Un portamento aristocratico che si miscela a una personalità magnetica, spesso ondivaga e sottilmente lisergica. Un pioniere della filosofia di gioco stretch, che ha rivoluzionato la strategia offensiva del gioco che osserviamo oggi e allo stesso tempo uno dei giocatori più vincenti e ricchi di charme della storia della lega. Un ribelle naturale che non ha mai metabolizzato le regole (scritte o meno) dalle rigide organizzazioni cestistiche in cui ha militato ma che ha oggettivamente contribuito a rendere ancora più grandi. Senatore indiscusso di alcuni dei più complicati spogliatoi NBA, ha raggiunto lo status di giocatore in grado di sovvertire gli equilibri già nei suoi primi anni, nonostante vari incidenti di percorso.

Ha esaltato il rendimento di alcuni dei più grandi fuoriclasse ammirati sul parquet, sublimato e finalizzato le giocate di squadra e al tempo stesso dimostrato una proverbiale indolenza. Il vasto potenziale a corredo lo avrebbe potuto trasformare nel perfetto anello di congiunzione tra Scottie Pippen e Kawhi Leonard, ma ha finito per diventare la prima ala forte in grado di colpire da fuori e allargare il campo per gli altri.

Ha interpretato lo stereotipo di un caratterista Tarantiniano oltre che quello di un eccellente giocatore di ruolo: in caso di necessità basta comporre il numero e come il celebre Mr. Wolf si materializza solo al momento giusto, sempre per risolvere problemi. Con lo sguardo sornione di ordinanza. Basta che funzioni. E Robert Horry lo ha fatto pigramente e tanto bene da vincere sette anelli.

🎵 Sweet Home Alabama

Osservando i reperti fotografici dei primi anni novanta e le sgranate registrazioni in VHS che varie anime pie hanno riversato su Youtube, balza subito agli occhi una curiosa somiglianza: il giovane Robert Keith Horry sembra un clone del coevo Will Smith.

Figlio di una maestra elementare e di un sergente dell’esercito veterano della guerra in Vietnam, i suoi genitori divorziano poco tempo dopo la sua nascita e per le nuove esigenze familiari si trasferisce quasi subito dal Maryland ad Andalusia, in Alabama. Pescatore entusiasta e grande amante dell’elemento acquatico, passa le sue estati adolescenziali conciliando il lavoro di bagnino e gli allenamenti con la palla a spicchi per cui mostra una grande predisposizione sin dalla più tenera età. Al liceo diventa presto un colosso dal punto di vista centimetrico e sovrasta la concorrenza facendo affidamento sulle doti atletiche semplicemente intossicanti.

È il più veloce sul parquet, ha facilità di palleggio non comune e l’attitudine a giocare sopra il ferro che annichilisce gli avversari dal punto di vista psicologico. Raggiunge i 208 centimetri, conquista il titolo di giocatore liceale dell’anno e decide di restare in zona accettando la scontata borsa di studio dell’Università dell’Alabama.

I Crimson Tide del suo quadriennio sono una squadra di culto che annovera talenti come Latrell Sprewell, Jason Caffey e James Robinson, tutti scelti al primo giro tra il 1992 e il 1993. Visto il talento diffuso, le statistiche restano in penombra e gli scout apprezzano poco quella intensità intermittente che segnerà tutto il suo percorso. La NCAA del tempo è clamorosamente profonda con l’epopea di Duke in piena ascesa e il duello rusticano al vertice tra Shaquille O’Neal e Alonzo Mourning. Coach Wimp Sanderson lo allontana dal ferro e con grande intuizione lo plasma pazientemente come variabile tattica impazzita, poco importa se dentro o fuori la vernice. Raramente domina il gioco a dispetto dei grandi mezzi ma è già un giocatore polarizzante e quantomeno insolito.

