In copertina: Gail Goodrich nel 1974 (Vernon Biever, NBAE via Getty Images), elaborazione grafica di Francesco Anelli

Quando si ripensa ad un giocatore NBA del passato, le prime immagini a venirci in mente sono solitamente legate al campo. Titoli, buzzer-beater o riconoscimenti personali la fanno da padrone nel set di elementi che segnano la carriera e che portano ad avere il numero ritirato da una delle franchigie piú importanti della pallacanestro americana.

Esiste però nella storia dei Los Angeles Lakers un giocatore che, oltre ad avere il merito di aver dato tanto in campo, ha avuto un ulteriore ruolo rilevante nella storia gialloviola: aver indirettamente portato a Los Angeles la miglior point guard mai vista nella storia, Magic Johnson.

In un loop degno di “Inception”, una delle migliori e più iconiche point guard della storia dei Lakers ha rivestito questo doppio ruolo: Gail Goodrich.

👦 Too Small

La storia di Gail Charles Goodrich Jr. è una storia di pallacanestro di altri tempi. Figlio di un ex stella e capitano di USC, Gail desiderava ardentemente ripercorrere le orme del padre sul parquet dei Trojans. La storia che stiamo per raccontare inizia, però, da una delusione: la piccola statura ed il poco hype non convincono l’ateneo losangelino a reclutare il futuro 25 gialloviola.

«C’erano molti dubbi sulla mia statura. Coach Wooden mi ha visto quando ero un senior al scuola superiore di 175 cm, non sapevo chi fosse Wooden, ma sono stato molto fortunato»

Gail Goodrich

Il giovane Gail è reduce dal successo nel torneo dell’area di L.A. con la John H. Francis Polytechnic High School per cui altre opportunità non mancano. Goodrich cede al corteggiamento del leggendario John Wooden e finisce ad UCLA, dove vincerà due titoli (1964, 1965) e verrà onorato con il ritiro del numero di maglia.

Former UCLA basketball player Gail Goodrich, foreground, waves to the crowd during a ceremony retiring his UCLA No. 25 jersey at half time of the UCLA-Michigan game, Saturday, Dec. 18, 2004, in Los Angeles. (AP Photo/Francis Specker)
UCLA ha ritirato il numero 25 di Gail Goodrich nel 2004 (Francis Specker, AP Photo)

La scintillante carriera universitaria di Gail convinse i Los Angeles Lakers a rinunciare alla propria prima scelta per richiedere il territorial pick, che all’epoca consentiva di poter scegliere prima degli altri atleti provenienti da college ubicati in un range massimo di 80 km dall’arena casalinga.

Qualche dubbio però c’era su Goodrich, considerato troppo piccolo (185 cm) per poter realmente fare la differenza al piano di sopra. Ed infatti la transizione al basket dei pro non è per niente facile.

I Lakers del 1965/66 hanno un backcourt che include Mr. Logo Jerry West e l’ex compagno di UCLA Walt Hazzard. Stumpy, come venne soprannominato da Elgin Baylor, opera da point guard di riserva e fa fatica a superare i 15 minuti di utilizzo.

Una piccola deviazione dalla storia di Gail per fornire un po’ di contesto su quella squadra che includeva dei personaggi leggendari. Oltre a Baylor e West, che sarà icona gialloviola e della NBA, Hazzard è un giocatore che ha fatto una grossa differenza nel contesto sociale della NBA dell’epoca. L’ex Bruins, oltre ad essere stato un assistman ed un grande difensore, fece parte del primo gruppo di giocatori ad essersi convertito all’Islam e ad aver pubblicamente cambiato il proprio nome: negli anni successivi all’esperienza sul parquet, Walter Raphael Hazzard Jr. diventerà Mahdi Abdul-Rahman.

Tornando a Goodrich, lampi di quello che diventerà si cominciano però ad intravedere durante la sua rookie season e nel dicembre 1965 segna il suo career-high con 25 punti contro gli allora San Francisco Warriors. Il primo exploit in termini realizzativi muoverà i riflettori sul recordman di UCLA, che si avvierà ad avere un ruolo sempre più rilevante negli anni successivi. I Lakers vinceranno l’ovest ma cederanno in finale ai Celtics di Bill Russell, come accadrà tante altre volte in quegli anni.

