In copertina: Ron Harper nel 2000 (Vince Bucci, AFP Getty Images), elaborazione grafica di Francesco Anelli

Ron Harper, lo scudiero fedelissimo. Di Jordan e Pippen prima, come uno del Breakfast Club. Di Kobe e Shaq dopo, coscienza personificata da conoscitore esperto del sistema Winter.

La pedina nella scacchiera divenuta indispensabile per Phil Jackson, che se lo ritrova come alternativa a MJ durante il primo ritiro e fatica a inventarne un utilizzo. Poi, con il rientro di His Airness, non riesce quasi a toglierlo dal campo. Perché per quanto indolenzito, Ron difende, sa stare al suo posto in attacco e se proprio serve due punti li porta a casa.

Si, perché se pensiamo al nativo dell’Ohio – scelto con la pick numero otto del 1986 dai Cleveland Cavaliers – vengono in mente cinque anelli in sei anni. Una mano completamente sold out in materia di argenteria.

Ma ci dimentichiamo che in NBA ha vissuto due vite distinte, in cui è stato due giocatori differenti per l’economia delle squadre di militanza. Per arrivare al biennio gialloviola, è dalla prima di queste che dobbiamo passare.

🔥 Lo scorer di Cleveland e dell’altra sponda angelena

Quando arriva alla corte di coach Lenny Wilkens, Ronald Harper Sr. ne fa registrare praticamente 23 di media nel suo anno da esordiente. È l’unico che parte in quintetto per tutte e 82 le partite, ma la squadra gira piuttosto male, chiudendo con appena 31 vittorie stagionali.

Accanto a lui ci sono già Brad Daugherty (1a scelta assoluta), il compianto Hot Rod Williams ed un Mark Price altrettanto al primo anno. Esilino, pallido, scelto con la venticinquesima da Dallas e subito girato a Cleveland. Convince poco, ma sarà destinato ad essere uno dei migliori playmaker della lega nella sua epoca. Anche perché l’anno seguente – a metà stagione – arriva da Phoenix Larry Nance, ed il piccoletto ascende in modo vertiginoso, mostrandosi artista dei giochi a due oltre che mano fatatissima.

Peccato che Ron si faccia male alla caviglia durante la seconda gara stagionale, restando fuori fino a Dicembre inoltrato, ma rientrando per chiudere una signora seconda parte di stagione. È atletico, capace di chiudere al ferro contro chiunque, anche contro un Jordan assetato di successo: al primo turno dei playoff i Cavaliers cedono ai Chicago Bulls dopo cinque gare e Harper è decisamente il migliore dei suoi. La stoffa c’è, ed anche il valore a livello di squadra.

Nella stagione 1988/89 Cleveland si porta a casa 57 vittorie in regular e la seconda piazza nella Central Division. Sono la terza forza della Conference, mentre i Bulls devono accontentarsi del sesto seed: il primo turno è un remake e si chiude all’ultimo tiro, con il primo The Shot.

Ron ne parlerà a lungo, molti anni dopo, rispetto a come avrebbe potuto evitarlo se solo fosse stato sul parquet a marcare MJ in quell’ultima, iconica azione. Lui, anziché un Craig Ehlo eroico fino a quel punto, ma decisamente con meno mezzi fisici per sognare di limitare l’inevitabile.

I Cavs però credono – forse con ragione – di essere ad un passo dal salto decisivo, e all’inizio del campionato 1989 decidono inspiegabilmente di sacrificare proprio Harper, spedendolo nel purgatorio Clippers in cambio di Danny Ferry e Reggie Williams.

A posteriori, nessun sano di mente potrebbe lontanamente giustificare quell’avvicendamento; ed in realtà lo stesso avvenne al tempo. L’unico convinto sembrava essere il GM Wayne Embry, per ragioni comunque poco circoscrivibili al campo. Si dice frequentasse compagnie poco raccomandabili, personaggi seguiti dalla polizia come trafficanti presunti di droghe, amici di vecchia data che il giocatore non ha nessuna intenzione di evitare su consiglio.

Ma quella era la NBA ancora sotto shock per la morte di Len Bias, quella in cui nessuno avrebbe voluto un altro scandalo riguardante atleti e sostanze illecite, perché le direzioni imposte dal commissioner David Stern puntavano ad una ripulitura sostanziale e senza attenuanti.