Quando è in vena Robert è in grado di rubare palla con un blitz improvviso (o variare il menù con una stoppata in aiuto), avviare l’azione e correre come il vento per concludere a canestro per un sottomano. Comincia a schiacciare sempre meno e forse per evitare troppi contatti si rifugia nel tiro da fuori con eccessivo slancio: tra lampi abbaglianti e lunghe pause il numero dei detrattori supera quello degli ammiratori. Le transizioni sono letargiche e i report che arrivano sulle scrivanie dei GM hanno segnato con il circoletto rosso caro a Rino Tommasi lo stesso concetto: «In estrema sintesi: spesso non torna in difesa».

In una lega segnata dal gioco duro e dal rendimento nella propria metà campo, questa etichetta è un marchio d’infamia. Il generoso numero di stoppate (285 complessive) che ama dispensare con prodigiosi recuperi, non spegne le dicerie circa la sua sincera tendenza al cherry picking.

Con l’approssimarsi del draft del 1992 le quotazioni cominciano a salire, anche se la maggior parte delle chiamate ricevute da Sanderson sono delle richieste di informazioni per  Sprewell. Un anno da Senior giocato in modo più responsabile (15.8 punti e 5.8 rimbalzi a sera) mette in vetrina la sua versatilità ma il rischio di scivolare nella seconda metà della selezione è concreto.

Rudy Tomjanovich rischia in prima persona e decide di spendere per lui la chiamata numero 11 con un colpo di scena, spezzando il cuore dei tifosi dei Rockets che bramavano la scelta di Harold Miner (l’ennesimo ‘Baby Jordan’). La speranza è crescerlo sul mood di Scottie Pippen o Clifford Robinson ma sarebbe anche pronto ad ‘accontentarsi’ di una versione più offensiva di Derrick McKey. È il momento dorato dei numeri 3 di grande taglia, operai del multitasking e alfieri della bidimensionalità tra gioco interno ed esterno.

⁉️ Less is more?

Al piano di sopra saltano agli occhi le caratteristiche principali: la buona meccanica di tiro corredata da un grande range balistico, la capacità di mettere a terra il pallone (qualità sconosciuta a molti giocatori odierni) per capitalizzare il primo passo e una lettura eccellente delle situazioni in difesa a dispetto degli scout. Se consideriamo anche i centimetri e il naturale atletismo c’è margine per un giocatore in grado di evolvere in una stella o uno dei punti di riferimento per una franchigia ambiziosa. Tomjanovich ne intuisce dal principio il carattere incostante e lo tratta dal training camp alla stregua di un veterano; sa quando girare la testa per non punire comportamenti poco edificanti e quando catechizzare energicamente il prospetto con ferma ma cortese autorità. La sua personalità è immarcabile. 

I Rockets esplorano i principi del tiro da fuori moderno attorno al totem Otis Thorpe e ai movimenti leggendari di Hakeem Olajuwon: nei primi anni novanta sono una delle squadre più insolite quanto tecnicamente avanguardiste. E il segreto di pulcinella è proprio Robert Horry. Alla fine del suo primo anno aggiunge al bagaglio tecnico anche buone letture lontano dal pallone e comincia a giostrare con una certa disinvoltura anche da point forward.

Nella lega infestata da famelici componenti del Dream Team a caccia dei titoli negati da Michael Jordan e dalle nuova leve come Gary Payton e Shawn Kemp si ritaglia uno spazio apprezzabile. La disfida con i Sonics arriva a gara 7 nel secondo turno dei playoff dove tira con il oltre il 50% dal campo, sfiora il 40% dalla distanza, produce 4 assist e per lunghi tratti somiglia al giocatore più lucido del roster dopo il venerabile The Dream. La strada sembra tracciata e in discesa.

Si attendono enormi progressi nel secondo anno da Pro ma in realtà il suo gioco tende ad asciugarsi drasticamente: ha inizio la rincorsa ad uno stile essenziale e modernamente piatto. Si cala nei panni di un interprete del catch & shoot e si trasforma in un tiratore spot up: quel genere di cecchino sul perimetro che non ha bisogno di un blocco per scoccare la conclusione dall’arco.

