In copertina: LeBron James festeggia il sorpasso a Kareem Abdul-Jabbars al termine della gara tra Los Angeles Lakers e Oklahoma City Thunder alla crypto.com Arena (Nathaniel S. Butler, NBAE via Getty Images)

A differenza di quanto accadde il 5 aprile 1984, quando superò il record di Wilt Chamberlain in una partita giocata a Las Vegas, sembra che non ci siano reperti filmati dei punti 38.386 e 38.387 – gli ultimi in regular season, alla gara numero 1.560 – di Kareem Abdul-Jabbar, realizzati il 24 aprile 1989 contro i Seattle SuperSonics. La partita, per intenderci, della sedia a dondolo su cui venne fatto accomodare prima della palla a due e che stando a quanto riportato in Showtime di Jeff Pearlman fece piacere sì e no al leggendario “Cap”. L’unico video che ci va più o meno vicino è questo, caricato nel 2011, che però è più che altro un recap della partita in sé, non certo un focus su KAJ che quel giorno tirò 5/6 dal campo totalizzando 10 punti, 6 rimbalzi e 3 assist in 26 minuti di impiego.

Questo con LeBron James, semplicemente, non potrà accadere. Non solo perché c’è la possibilità che a 42 anni LeBron sarà molto più fresco di quanto non lo fosse il Kareem dell’epoca o perché le sedie a dondolo sono passate di moda anche in chiave ironica e goliardica; ma perché oggi, domani, fra venti, trenta o cinquant’anni, potremo ancora tornare qui, alla gara (persa) contro gli Oklahoma City Thunder che dei Sonics hanno preso il posto nel 2008, ai punti 38.387 e 38.388, a Thomas Bryant che chiede ottimisticamente palla in post e a Kenrich Williams che finisce nella parte sbagliata dell’ennesima foto di Andrew D. Bernstein destinata a diventare poster, a un momento che vale una vita, una carriera. La sua, certo, ma anche la nostra.

Potenza di YouTube – che quando James ha debuttato in NBA nemmeno c’era -, della tecnologia, di un’epoca in cui ricordare di esserci stati è forse più importante di esserci stati per davvero, e a questo punto tocca fare di nuovo i complimenti ai creativi Nike per quel We Are All Witnesses vecchio di vent’anni e che appare oggi più centrato che mai e non solo perché è l’unica epigrafe possibile all’ennesimo commercial generazionale.

La prima cosa che ho pensato, che poi credo sia anche l’unica in grado di restituire la portata titanica di questo primato, è il tempo. O meglio ho pensato a quanto tempo fosse effettivamente passato mentre tutti noi eravamo – e, forse, siamo ancora – sospesi in un limbo di astrazione e indeterminatezza in cui la partita a Sacramento del 29 ottobre 2003 sembra essere stata disputata ieri oppure tanto tempo fa. A quel giorno è stato dedicato Pressure – spot per la tv in cui a un certo punto compare anche Damon Wayans che in un episodio della sit-com My Wife and Kids impazzisce perché può andare a vedere LeBron al Madison Square Garden contro i Knicks – da quel giorno ne sono passati altri 7.049, pari a vent’anni, venti stagioni, altre 1409 partite, svariate ere del gioco attraversate risultando sempre e comunque il più forte, il più decisivo, il più condizionante in assoluto.

La seconda cosa cui ho pensato, invece, è stata un frase ascoltata in un DVD della collana I Love NBA – uscita in Italia in allegato alla Gazzetta dello Sport tra il 2007 e il 2010 – per cui tutto ciò che deve fare un giocatore di basket è «scendere in campo e segnare».

Ecco, immaginare che LeBron James per vent’anni, venti stagioni e 1410 partite (solo di regular season eh) non abbia fatto altro che «scendere in campo e segnare» è spaventoso e rassicurante allo stesso tempo: spaventoso per la longevità, perché l’intera carriera di LBJ rappresenta una sorta di unità di misura universale che tutti possiamo leggere ma che nessuno potrà mai comprendere fino in fondo – «la gente pensa che basti scendere in campo e che, siccome sei il più grosso, il più forte e più veloce di tutti, tu debba guidare gli altri ogni singola volta, schiacciare in ogni singola azione, senza accusare mai la fatica», disse nel 2018 dopo lo sweep delle Finals per mano dei Golden State Warriors che nemmeno i 51 punti in gara-1 erano riusciti ad evitare; rassicurante perché LeBron incarna perfettamente l’idea di “tranquillità della ripetizione” che è propria dei Federer, dei Messi, dei Brady (fino all’altro ieri), di tutti quei campioni trasversali cui ci ha legato e ci lega il susseguirsi sempre uguale di gesti, momenti, situazioni che scandisce i tempi della nostra quotidianità e della nostra stessa esistenza, a prescindere dal nostro essere tifosi o haters, spettatori interessati o semplici appassionati.

Qualcosa che durerà almeno fino a quando il nostro primo gesto ogni mattina sarà quello di aprire l’app sul cellulare per controllare quanti punti ha segnato, quanti assist ha fatto, quanti rimbalzi ha preso, se è andato o meno in tripla doppia, se la sua squadra ha vinto o perso; qualcosa di cui dovremmo essere grati, anzi qualcosa di cui avremmo sempre dovuto essere grati oltre che testimoni. In fondo anche il banner che campeggiava sulla facciata della Quicken Loans Arena di Cleveland era stato messo lì come una sorta di memento per una generazione, come rappresentazione del privilegio toccato a chi la storia la stava vivendo senza la necessità che arrivasse qualcuno a raccontargliela.