👋 Get there, get out of there

Nel primo match dell’annata 1966/67 Goodrich a sorpresa parte in quintetto contro i Baltimore Bullets e mette a segno 30 punti con 12/20 dal campo. Prestazione che lo affiancherà ad Hazzard in termini di gerarchie. Difatti, Gail in quella stagione giocherà circa 24 minuti – come il compagno Walt – e metterà a referto 12.1 punti a sera.

Quando nell’estate del ’67 Hazzard va a Seattle sembra giunto il momento per Goodrich di finire definitivamente in quintetto. Ma l’esplosione di Archie Clark gli nega lo spot da titolare. Clark si completava alla perfezione con Baylor e West; inoltre coach Butch van Breda Kolff continuava a chiedere a Stumpy di uscire dalla panchina per cambiare il ritmo della squadra.

I minuti si alzavano (26) cosi come i punti realizzati (13), ma la sensazione era che Gail non fosse abbastanza forte per essere il compagno di backcourt del fenomenale Mr. Clutch.

Nel 1968, dopo l’ennesima sconfitta in finale contro i Celtics, arriva la svolta – non a tinte gialloviola – della carriera di Goodrich: la NBA decide di introdurre due nuove franchigie a Phoenix e Milwaukee. Di conseguenza nel maggio del ’68, in un’America in piena rivoluzione socio-culturale, nel quarto draft d’espansione della storia, Gail sarà il terzo pick dei Suns.

In Arizona giocherà due stagioni spaziali dal punto di vista individuale.

☀️ Arizona Bound

Phoenix affida la panchina a Red Kerr, reduce dal biennio alla guida dei Bulls, e chiude il primo anno nella NBA con appena 16 vittorie. Ma la stagione di Gail Goodrich è ottima. Con indosso l’amato numero 25 realizza 23.8 punti, 5.4 rimbalzi e 6.4 assist a partita; in cinque occasioni totalizza almeno 40 punti e mette a referto la prima tripla doppia della sua carriera. Prestazioni che gli varranno la convocazione per l’All-Star Game di Baltimora.

Negli anni a Los Angeles, Goody – come venne soprannominato in Arizona – era considerato principalmente un tiratore. La gestione del pallone era off-limits in quanto West e Clark – oltre a The Rabbit Baylor – erano le principali fonti di gioco dei Lakers di coach Van Breda Kolff. Red Kerr, invece, concedeva a Goodrich la possibilità di creare ed il backcourt con Dick Van Arsdale funziona a meraviglia.

Nella seconda stagione in maglia Suns calano i punti ma sale il numero di assist e la maturazione di Gail sembra ormai completa. Sa quando attaccare per sé e quando per i compagni, non ha paura ed è finalmente un leader riconosciuto da tutti, ad eccezione di The Hawk Connie Hawkins, la leggenda dei playground newyorchesi.

Hawkins e Goodrich non si amavano: Connie accusava Gail di non passargli mai la palla, mentre il losangelino si lamentava del poco effort dell’ex globetrotter. Tra player meeting, minacce e qualche rissa sfiorata Goodrich però riesce a vincere la battaglia “politica”. Phoenix a metà stagione sostituisce il dimissionario Kerr con Jerry Colangelo e raggiunge la prima storica qualificazione ai playoff, per poi essere eliminati in sette gare dai Lakers.

Nell’estate del 1970, la franchigia della California cede Mel Counts ai Suns per riavere indietro Gail. Un’altra particolarità della carriera del ex Bruins è che questa è la prima di tante trade in cui i media ed i tifosi avversari si scateneranno contro i gialloviola, perché considerano lo scambio non equo. Quindi dite a Gilbert che non ha fatto niente di nuovo con la lettera spedita per bloccare la trade per CP3 di quasi 40 anni dopo.

🌴 Back to L.A.

Il ritorno a Los Angeles coincide con il momento migliore della carriera di Gail Goodrich: viene schierato in quintetto accanto a West e mette a segno 17.5 punti a partita in un team che era molto cambiato.

Gli arrivi di Wilt Chamberlain nel ’68 e di Happy Hairston nel ’69 uniti al ritorno di Stumpy creano uno dei team più forti ad aver mai calcato un parquet. Starting five composto da loro tre oltreché Mr. Inside Baylor e Mr. Outside West, con un giovane Pat Riley dalla panca.

Dall’ultima stagione di Goodrich in maglia gialloviola la novità più significativa è però il cambio in panchina avvenuto nel ’69 con l’avvento di Joe Mullaney.