Visti i mezzi, i tifosi dei Rockets e la stampa gradiscono poco questa direzione da specialista puro e cominciano a contestare la sua attitudine. Horry si dimostra impermeabile alle critiche e alle litanie del coach, che ha una ridotta finestra per puntare al titolo e una pressione enorme da fronteggiare. Intorno a gennaio del 1994 perde il posto in quintetto a favore di Vernon Maxwell che supera di poco i 190 centimetri: il prodotto di Alabama prende poco sportivamente la riduzione del minutaggio e invoca subito una trade.

💍 Il figliol prodigo e gli anelli

Il deterioramento del feeling con l’ambiente e i rapporti interpersonali poco sviluppati con gli altri componenti del roster (in particolare con Olajuwon) sembrano lasciarlo indifferente: un atteggiamento che spinge una squadra con un record di 32-11 a sbarazzarsi di un prospetto di alto livello. Si fanno avanti i Detroit Pistons, che hanno chiuso il capitolo dei Bad Boys e sono sul fondo della graduatoria. Si organizza uno scambio che vede coinvolto Sean Elliott e il compagno di squadra Matt Bullard e solo quando si materializza la partenza verso la Città dei Motori comincia a maturare la certezza di aver commesso un errore. La situazione sembra compromessa anche a causa delle sue polemiche interviste dopo la trade. È tempo però della prima sliding door fortunata della carriera: Elliott non passa le visite mediche a causa di un problema al rene e i Rockets si trovano costretti ad annullare l’operazione di mercato.

Il numero 25 si rallegra per lo scampato pericolo, comincia a darsi da fare per modificare la sua attitudine in spogliatoio ed a riallacciare un confronto tecnico con un allenatore a cui deve parecchio. A dispetto della narrativa che fiorisce in quei mesi non cambia di una virgola le abitudini di gioco essenziali e continua ad alimentare la sua evoluzione a giocatore di ruolo.

Riesce, tuttavia, a convincere lo staff tecnico e i compagni della bontà tattica di questa impostazione e a focalizzare l’attenzione sulle buone statistiche difensive. Houston rinuncia alla possibilità di ricercare un realizzatore al suo posto e si concentra su un gioco moderno che a conti fatti anticipa le tendenze offensive di una ventina di anni. Rudy T ha il merito di correggere in corsa le sue convinzioni, di azzeccare la scelta di Sam Cassell e la scommessa su Mario Elie: i tempi sembrano maturi per puntare al titolo che arriverà puntualmente. Houston si trasforma da Choke City (nomignolo affibbiato dopo le prime due sconfitte in finale di conference per mano dei Suns) a Clutch City dopo due titoli consecutivi nel 1994 e 1995 con una sensazione di assoluto dominio degli avversari nei momenti chiave.

Una percezione che esalta le qualità di vincente del prodotto di Alabama che non sempre mantiene percentuali al tiro di buon livello ma che machiavellicamente diventa infallibile nel momento in cui il pallone scotta e le responsabilità pesano come macigni. Nel 1995 griffa a caratteri cubitali il suo nome nel back-to-back grazie al jumper dalla media distanza che piega gli Spurs in gara uno delle finali di Conference a sei secondi dalla sirena. Un canestro realizzato in trasferta che è un manifesto ideale del suo sangue freddo anche perché è il primo contributo dal campo in 35 torridi minuti di gioco. A metterci lo zampino è anche un Dennis Rodman in stato confusionale che lo lascia completamente da solo e resta in vernice.

Big Shot Rob replica nella finale contro gli Orlando Magic, dove sigla la tripla a 14″ dalla fine che vale la vittoria in Gara 3 e spezza le gambe alle velleità di rimonta di Shaq e compagni. La cessione di Otis Thorpe nel corso del 1994/95 lo ha di fatto trasformato in un ala forte perimetrale che mette in grande difficoltà i pari ruolo avversari poco avvezzi ad abbandonare il ferro nei momenti cruciali.