E invece no. Perché per 7.050 giorni, vent’anni, venti stagioni, 1410 partite di regular season – scusate se lo riscrivo ancora ma serve anche a me per rendermi conto di aver visto tutto questo visto che ancora non ci credo – svariate serie di playoff e dieci Finals (di cui otto consecutive), dopo aver aperto l’app eccetera eccetera, abbiamo sempre cercato un motivo per apporre un asterisco, per dire «sì, ma…», per raccontare e raccontarci che in fin dei conti tutto quello che LeBron faceva non era nulla di che, come se l’aver normalizzato determinati standard di eccellenza avesse generato un cortocircuito valutativo per cui a un certo punto non siamo più riusciti a distinguere tra eccezione e regola, tra ordinario e straordinario.

E, quindi, pescando totalmente a caso, nel 2012 era la stagione da 66 post lockout, nel 2013 il tiro di Ray Allen in gara-6, nel 2020 l’anomalia della bolla di Orlando, stanotte l’ennesima sconfitta evitabile – tra l’altro una costante di quasi ogni milestone lebroniana – all’interno di una stagione talmente disfunzionale per cui che i Lakers vincano o perdano si troveranno sempre a due partite di distanza dal Play-In e a cinque dal terzo posto a Ovest e con Darvin Ham che ha messo, non si sa quanto involontariamente, il carico quando ha detto che «a un certo punto sembrava che fossimo tutti interessati solo al record di LeBron e non a giocare una buona pallacanestro».

Tutto, per di più, a una settimana esatta dall’intervista che Pat Riley ha rilasciato a Tim Reynolds dell’Associated Press in cui pur ammettendo che sia James che Jabbar «hanno dominato fin dal primo giorno nella NBA, trasformando il potenziale in grandezza fin dall’inizio», non ha mancato di sottolineare come «adesso gira tutto intorno a LeBron com’è giusto che sia considerata la sua incredibile carriera e le opportunità che ha avuto per farla. Allenamenti, viaggi, chef, personal trainer e tante altre cose sono cambiate rispetto a quando ha giocato Kareem. Spero che le persone si rendano conto di quale fosse la storia di Abdul-Jabbar e quanto fosse differente. È andato al college per quattro anni, James è arrivato dal liceo». L’ennesimo asterisco, appunto.

Fa eccezione – e ci mancherebbe pure – il titolo del 2016, quello che ha permesso a James di smettere di dare la caccia al «fantasma che ha giocato a Chicago» e di dare il via a quel cambiamento di approccio tecnico ed emotivo al gioco che oggi lo ha portato, nel bene e nel male, a essere oggettivamente inattaccabile dal punto di vista della legacy sportiva ma molto più criticabile per il modo in cui la sua personalità si esprime dentro e fuori dal campo.

Nel 2020, il giorno dopo la conquista del titolo, scrissi che già da qualche anno LeBron si sentiva «libero dal peso di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, a suo agio in una fase della carriera in cui è chiamato a gestire le proprie risorse fisiche e tecniche, perfettamente consapevole di come viene percepito, di cosa ci si aspetta da lui e di come verrà comunque messo in discussione nonostante tutto»; e se mi sono permesso di indulgere nell’orrenda pratica dell’auto-citazione è solo perché da allora tutto si è accentuato ancor di più, alimentando l’idea di un giocatore “larger than life”, che proprio non riesce a resistere alla tentazione di essere uno e trino (allenatore-giocatore-general manager, spesso in pectore ma talvolta anche de facto), con tutti i rischi che questo comporta per una squadra come i Lakers attuali, alle prese con una rivoluzione che non si ha il coraggio di intraprendere fino in fondo anche perché stiamo pur sempre parlando della squadra di LeBron James che a 38 anni dice di sentirsi meglio di quando ne aveva 21 e di saltare più in alto di quando ne aveva 23. Quindi una squadra che deve essere all’altezza del suo numero 6 anche contro l’evidenza dei fatti di due mancati viaggi ai playoff in quattro stagioni e con il rischio concreto che tra qualche mese diventino tre in cinque.

Forse è vero, forse LeBron James è un “peso” che questi Lakers non possono più permettersi, forse questa stagione è stata davvero consacrata sull’altare di un record che resterà solo suo e non anche dei Lakers anche se è stato raggiunto in maglia Lakers – a differenza di quanto accadde con Kareem che era i Lakers o comunque non così trasversale come LeBron per quanto riguarda la fanbase – e forse davvero il suo ego ha finito con il fagocitare tutto il resto al punto tale da distorcere la nostra serenità di giudizio nei suoi confronti e facendoci continuare nella ricerca di nuovi asterischi da apporre. Eppure non posso fare a meno di pensare che, per una volta, potremmo mettere da parte tutto questo, che potremmo fermarci a pensare anche solo per un momento al fatto che questi 38.388 punti (poi diventati 38.390) li abbiamo visti e vissuti tutti, che “siamo stati tutti testimoni” per davvero di qualcosa che non si riteneva potesse succedere e invece è successo senza che quasi ce ne accorgessimo, come se fosse – ancora una volta – la cosa più naturale del mondo.

Quante altre volte ci capiterà?

Mai, probabilmente.

E siamo disposti davvero a sprecare anche questo momento asteriscandolo?

Facciamogli e facciamoci un favore: no.

Agli asterischi e al GOAT debate torneremo a pensare da domani.


Ascolta Lakers Speaker’s Corner, il podcast italiano dedicato ai gialloviola, su:


Fu giornalista di e per sport. Ogni tanto qui e su Rivista Undici

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