Mullaney, dopo aver giocato per Holy Cross e per un anno ai Boston Celtics in NBA, aveva abbandonato la pallacanestro per lavorare per l’FBI. Nel ’54 però il richiamo della palla a spicchi si fa sentire e torna come head coach a Providence, dove rimarrà 15 anni e vincerà 4 volte il NIT; l’attitudine ed i risultati convinceranno il proprietario dei Lakers Jack Kent Cooke a sceglierlo come nuovo head coach.

L’avvento dell’ex coach dei Friars è importante perché imporrà un sistema offensivo basato su tanto movimento senza palla, in cui la reattività e le letture di Gail saranno considerate fondamentali.

La stagione però non è esattamente facile: Elgin gioca solo due partite e a Marzo Jerry si rompe un legamento del ginocchio, lasciando i gialloviola nella mani di Goodrich e Chamberlain supportati dal rookie Jim McMillian.

Nonostante le difficoltà il record dei californiani sarà di 48-34 e l’accesso ai playoff garantito. I Lakers affrontano in semifinale ad ovest i Bulls in una delle serie più difficili della storia gialloviola: Bob Love e Jerry Sloan sono un rebus irrisolvibile per gli angeleni, che vengono salvati dall’exploit realizzativo di McMillian e da un Goodrich in formato All-Star. Gail chiuderà la serie con 30.1 punti e 7.4 assist di media; nella fondamentale gara 7 sarà il top scorer dei suoi (29) e manderà a canestro 9 volte i compagni.

Nelle Western Conference Finals però non c’è niente da fare: i Bucks guidati dal Lew Alcindor demoliscono i Lakers 4-1 e Goodrich tra il lavoro in difesa su Oscar Robertson e le fatiche di una semifinale cha aveva lasciato qualche acciacco non riesce a brillare spianando la strada al primo titolo per i Bucks.

Se Mullaney ha dato a Stumpy lo status per essere uno starter dei Lakers, sarà Bill Sharman a fare la differenza per l’ex UCLA e per i Lakers.

Conclusa una carriera da tiratore mortifero per gli odiati Celtics, Sharman divenne un allenatore molto innovativo per l’epoca. Inventore dello shootaround del gameday, Bill convincerà le star gialloviola a tenere allenamenti molto duri ed arrivare in una forma incredibile ad inizio della stagione 1971/72. Ovviamente questo non era valido per Wilt Chamberlain, che non si allenerà duramente e che raramente sarà sveglio per lo shootaround mattutino.

💍 Finally Champion!

La novità Sharman e l’esplosione di Goodrich vennero oscurate dalle dichiarazioni di Elgin Baylor nell’Agosto del 1971:

«Questo è sicuramente il mio ultimo anno»

Baylor era il capitano e l’anima di quei Lakers, il mondo intero si aspettava un’ultima grande run di Rabbit ma le notizie sull’infortunio patito l’anno prima non erano delle migliori. Più di un esperto dubitava che il comeback di Elgin potesse avere successo, specie nel sistema uptempo che Sharman voleva implementare.

«Volevo ribaltare il tavolo e strozzare Sharman.»

Queste le parole di Baylor nella sua autobiografia, che descrivono la reazione di Elgin alla comunicazione che non sarebbe più partito in quintetto. Quando il coach chiederà un parere a Rabbit sulla cosa la sua risposta sarà:

«Mi ritiro

Rosen racconterà in un altro libro che la storia fu diversa, ma la conclusione la stessa: «Per essere leale ai Lakers ed a me stesso ho sempre voluto giocare al livello a cui ci si aspettava io giocassi» Baylor dichiarerà ai giornalisti «Ma se non posso mantenere queste aspettative allora devo prendere un’altra strada»

Il ritiro di Elgin sarà un momento triste ed importante per Gail: Baylor lo aveva soprannominato Stumpy, lo aveva aiutato e gli aveva fregato un sacco di soldi a poker. Le aspettative sul numero 25 gialloviola da un momento all’altro salgono vertiginosamente.

Il destino vuole che da quel giorno i Lakers cambiano marcia. Una maggiore serenità e gerarchie definite consentono di fare il salto di qualità definitivo. Forse non dover aspettare il ritorno di Baylor permise a Goodrich ed Hairston di essere considerati tra le opzioni principali ed al giovane McMillan di fare esplodere.

Risultato di questo step degli individui e della squadra è una striscia di vittorie incredibile: 33W consecutive, di cui sedici lontano da Los Angeles ed un posto nella storia che non è stato ancora avvicinato da nessuno.