Finisce così – controvoglia, e contro la volontà di tutti, coach incluso – nella sponda meno scintillante di Los Angeles. Funziona relativamente bene per 28 partite, poi gli salta il crociato e finisce ai box per dodici lunghissimi mesi. Si teme possa perdere la sua esplosività, oltre che le motivazioni già affossate dalla triste destinazione, ma Ron Harper è un lavoratore determinato.

Pur avvicinandosi ai trent’anni, ritorna ai livelli pre-infortunio e trascina i suoi ad un’incredibile postseason nel 1992, affiancato da Doc Rivers, Danny Manning e la versione migliore mai vista su un campo NBA di Charles Smith. Replicando l’exploit anche dodici mesi dopo: due uscite al primo turno, prima del classico smantellamento di una struttura interessante. Nel giro di poco Smith finisce a New York, Manning ad Atlanta ed il nostro uomo è finalmente free agent, accasandosi a Chicago.

🆙 La seconda vita, agli ordini di Phil

Qui, inizia la sua seconda vita cestistica. Alla corte di Phil Jackson e Tex Winter, trovandosi al centro di una nuova, improvvisa tempesta.

Il primo anno nell’Illinois di Ron è difficile: una scialba prima parte di stagione, dopo l’All-Star Game viene scalzato in quintetto dallo scialbo Pete Myers. Qualche settimana dopo, Michael Jordan comunica al mondo la sua decisione: «I’m Back». Perché nel frattempo si era ritirato allo scoccare del terzo titolo consecutivo vinto, dopo la morte violenta del padre.

Durante l’estate The Zen Master, col beneplacito di MJ, riporta Ron nello starting five e non protegge B.J. Armstrong, finito a Toronto nell’expansion draft. Ad Harper non vengono più richiesti 20 punti per gara, né minutaggi apparentemente esosi. Serve capire l’attacco di Tex, funzionare da collante all’interno di un gruppo cambiato rispetto ai Bulls di inizio nineties. È necessario l’equilibrio tra difesa ed attacco, e soprattutto capire quando e come inserirsi tra Michael e Scottie Pippen.

I tre si ritrovano ogni mattina che si rispetti a casa Jordan, portando avanti una tradizione che già fu vincente: quella del Breakfast Club, dove si fa colazione, si scambiano impressioni e ci si allena ai pesi sotto la guida di Tim Grover. Più o meno, dalle sei di mattina in su.

È così che Ron Harper non solo rifiorisce fisicamente, pur dovendo piegarsi ad occasionali acciacchi che ci stanno, quando vai verso la seconda metà dei trenta e sei reduce da qualche infortunio di troppo in carriera. Ma diviene fidatissimo scudiero del più grande giocatore di sempre, sempre molto sospettoso nell’accogliere qualcuno all’interno della sua cerchia.

Saranno tre titoli da pedina di Phil, come ombra del Dynamic Duo rossonero, facendo valere esperienza ed intelligenza cestistica. Poi, tutto si sgretola dopo l’ultima danza, lui resta un anno tra le macerie lasciate sul campo e mal gestite dal nuovo coach Tim Floyd, prima della scadenza del contratto.

Avrebbe quasi 36 anni, e potrebbe anche scegliere di riposarsi definitivamente, abbandonando la carriera. Ma nel frattempo, nella bassa California (ma stavolta nella sponda giusta) i Lakers decidono che solo firmando un grande coach possono sperare di far fruttare al meglio i talenti di O’Neal e Bryant.

🌴 Back in L.A.

Ai Los Angeles Lakers serve un collante, qualcuno che abbia sufficiente rispettabilità da funzionare da guida per il nuovo attacco, difficile da far digerire alle stelle di primo acchito. Serve quindi Ron Harper, e lui accetta. Due anni di contratto, gli ultimi della sua carriera, in maglia gialloviola.

Più generalmente – e quindi, a prescindere da lui – servono esperti e vincenti, o comunque in grado di averne viste molte, per affiancare i Big Three. Perché nel frattempo è arrivato anche Glen Rice: scorer d’élite a Charlotte, pronto all’ultima fase di carriera come terza opzione offensiva. In squadra ci sono già giocatori intelligenti come Robert Horry e Rick Fox, gente in grado di rendersi utile più o meno sempre.
Insieme ad Harper, ritorna A.C. Green ed arriva pure Brian Shaw, grande amico di Shaq dai tempi di Orlando. Insomma, l’ossatura a sostegno di un terzetto offensivamente devastante, che però deve riuscire a posizionarsi dentro il triangolo di Tex.

