi rievocati. Su un altro muro, poi, un quadro che raffigura sette superstar dei Lakers, direttamente commissionato da Phil Jackson. «Questi sono i membri principali presenti nel roster durante il threepeat. Il paradiso del basket.»

Ben 10 dei 17 titoli NBA vinti dai Lakers sono stati conquistati da Jerry Buss, padre di Jeanie. Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2013, la franchigia ha però iniziato ad affondare, trovandosi lontana dalla cultura vincente che l’aveva sempre caratterizzata. Coraggiosamente, Jeanie è andata a capo del progetto e ha riportato la squadra verso la gloria (licenziando addirittura uno dei suoi fratelli, Jim, pur di far andare bene le cose).

Il risultato già atteso si è poi materializzato nel 2020, con la conquista del 17esimo Larry O’Brien Trophy

Jeanie Buss non è solo una owner qualunque: sta guidando una franchigia leggendaria, e lo sta facendo con grande stile, tanto che Ceoworld Magazine l’ha inserita al sesto posto nella classifica delle donne più potenti nel mondo del business sportivo; Adam Silver, commissioner NBA, ha inoltre spiegato che «è stata per decenni una voce influente e rispettata nella Lega.»

Jeanie è la terza di quattro figli di Jerry e JoAnn Mueller. Dopo il brutto divorzio dei genitori, ha trovato la forza nello sport, un passatempo che riempiva le tante assenze di papà Jerry, occupato in affari immobiliari e allora presidente dei Los Angeles Strings di tennis. Perlomeno, la invitava a vari incontri tennistici, ma la sua passione era il basket: al liceo giocò nella squadra della Pacific Palisades High School e lavorava anche come scorekeeper per la squadra maschile.

Trasferendosi da un’abitazione all’altra, trovò una sistemazione definitiva nel 1980, con suo padre a Beverly Hills. Era il 1980, e di lì a poco Jerry Buss avrebbe acquistato i Los Angeles Lakers.

Nel corso dei primi mesi di convivenza Jeanie conobbe Magic Johnson, allora rookie. Aveva 19 anni, lei 17, e con la vittoria del primo anello contro i Philadelphia 76ers un inseparabile spirito di vittoria si instaurò in entrambi.

Vivere con Jerry fu una delle chiavi per avvicinarsi così tanto al mondo dello sport: a 19 anni, infatti, divenne la General Manager degli Strings e conobbe Linda Zafrani: oggi è la moglie di Kurt Rambis, nonché Executive Director dei Lakers.

Dopo la laurea con lode in economia, spinta anche da quanto imparava dal padre, la Buss passò alla guida dei Los Angeles Blades, squadra di hockey, e fu subito nominata Executive dell’anno. Giorno dopo giorno, il suo ruolo cresceva sotto la guida di Jerry… fino a diventare vicepresidente dei Lakers e presidente della squadra WNBA di Los Angeles a fine millennio. 

Dopo essere apparsa in un celebre articolo di Sports Illustrsted, intitolato “She’s Got Balls”, Jeanie conobbe Phil Jackson, iniziando a frequentarlo e finendo per costruire con lui una relazione durata ben 16 anni. Con lui i Lakers vinsero cinque titoli, per poi smantellarsi e salutare per sempre Jerry, scomparso nel 2013. Dopo tre anni (e tre assenze ai Playoffs), ecco che arrivò il momento di svoltare per davvero: la dinastia con Jeanie Buss presidente dei Lakers ebbe inizio.

«Pressure is a Privilege» diceva Billie Jean King, cara amica di Jeanie, che ha sempre condiviso questa splendida frase: in poco tempo si accordò per far allenare la squadra nello UCLA Health Training Center e licenziò il fratello, vincendo anche una causa legale a riguardo. Poi gli arrivi di Magic Johnson, Rob Pelinka e soprattutto LeBron James: i Lakers erano ufficialmente tornati sul palcoscenico dei grandi.

Altri quattro ostacoli imprevedibili si abbatterono pesantemente sulla sua carriera: nel 2019 Magic Johnson si dimise. In sequenza, poi, sua madre, David Stern e Kobe Bryant passarono a miglior vita. Jeanie rimase forte, anche nel corso della pandemia, imparando ancora dai grandi maestri di vita che aveva conosciuto in passato. E gli sforzi vennero ripagati: nell’ottobre del 2020, i Lakers tornarono a vincere il titolo dopo 10 anni.