La luna di miele dura solo un magico biennio: con il rientro di Michael Jordan ai Bulls nel 1996 e una finestra da titolo compromessa, ricomincia il solito processo al gioco compassato di Horry. Bisogna contrastare la seconda giovinezza di Karl Malone, contenere l’atletismo di Shawn Kemp e la generazione di lunghi multidimensionali guidata da Chris Webber. Il risultato è la trade che spedisce Charles Barkley in Texas e vede il suo approdo in Arizona alla corte dei Phoenix Suns con altri tre compagni. Lo scambio rischia persino di transitare per un terzo team: i Denver Nuggets si offrono al principio di rilevare il pupillo di Coach Wimp e di agevolare la firma del free agent Dikembe Mutombo ai Suns.

🏜 Il Villain di Phoenix

In Arizona le cose prendono subito una brutta piega perché Robert non riesce a metabolizzare la cessione e non intende calarsi in una realtà molto più difficile dal punto di vista tecnico: la stagione comincia con un eloquente 1-13 di record. I Suns cambiano allenatore e richiamano al loro capezzale quel Danny Ainge che nei primi anni novanta aveva infuso esperienza e mentalità ad una squadra che aveva sfiorato il titolo solo tre anni prima.

Quando Barkley torna a Phoenix la prima volta lo maltratta sul parquet con una prestazione da 20 punti e 33 rimbalzi, che contribuisce a esacerbare i rapporti tra i due e complicare ulteriormente la sua stagione. I Suns provano ad esaltare il potenziale a disposizione, gli affidano maggiori responsabilità offensive e visto lo status di campione NBA provano ad consegnargli le chiavi emotive del roster. Il risultato sono 32 partite mediocri segnate da numerose polemiche e dalla ricerca infruttuosa della giusta collocazione tattica in squadra.

La scelta del management non tiene conto di una semplice realtà: Horry odia letteralmente Ainge per diversi episodi di gioco che li hanno visti protagonisti negli anni precedenti e la situazione diventa rapidamente esplosiva. Il punto di non ritorno arriva il 10 gennaio 1997 quando Robert perde la testa e lancia un asciugamano in faccia al suo allenatore in diretta nazionale.

Questo gesto gli costa una sospensione e genera la seconda sliding door fortunata della carriera: l’inevitabile cessione (viene liquidato per Cedric Ceballos) lo traghetta direttamente a Los Angeles dove è già cominciata l’epopea di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, che sta affrontando il suo anno da matricola. I tifosi dei Suns non gli perdoneranno mai il rendimento svogliato e l’infame episodio ai danni di Steve Nash di cui si rende protagonista in maglia Spurs anni dopo. In pieno 2022 è considerato ‘persona non grata’.

🌴 Il rodaggio con Los Angeles

Uno dei motivi della doppia cessione in un anno è la scadenza di contratto oltre che del carattere fumantino e della difficile collocazione in campo. Jerry West nei primi mesi in gialloviola erige un cordone di protezione dalla stampa losangelina, lo rincuora dopo un infortunio al ginocchio gestendo al meglio il recupero e in estate gli concede un sontuoso contratto pluriennale. Al momento della firma, con Kobe ancora alle prese con l’accordo da matricola, diviene il terzo giocatore in ordine di importanza per il monte salari.

Quando buona parte della lega non avrebbe investito sul prodotto di Alabama, il management dei Lakers vede oltre le statistiche, oltre i problemi comportamentali e trasforma il suo ingaggio in una delle pietre angolari della futura dinastia. Anche coach Del Harris, nonostante i problemi di rendimento dei primi mesi e le palesi difficoltà di sintassi tecnica con Nick Van Exel, ne caldeggia le qualità tecniche. I californiani cercano versatilità e un trasformista in grado di provocare mismatch ‘aspirando’ le ali forti della concorrenza a sei metri dal canestro.

Robert Horry è nella condizione ideale sia dal punto di vista ambientale che da quello cestistico e sfoggia una generosa interpretazione per ripagare tanta fiducia. Memore dell’esempio di Olajuwon comincia a esercitare i galloni da veterano saggio ed esigente con Bryant, che sfida regolarmente in duelli balistici per stimolare la sua costruzione del tiro da fuori. In allenamento lavora duro e sotto impulso di West si impegna per garantire un esempio a un gruppo che sta gettando  le basi per dominare la lega.