West e Goodrich in primis guideranno i Lakers in quel momento: 123 punti per gara e solo 107 concessi agli avversari, un margine di vittoria di 16 punti. In poche parole uno schiacciasassi.

Nella storia di Gail quella striscia risulterà decisiva, da quel momento ha lo status per essere formalmente la seconda opzione offensiva, anche prima di Chamberlain che in quelle 33 partite comincerà a riportare l’efficienza in alto (64% eFG) lasciando molti più’ possessi a Goodrich che passera dai 14FGA dell’anno precedente a quasi 21.

Il primo titolo dei Lakers a Los Angeles

Oltre a definire la più grande striscia vincente della storia della NBA, i Lakers avranno anche il miglior record della storia, per l’epoca, a fine stagione: 69-13, ben 21 vittorie in più rispetto alla stagione precedente. Ovviamente miglior record NBA.

West e compagni distruggeranno i Bulls al primo turno per 4-0 per poi affrontare i materiali esecutori della fine della striscia: i Milwaukee Bucks di Kareem Abdul-Jabbar.

Si, Kareem perché intanto Lew era diventato KAJ ed in gara 1 massacrerà il suo futuro team, facendo salire dubbi ed ansie a dei Lakers che nonostante l’incredibile regular season molti consideravano troppo vecchi per poter contenere i Bucks nel cui quintetto – escluso Robertson – non c’era nessun over 25.

In gara 2 lo spartito non sembra cambiare, Jabbar metterà a referto 40 punti ma i Lakers troveranno in McMillan una risposta, 42 punti del rimpiazzo di Baylor con il protagonista della nostra storia che entra nella serie mettendo a referto 25 punti che riscattano una gara 1 in cui fece malissimo.

La serie si sposterà a Milwaukee, la partita è molto equilibrata ma Gail è pronto. 30 punti pesantissimi per tenere i Lakers vicini e poi lasciare nel quarto periodo il palcoscenico a West ma soprattutto a Chamberlain che deciderà di difendere e terrà Kareem a 0 punti negli ultimi 10 minuti. 2-1 Lakers.

Gara 4 è una partita senza storia: West e Goodrich hanno le polveri bagnate e Wilt sembra stanco dalla performance di due giorni prima. I Bucks prendono 10 punti di vantaggio a fine primo quarto e non si guardano più alle spalle.

Il ritorno ad L.A. è salutare per il team di Sharman, in gara 5 tanti in doppia cifra, Goodrich soffrirà Lucius Allen che si dedica costantemente alla sua marcatura. Stumpy dal canto suo proverà ad aspettare la partita ma alla fine McMIllan e West guideranno i purple-gold ad un +21 a fine terzo quarto che rimanda la questione a Miwaukee.

Gara 6 è equilibratissima ed i Bucks cercano Kareem con continuità ma il quarto periodo dei Lakers e di Goodrich è spaziale. Ormai la capacità di Stumpy di lavorare off-the ball negli spazi creati dalla gravity di West e Chamberlain era un elemento fondamentale per l’attacco dei Lakers. La coesione tra le tre stelle non era mai stata cosi alta in stagione. I Lakers nelle ultime due gare delle WCF sono una macchina da guerra.

In finale i Lakers affronteranno i NY Knicks di Walt Frazier.

Clyde era una leggenda ma quei Knicks non erano li per caso: avevano eliminato i Celtics di Havlicek nelle finali di conference ad est ed avevano un team atletico e fortissimo in difesa, con un giovane Phil Jackson a portare IQ e dinamismo ulteriore dalla panca.

G1 è la fotocopia di quella delle WCF, Lakers male, Goodrich male e Knicks avanti.

Da quel momento però è un massacro: Chamberlain mette il turbo e controlla completamente i tabelloni (23 rimbalzi di media) e Goodrich è il vero go-to guy in attacco. Stumpy metterà a referto almeno 20 punti in tutte le gare ed in particolare nel secondo atto sarà il vero terminale offensivo angeleno.

Nella decisiva Gara 5 Gail Goodrich segna 25 punti con un chirurgico 13/14 dalla lunetta.

🔄 A Long Goodbye

Nelle stagioni successive i Lakers non riusciranno a ripetersi. La vendetta dei Knicks nelle NBA Finals del 1973 ed il ritiro di Chamberlain saranno il preludio alla prima stagione sotto le cinquanta vittorie sotto la guida di Sharman.