Jeanie aveva fatto la storia… ma non solo nella pallacanestro: ha infatti co-fondato WOW, Women of Wrestling, per agevolare il percorso delle atlete femminili. Ha inoltre incoraggiato la diversità tingendosi i capelli color arcobaleno in supporto della Laker Pride Night, e ha infine assunto Shay Murphy, ex campionessa WNBA (trovate l’intervista tradotta in esclusiva italiana qui) nonché seconda allenatrice nella storia Lakers.

Ma il suo percorso non si ferma qui: è infatti in cantiere una serie Netflix (che coinvolgerà anche Linda Rambis) che parlerà della vita di tutti i giorni di una squadra NBA guidata da una donna. La storia non sarà personale, ma avrà sfumature della tipica comedy made in USA. Inoltre, quest’anno Hulu rilascerà una docuserie di nove episodi – prodotta dalla stessa Buss in collaborazione con Antoine Fuqua – incentrata sugli anni dello Showtime.

Cos’altro? Jeanie Buss è la fondatrice, assieme ad altri tra cui Micheal Jordan, di Cincoro Tequila; è una forte promotrice della lotta al razzismo – specialmente a partire dai mesi della pandemia – ed una donna stimata in primis dal commissioner NBA Adam Silver, che parla di lei come una donna di forte identità e leadership.

Proprio come leader, Jeanie si comporta con gentilezza con tutti, enfatizzando valori come collaborazione ed inclusività. Non perde mai di vista la Laker Nation, il cuore della franchigia, ma con un occhio di riguardo a tutte le squadre NBA: la competizione generale può far solo bene alla NBA.

Dopo una lunga, ma necessaria introduzione, ecco dunque le parole della owner dei Los Angeles Lakers, intervistata da Lisa Bloch. Buona lettura!


Un giorno, tanto tempo fa, un uomo di grande stazza con un altrettanto grande sorriso stampato in faccia si presentò alla porta della tua casa a Beverly Hills: quell’uomo era Magic Johnson. Qual è stata la prima lezione che hai imparato da lui quel giorno?

«Quando il campanello suonò mio padre era molto occupato, e mi chiese di aprire, portare Magic in salone e offrigli qualcosa da bere. Stavamo chiacchierando un po’ e mi disse che era molto felice di essere stato scelto dai Lakers… ma voleva solo un contratto triennale, per poi tornare nel suo Michigan e giocare per i Detroit Pistons. Appena terminò la frase corsi da mio padre, gli raccontai e lui mi calmò: era sicuro che alla prima presenza al Forum con la canotta gialloviola si sarebbe ricreduto… ed aveva perfettamente ragione.»

Quando hai iniziato a lavorare con tuo padre, ti ha messo subito in contatto con Linda Zafrani. Che rapporto hai con lei?

«Quando ho iniziato a lavorare per mio padre stavo studiando alla USC. Mi offrì il posto, e fui felice perché avrei potuto abbandonare gli studi… ma no, mi disse che prima dovevo laurearmi, altrimenti non sarei andata da nessuna parte. Poi mi mise a lavorare con Linda, che aveva rapporti lavorativi con mio padre già da qualche anno. È un’eccellente esperta di marketing, papà la adorava e credeva che avesse la personalità giusta (che a tratti mancava a me) perché io e lei fossimo complementari a livello di skillset. Da quel momento, faccio tesoro del mio lavoro con lei.»

La legge Title IX passò ormai quasi 50 anni fa, quando eri una bambina. Oggi, siamo ancor piuttosto distanti dall’uguaglianza sociale. In quali aspetti credi che potremmo migliorare da questo punto di vista in NBA? E come rimediare alla disparità di genere a livello finanziario?