Nel 1997/98 si trasforma in un uomo squadra pronto al sacrificio e al gioco sporco: nella sua metamorfosi comincia a trascurare il perimetro (solo 1.3 conclusioni dall’arco su 30 minuti), si immola a rimbalzo (7.5 di media, record carriera) e nei recuperi dove rivaleggia come sempre con i migliori rubapalloni della lega. Le percentuali da fuori crollano al 20% e ironicamente nel piano partita avversario è suggerita l’opzione di lasciarlo libero di concludere da fuori, visto il crollo della sua efficacia.

Quando arriva l’aria frizzante dei playoff la mira come al solito diventa chirurgica: dopo una stagione spesa a litigare con il primo ferro arriva un decisivo 7/7 dal campo nella vittoriosa Gara 3 delle Semifinali di Conference contro i Sonics che ‘gira’ la serie. L.A. alterna miserie relative a momenti di nobiltà assoluta ma per trovare la quadra serve ancora tempo e pazienza. Tensioni in spogliatoio (pattugliato in ogni caso da Robert) e gli inevitabili dissapori tra la vecchia e la nuova guardia – come testimonia il caso di Eddie Jones (spedito agli Hornets) – fanno le fortune della stampa specializzata.

Ai nastri di partenza della stagione 1998/99 aumenta la massa muscolare e in generale la squadra abbandona il piano originale di calcare la mano sul ritmo della partita per sfruttare il più possibile il dominio in vernice di Shaquille. Per i media il problema dei losangelini è proprio lo spot di ala forte e per tutto l’anno si susseguono rumors sul possibile approdo di Barkley, di Charles Oakley e persino di Scottie Pippen, che per Jerry Buss risolverebbe i problemi di chimica. Jerry West non è entusiasta dell’operazione e quando presenta l’offerta per Scottie consistente in Glen Rice e lo stesso Robert Horry, si rallegra per il due di picche di Houston. Sembra un anello debole.   

Lo spacing che garantisce a O’Neal è in realtà fondamentale e spesso veste i piani di MVP tattico delle serie vincenti, il problema è rappresentato dalla concorrenza che nel ruolo sfoggia dei mostri sacri perché Karl Malone sembra eterno ed è appena comparso Tim Duncan. I Lakers di Harris sono più adrenalinici che lucidi, molto generosi dal punto di vista fisico ma irritanti dal punto di vista dell’esecuzione. La situazione precipita nella stagione corta del 1999 quando si alternano tre allenatori e le rivalità tra giocatori deflagrano più volte nonostante l’allontanamento dello spiritato Van Exel.

Jerry West per la stagione successiva adocchia Phil Jackson che apprezza un gioco ragionato e in assoluto controllo, praticamente l’esatto opposto dei giovani e turbolenti gialloviola. Coach Zen esporta la sua triangle offense, l’approccio da mentalista al limite del santone e pretende un paio di pretoriani di lusso come Ron Harper e lo stagionato John Salley. Il nuovo tecnico blinda Robert che considera decisivo per le sorti della squadra e lo rende ancora più centrale agli occhi del gruppo. I tempi sembrano maturi per un nuovo capitolo ma Horry deve ritrovare il tiro e sé stesso.

🔥 La trasformazione a cecchino infallibile

Il prodotto di Alabama è già famoso per le sue doti di sangue freddo, ma la prima parte di carriera con i Lakers e soprattutto le miserie di Phoenix ne hanno annacquato la percezione di vincente e di giocatore barometro. Jackson alle soglia dei 30 anni ne riduce drasticamente il minutaggio in stagione regolare (poco oltre i 20 minuti) e il suo contributo in termini statistici comincia a diventare marginale, come attestano i 5.9 punti di media nei tre anni consecutivi baciati da un titolo NBA (2000/2002).

A dispetto dei freddi numeri cresce parallelamente la sua vena luciferina di closer infallibile nei momenti più scottanti delle partite e la sua fama oscura buona parte dei compagni che sulla carta sono naturalmente più quotati. Nel primo titolo conquistato contro Indiana la sua influenza è ancora relativa nonostante i momenti di grazia balistici in momenti chiave delle finali 2000. Continua ad accendere e spegnere ma è ormai un totem insostituibile. È un artista del Wolf Out: nascosto sotto le ceneri di un atteggiamento spesso indifferente, si cela un istinto primordiale che lo porta a dominare nei frangenti in cui gli altri negoziano con la pressione.