Prima che tutto inizi, si pronostica per Ron Harper giusto qualche comparsata e molta saggezza in spogliatoio. In realtà sarà inamovibile nello starting five, restando in campo per 25 minuti di media per entrambe le stagioni. Discorso analogo in postseason, almeno per la prima delle due.

Del resto non è facile inserire strutture tattiche complesse in un gruppo appena composto, facendo coincidere efficacia d’esecuzione con i risultati. Sarebbe molto più semplice alternare isolamenti delle tre stelle, calcolando il mismatch perenne rappresentato da Shaquille O’Neal nel pitturato. Ma Phil ed il suo coaching staff sono a Los Angeles per dar forma ad un progetto di identità, non solo per vincere con il minimo sforzo cerebrale dei suoi.

Il turning point arriva poco dopo Natale, il 27 dicembre del 1999: la sfida è contro i Dallas Mavericks dei giovani Nash, Nowitzki e Finley. Non esattamente facili da maneggiare. Shaq e Kobe fanno ampiamente il rispettivo compito atteso, ma Dirk e soprattutto l’atletico Michael Finley li impattano per rendimento. Per superarli serve un contributo da qualcuno che faccia saltare il gameplan organizzato dai Mavs.

Ed ecco la chirurgicità di Ron, la pedina nella scacchiera che può accendersi quando serve. In attacco si prende nove tiri e ne realizza otto per 17 punti totali. Una sentenza. Recupera due palloni guidando il sistema difensivo, colleziona otto rimbalzi e serve quattro assist, direzionando le faticose impostazioni di triangolo offensivo. I Lakers hanno la meglio per 108 a 106 e, considerando lo scontro complesso, Jackson ha la conferma che malgrado il viale del tramonto ampiamente intrapreso, di Harper è indispensabile fidarsi.

E infatti nella cavalcata della postseason 1999/00 Harp assume responsabilità decisive, ed è quando il gioco si fa duro, quando le serie iniziano ad esser difficili da maneggiare.

Non che al primo turno le cose appaiono facili, visto il fracasso in gara 4 contro i Sacramento Kings che impone la straordinaria gara 5 contro Chris Webber e compagni. Antipasto di una rivalità che avrebbe preso quota di lì a poco. Ma quando si arriva a quella che per molti è la vera finale, e cioè l’incrocio con i Portland Trail Blazers di Scottie Pippen, salire di colpi è fondamentale. Anche nelle responsabilità in attacco, come nella gara con i Mavericks di metà stagione.

I minuti in campo aumentano, e con loro anche i punti per gara, raggiungendo la doppia cifra. La serie è drammatica, con Portland che rientra da uno svantaggio per 3 a 1 presentandosi in gara 7 allo STAPLS Center non solo con l’inerzia, ma anche con un cospicuo vantaggio in avvio di quarto periodo. La storia di quella frazione la conosciamo tutti, anche se senza il supporto dei veterani (tra cui brilla Horry), conquistare le Finals sarebbe stato difficilissimo. (Si veda il Mamba Moments Kobe to Shaq, l’alley-oop contro Portland nel 2000).

Ultimo atto contro i lanciatissimi Indiana Pacers di coach Larry Bird, che Harper e Jackson conoscevano piuttosto bene trattandosi della squadra che aveva quasi eliminato i Bulls nel 1998 nelle Eastern Conference Finals. Rispetto ad allora, oltre alla regia di Mark Jackson e alla determinazione di Reggie Miller, si è aggiunto anche un Jalen Rose definitivamente sbocciato come scorer. Indispensabile capir come limitare la trazione anteriore offensiva, e per questo utilizzare Ron come arma segreta. O meglio, come inamovibile garanzia di qualità.