«La Title IX fu scritta per garantire uguale accesso ai luoghi pubblici e uguali opportunità ad atleti uomini e donne. Oggi molte donne si allenano da anni per guadagnarsi borse di studio per pagarsi il college, e questo era uno degli obiettivi della legge. Riguardo ai salari, la discrepanza dipende dai margini che le società riescono ad ottenere, per questo il basket maschile è considerato maggiormente ed i cestisti vengono pagati di più. Se le entrate fossero le stesse per la WNBA, non ci sarebbero differenze.»

«Da imprenditrice, le atlete devote e talentuose che non riescono però a raggiungere la WNBA o le altre maggiori leghe sportive, fanno fatica a continuare a causa della mancanza di possibilità. Per questo ho fondato WOW, Women of Wrestling, per creare opportunità alle atlete che vogliono vivere di ciò che amano e che vogliono una chance per esibirsi davanti a grande pubblico.»

«Nel Wrestling gli uomini hanno sempre avuto la fetta migliore di ammirazione, dunque in WOW le donne potranno avere la chance di essere le stelle che hanno sempre voluto diventare.»

In NBA pochissime donne sono proprietarie di una franchigia, ma non solo: dagli arbitri al coaching staff, i passi da compiere in questa direzione sembrano ancora molti. Quando vedremo più opportunità per il mondo femminile nella Lega?

«Rispetto a 30 anni fa abbiamo molti più arbitri donne e allenatrici. Non siamo nella situazione perfetta, ma diversi cambiamenti sono già stati effettuati; è una questione di tempo, l’evoluzione continuerà e assistervi sarà bellissimo. Spero di ispirare il processo.»

Nel 1995 hai poi lavorato con Playboy. Cosa ti ha spinto a farlo? 

«Avevo appena divorziato, avevo 32 anni e volevo da sempre posare per loro, così come mia zia Susan. Mio padre possedeva poi il Playboy Club di Phoenix, dunque sono cresciuta con loro come parte della mia vita. Papà era anche amico di Hugh Hefner, ma in ogni caso mi sono comportata come una persona qualunque. Non dissi mai nulla a mio padre prima che mi accettassero. Ero ufficialmente una modella, ma non apparii mai in prima pagina.»

Che grade perdita per loro!

«No, è stata più un’esperienza per me stessa, per la mia crescita personale. Jimmy Connors sposò Patti McGuire, ex Playmate of the Year nonché mia ispirazione da sempre. Mi disse che il lavoro sarebbe stato per sempre parte della mia vita, e che qualcuno, anche nei momenti più inaspettati, arriverà a chiedermi autografi su qualche copia. Aveva ragione, è un’esperienza che non va mai via.»

Eri così ambiziosa che avevano paura che non potessi creare una famiglia. Di recente hai anche detto che ti senti come la mamma dei tuoi giocatori.

«Per l’età, potrei davvero esserlo per la maggior parte! Quando stavo con Phil Jackson, lui era realmente una figura paterna per molti di loro, dunque anche io mi sono evoluta verso questo senso.»

Cosa puoi dirci, invece, della tua mamma? Spesso sentiamo parlare solo di tuo padre.

«Era un tesoro, la facevo ridere e tutti erano gentili e sorridenti con lei. Mi piace pensare di aver ereditato questo da lei.  Non avevo un rapporto così stretto come quello che avevo con mio padre, la cucina e le faccende casalinghe non mi interessavano, ero più attratta dagli affari.»

Nel supportare le atlete fuori dal campo, hai creato un ambiente che incoraggia anche i loro interessi secondari, in particolare quelli legati al mondo imprenditoriale. Quanto e perché questo è importante?

«Alcuni nella mia posizione non si preoccupano degli atleti dopo il passaggio nella loro squadra. Qui ai Lakers, però, è diverso: è importante che ogni membro dell’organizzazione stia bene a livello finanziario, anche dopo aver giocato con noi.»

«Once a Laker, always a Laker.»

Parlaci della tua relazione con Phil Jackson

«Mi ha fatto impazzire, sin da quando ho sentito la sua voce per la prima volta. Gli dissi che se ci fossimo frequentati tutto sarebbe dovuto restare segreto, altrimenti l’organizzazione, me e la mia famiglia saremmo stati in una pessima posizione. Ero in cerca di una relazione vera, e lui me la poteva offrire. Al tempo, ero ferrata nel business ma non nella pallacanestro… ci siamo incontrati al momento giusto.»