Nel 1973/74 West gioca solo trenta partite e Goodrich sarà investito del ruolo di “primary ball handler” si direbbe ora. L’innesto di Hawkins non funziona più di tanto e i californiani vinceranno solo 47 partite, venendo poi eliminati dai Bucks che perderanno in finale contro i Celtics. Nonostante le difficoltà, Gail giocherà la sua migliore stagione individualmente parlando, venendo inserito nell’All-NBA First Team.

L’anno seguente inizia con il ritiro ufficiale di Mr. Clutch. Goodrich non sarà particolarmente felice dell’acquisizione di Lucius Allen; mentre l’arrivo dei veterani Cazzie Russell, Stu Lantz ed Elmore Smith non sarà d’aiuto ad un team che doveva essere ricostruito. Le trenta vittoria non bastano per accedere ai playoff; Stumpy comincia a non essere felice della situazione tecnica e delle discussioni con la dirigenza per il contratto.

In realtà, il front office dei Lakers era concentrato su una mossa che sarà fondamentale per la creazione dello Showtime. Nel ’75 i Lakers acquisiscono Kareem Abdul-Jabbar dai Bucks per Smith, Meyers, Bridgerman e denaro. Gail ha finalmente un compagno che può aiutare a ritrovare i playoff.

La stagione però non va come atteso. Le due stelle non si integrano e la squadra non ha abbastanza profondità per vincere più di quaranta gare. Gail è più scontento che mai ed è pronto a cambiare aria.

🪄 A Magic Moment

Goodrich decide di firmare un contratto con i Jazz, all’epoca a New Orleans, per andare a formare con Pete Maravich uno dei backcourt più intriganti, almeno teoricamente che si possa immaginare su un campo di pallacanestro.

«I Jazz trovarono un accordo con un free agent che avrebbe aiutato la loro squadra. La lega, nel tentativo di scoraggiare la free agency – non sono sicuro lo ammetteranno mai – si è intromessa ed ha premiato i Lakers con le scelte, viste come compensazione per il mio passaggio gratuito a New Orleans.»

«La verità è che non c’era nessuna trade in corso, dal mio punto di vista e da quello dei Jazz. Loro mi hanno firmato e la NBA ha chiesto una compensazione.»

Da qualsiasi punto di vista la si guardi questa dichiarazione di Goodrich non farà chiarezza su un mistero del regolamento della NBA dell’epoca. Le compensation per un giocatore che si muovesse in free agency erano sicuramente previste, ma l’ammontare di queste era indefinito. La discussione tra Jazz, Lakers e la lega si concluderà con la definizione di una trade, una delle più importanti della storia della NBA.

Le prime scelte 1977, 1978 e 1979 ed la seconda del 1980 finiranno ai Lakers, mentre la seconda 1977 ed una prima 1978 – uno swap come si direbbe ora – andranno ai Jazz.

Nelle stagioni a New Orleans Gail non riuscirà a giocare molto con Pistol Pete, ed in particolare la stagione 78/79 sarà terribile. Maravich giocherà solo 49 partite e Goodrich sarà nella sua ultima stagione.

I guizzi e le giocate funamboliche non erano più cosi semplici ed i Jazz un team non esattamente vincente: 26 vittorie, peggior record della lega.

La prima scelta che deriverà da quella stagione perdente sarà storia: Earvin Magic Johnson è pronto a dominare la lega, il destino ha voluto Magic ad L.A. ma Gail, in qualche modo ha aiutato.

L’arrivo di Magic ai Lakers può essere considerata la sua ultima magia in qualche modo, l’ultima magia di un piccoletto che ai più sarà sconosciuto ma che ha segnato la storia di una squadra ed una stagione leggendaria della città californiana.

Idolo locale indiscusso, forse il miglior “local” a giocare in gialloviola, Goodrich vedrà il suo numero 25 in alto nel soffitto dei campi di UCLA e dei vari palazzetti da cui passeranno i Lakers.

📊 Gail Goodrich




💜💛 Lakers Legends


Il racconto, la ricostruzione e l’analisi delle imprese di Bryant. Puntate speciali del podcast dedicate a ripercorrere la storia di Kobe. Tutto, nella sezione destinata a mantenere viva più che mai l’eredità del Black Mamba.


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Ingegnere, partenopeo disperso tra le Alpi svizzere, world traveler. Ho cominciato con Clyde Drexler per finire ai Lakers. Everything in its right place, no?

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