Si tratta di un’altra serie complicata, dove l’ex Bulls si trova costretto a salir ancora più in cattedra del dovuto a seguito dell’infortunio di Kobe Bryant, realizzando 21 punti in gara 2 (con otto su dodici da campo e sei assist) e replicando nella sconfitta di gara 3. In entrambe le sfide resta sul terreno di gioco per 38 minuti.
A dodici anni dall’ultima volta, i Los Angeles Lakers sono di nuovo campioni, con meriti del supporting cast molto più elevati di quanto non si usi ricordare. Da lì, un nuovo ciclo vincente, per completare il terzo three peat nella carriera di coach Zen. Il primo di sempre per i gialloviola, almeno dai tempi dei Minneapolis Lakers. (Si veda il Mamba Moments Kobe e i Lakers completano il three-peat).

Nel 2000/01 il copione dovrebbe essere identico, ma con un anno in più ed un brutto infortunio, Ron Harper gioca poco più della metà di stagione regolare. Anche in postseason il suo minutaggio diminuisce, ma si tratta della sua ultima stagione in carriera, che comunque si chiude con un successo. E comunque ha già dato ampiamente il la ai compagni di reparto, insegnandogli letture tattiche e fornendo segreti di longevità e decisività con il suo esempio.

Sarà Derek Fisher a prenderne il posto in quintetto, mentre il Black Mamba crescerà in modo definitivo a suo fianco, anche per mentalità. Anche perché, nonostante tutto – e malgrado le appena sei gare disputate nella run playoff – dopo aver perso gara 1 di Finals allo Staples contro i Philadelphia 76ers, nella cruciale gara 4 Hollywood Harp metterà a referto tiri pesanti, decisivi. Otto punti in trasferta, a dimostrazione che la saggezza cestistica non sfiorisce con il passare degli anni. Ancora pedina fondamentale sulla scacchiera, stavolta solo quando estremamente necessario, ma tanto basta.

♟️ Alfiere preferito per i più grandi di sempre

E quindi, direte voi, è tutto? Beh, si e non è mica poco. Nel senso, trovate una carriera altrettanto virtuosa, altrettanto spezzettata da un “prima” ed un “poi”. Trovate – e ce ne sono, ma non tantissimi – qualcuno che ha vinto altrettanto, facendosi apprezzare ovunque e risorgendo più volte, come la proverbiale Fenice, da ceneri apparentemente prossime a venir spazzate via dal vento.

Che Ron Harper rappresenti una singolarità da menzionare nell’immenso parco di personaggi che han vestito il gialloviola, è evidente. Ma per i veri feticisti della profondità, c’è pure un altro merito da non sottovalutare. E che ha senso riportar in coda sotto forma di interrogativo, ché altrimenti ci son domande che restano in sospeso.

Meglio il Jordan della maturità cestistica, o il Kobe dell’ascesa post adolescenziale?

Paragone senza senso, perché appunto riguardante due fenomeni in fasi diametralmente opposte di carriera. Eppure Ron Harper può dirvi la sua, perché è uno dei pochi ad esserseli vissuti dall’interno, ad aver avuto accesso a qualcosa di più dell’apparente rendimento sul campo.

Di Jordan alfiere, di Kobe consigliere. Probabilmente per quel Bryant che era tanto ossessionato da rincorrere il modello MJ, preziosissimo dispensatore di dettagli partendo dai quali perfezionarsi.
E se lo ascoltate rispondere all’annoso interrogativo, la risposta non dovrebbe piacervi troppo, se lasciate prevalere il vostro animo da tifosi.

Perché per Ron Harper, Kobe Bryant sta tra i migliori in assoluto per attitudine, perfezionamento ossessivo, voglia di vincere. Ma Michael, beh, era out of this world. Dovesse scegliere a chi far scoccare l’ultimo tiro di una partita – detto al Los Angeles Times nel 2015 – non esiterebbe a scegliere il 23 rossonero, e fine.

Chissà quante volte il Bryant che abbiamo imparato a conoscere avrà pensato come smentirlo, o magari rinfacciarglielo ogni volta che si sarebbero incrociati. O chissà come glielo avrebbe rinfacciato anche oggi, se il mondo fosse stato più giusto, e si potesse cambiare certi finali in modo netto. E non sto parlando di quelli sanciti dal buzzer di fine partita.




💜💛 Lakers Legends


Il racconto, la ricostruzione e l’analisi delle imprese di Bryant. Puntate speciali del podcast dedicate a ripercorrere la storia di Kobe. Tutto, nella sezione destinata a mantenere viva più che mai l’eredità del Black Mamba.

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