«Siamo stati insieme per oltre 15 anni, per la relazione che più mi ha influenzato nella mia vita. Phil mi ha insegnato tantissimo, ho imparato a guardare i giocatori sia come singoli uomini che come membri di una collettività, anche fuori dal campo. Prima delle vacanze, andava in libreria passando ore per scegliere un libro da comprare ad ogni membro del roster. Shaq faceva sempre le recensioni e alcuni li leggevano davvero, anche se molti li lasciavano direttamente nell’armadietto dello spogliatoio. Gli dissi che non riceveva il giusto rispetto per ciò che faceva, ma lui mi disse che, oggi o domani, il messaggio di quel libro non sarebbe cambiato, e una volta preso in mano sarebbe sempre servito ai giocatori.»

«È stato un periodo in cui mi sono arricchita molto… e in cui abbiamo vinto altrettanto.»

Ora vi siete separati, ma siete ancora buoni amici.

«Sì, lui è molto felice in pensione, passa la maggior parte del suo tempo in Montana, ma non riuscirei a vivere come lui attualmente. Ci siamo messi d’accordo sul fatto che non avremmo più parlato di basket, dato che lui era a capo dei New York Knicks.»

Quando l’organizzazione Lakers aveva bisogno di cambiare, sei intervenuta sollevando tuo fratello Jim dai suoi incarichi e causando una faida familiare poi diventata pubblica. Quanto è stato difficile gestire la situazione?

«La maggior parte delle imprese americane sono familiari, e questo rende difficile il cambiamento. Io mi basai su ciò che aveva costruito mio padre, avrei guidato la parte più collegata al business mentre mio fratello avrebbe gestito la parte cestistica. Papà mi ha sempre raccomandato di avere la giusta autorità per effettuare cambiamenti: ho avuto molta pazienza con mio fratello, ma gli stakeholders principali come sponsor, tifosi ed emittenti ci stavano pressando. Avevamo cambiato troppi allenatori, da Mike Brown, specialista difensivo, a Mike D’Antoni, che era ed è perfettamente il contrario.»

«Phil mi aveva spiegato che, prima di iniziare a gestire una squadra, bisognava chiedersi quale tipo di team essere, e da lì agire di conseguenza. Mio padre voleva lo Showtime, voleva un basket divertente per noi e per i tifosi. Chi avrebbe allenato la squadra ispirandosi a questo? Jim stava firmando giocatori con contratti molto lunghi, che avrebbero fatto male alla squadra nel lungo termine. Decisi dunque di affidarmi a Magic Johnson, di cui mi fidavo molto. Era triste per come stavano andando le cose, è davvero legato alla franchigia. Mi chiese cosa potesse fare per dare una mano e capii che vedevamo le cose nello stesso identico modo, forse perché mio padre ha cresciuto entrambi. Dopo l’incontro, gli ho rapidamente assegnato il ruolo prima appartenente a mio fratello.»

Avevi il diritto a fallo, a livello giuridico?

«Sì, sapevo di averlo, mentre Jim non capiva. Mise in piedi un gruppo di avvocati  per farci causa e necessitammo di un giudice per interpretare i fatti, ma il giudice ci diede ragione e vincemmo.  Ecco perché per me (ri)avere Magic è stato così importante: ha creato un clima sereno, svoltando la squadra e portando LeBron James a Los Angeles. Ha risposto presente quando ne avevo maggiormente bisogno.»

Questo, dunque, avrà reso il suo addio difficile da digerire.

«Ha scelto un lavoro molto esigente: nel tempo si è guadagnato la possibilità di non lavorare così tanto. Ci ha messi sulla giusta strada, ed è stato sufficiente. Smettere di lavorare con noi era la cosa giusta.»

Quindi non è stata una decisione così scioccante?

«Lo è stata, sì. Il nostro President of Business Operations Tim Harris mi chiamò per annunciarmi la notizia, ma col tempo capii che la sua era stata una decisione sensata. Siamo ancora ottimi amici, lui orgoglioso di ciò che abbiamo conquistato e io lo devo ringraziare, perché senza di lui non saremmo nella posizione di oggi.»

Cosa ti ha aiutato a superare la pressione economica e psicologica data dalle perdite del 2019 e del 2020?

«Mi sono affidata alle mie amicizie ed alla terapia. Dopo la morte di Kobe Bryant, ad esempio, UCLA Health ha supportato non solo i giocatori, ma anche tutto lo staff. Eravamo scioccati per davvero, all’inizio.Quando siamo tornati a giocare nella bolla, LeBron è stata la nostra guida: ci ha incoraggiato a stare uniti e a lavorare insieme. La perdita di Kobe farà sempre più male, il vuoto che ha lasciato non potrà mai essere riempito a dovere. Ha avuto un impatto su tutto il mondo oltre al basket, basti guardare Naomi Osaka dopo la vittoria degli US Open nel 2020 [la tennista giapponese celebrò il trionfo proprio indossando la Black Mamba Jersey, ndr]. Nessuno potrà mai rimpiazzarlo.»

C’è qualche aneddoto personale di te e lui che vuoi condividere=

«Era genuino e saggio, la sua Mamba Mentality è incredibile. Ci ha mostrato cosa significhi rialzarsi dopo una sconfitta ed è stato intelligente, nonché abilissimo nel comunicare… non mi sorprendo abbia fatto successo anche nel cinema. Più andremo avanti, più il rispetto e l’ammirazione per la sua figura cresceranno.»

Il murale “Leave a Legacy” raffigura Kobe in alto, con uno sguardo al roster campione NBA 2020. Cosa hai provato nel guardarlo?

«Le opere di questo tipo uniscono la città. È stato il primo luogo che ho visitato dopo la vittoria del titolo. Gustavo Zermeño Jr., l’artista che l’ha realizzato, ha voluto aggiungere Kobe perché ha ritenuto fosse parte di quella squadra, dell’ispirazione del roster. Ho i brividi a pensarci, e dispiace non aver festeggiato nel modo giusto vista la pandemia. Dovevo uscire, e andare verso il murale mi sembrava il giusto modo per celebrare. Lo STAPLES Center era chiuso, non c’erano altri luoghi in cui manifestare la propria gioia da tifosa.»

Sei orgogliosa di aver reso l’organizzazione Lakers una pietra miliare della lotta al razzismo?

«Sì, abbiamo trovato i giusti modi per essere più attivi nel creare opportunità per donne e uomini di colore.»

Il titolo del 2020, giocatosi nella bolla di Orlando, ha sollevato varie critiche da parte degli appassionati NBA. Come rispondi?

«Non mi importa molto delle circostanze o delle regole applicate, abbiamo vinto e basta; anzi, credo sia stato il trionfo più difficile, vista la lontananza di tutti da casa, familiari ed amici. Sono stati fatti molti sacrifici per giocare, e i giocatori hanno dato qualcosa di bello alla città in un anno devastante. Sarebbe stato facile cedere, ma loro sono stati resilienti e ciò ha pagato.»

Infine, quale tipo di legacy vuoi lasciare?

«Mio padre mi diceva sempre che non avrei fatto nulla come lui nella mia vita, e che avrei dovuto prendermi la libertà di far evolvere il business a modo mio. Mi piace pensare di aver prolungato la sua eredità nel miglior modo possibile, cosa che ha un peso notevole su di me.

Ogni membro dell’organizzazione mi supporta nello scrivere un capitolo alla volta del libro della mia vita. Non si tratta di portare sulle spalle il peso di 17 trofei NBA, ma di essere la miglior persona possibile.

Qualcun altro, dopo di me, farà lo stesso, perché non sarò qui per sempre. Spero che chi prenderà il  mio posto incarnerà e promuoverà gli stessi valori che ho promosso io, rendendo felici i tifosi e tutti coloro che amano e supportano questa organizzazione.»



Lakers Legends:


Il racconto, la ricostruzione e l’analisi delle imprese di Bryant. Puntate speciali del podcast dedicate a ripercorrere la storia di Kobe. Tutto, nella sezione destinata a mantenere viva più che mai l’eredità del Black Mamba.

Vent’anni, torinese, appassionato di sport dalla nascita e di pallacanestro NBA da qualche anno dopo. Nel tempo libero studio Economia Aziendale.

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