La riconquista dell’immortalità sportiva e il definitivo assalto alla storia del gioco si concretizza nelle finali del 2001, quando una sua tripla stende quasi definitivamente i Philadelphia 76ers di Allen Iverson a 47″ dal termine con la partita indirizzata verso i tempi supplementari.

Un mix mai visto di senso della posizione, gioco lontano dal pallone e sangue freddo lo eleva ancora una volta sul tetto della lega e nessuno ha ancora capito che si tratta solo della punta dell’iceberg della seconda parte della carriera.

Robert, dopo la consueta regular di rodaggio, si ripresenta lucidissimo nei playoff del 2002 e già nel primo turno uno scarico di Kobe Bryant gli permette di stendere in Gara 3 i Portland Trail Blazers. Questa volta il tiro è vagamente contestato ma il close-out della difesa degli avversari arriva tardi, la regia televisiva anticipa la giocata regalando un suo intenso primo piano prima della ripresa del gioco. Siamo ormai oltre il confine dello sport in quanto tale e si invade a piene mani il mondo del Pop.

Nelle Western Conference Finals le cose si fanno difficili. È infatti il momento d’oro dei Sacramento Kings guidati dalla vecchia conoscenza Vlade Divac, dal talento multiforme di Chris Webber e Mike Bibby nonché della mano fatata di Peja Stojaković. Gli uomini in casacca viola mettono alla frusta L.A. e per qualche minuto sembra materializzarsi la possibilità di conquistare il 3-1 con la chance di giocare due gare consecutive sul parquet amico.

I titoli di coda della dinastia scorrono mentalmente nel cuore e negli occhi dei tifosi losangelini. I Lakers sembrano in crisi emotiva e quando mancano pochi secondi alla fine, le giocate si susseguono frenetiche e senza una logica apparente, stavolta nessun compagno puo’ innescare la sua mano per una conclusione ad alta percentuale. Kobe e Shaq tentano il tiro della salvezza e una serie di deviazioni recapita la palla al vecchio Big Shot Rob, proprio a fil di sirena, in una delle mattonelle preferite per scoccare la tripla. Come prevedibile il pallone finisce nella retina grazie alla sua freddezza e questa prodezza chiude la finestra di titolo dei Kings allungando la vita della truppa di Jackson. Siamo davanti al picco dell’intera carriera.

Il pallottoliere archivia cinque titoli in meno di dieci anni, i Lakers hanno ancora fame di successi tuttavia Jackson e il management cominciano a ragionare su un possibile capovolgimento del roster, si cerca una ricetta per contrastare la rifondazione dei San Antonio Spurs dopo anni di paziente assemblaggio.

La necessità di affrontare una regular season sempre più difficile costringe Robert agli straordinari, tanto che il suo impiego torna a sfiorare i 30 minuti e inevitabilmente la freddezza e la proverbiale lucidità vengono meno nella primavera del 2003. La mano diventa fredda e 36 delle 38 triple tentate nella post season vengono respinte dal ferro, compresa quella che avrebbe potuto riaprire la semifinale di conference persa in 6 gare proprio contro i texani.

Con il contratto in scadenza il pluri anellato vuole un occasione per riscattarsi, confida in un occhio di riguardo della dirigenza dopo sei anni e mezzo di servizio spesi ad ottimi livelli. Si offre a una cifra inferiore al valore di mercato ma i Lakers lo mettono frettolosamente alla porta vista la possibilità di ingaggiare Karl Malone e Gary Payton per la fascinazione di una squadra zeppa di All Star. Horry va su tutte le furie e si accorda proprio con gli Spurs orfani di David Robinson e del free agent Stephen Jackson.

💎 Altro giro, altri titoli

Per approdare alla corte di Gregg Popovich accetta un contratto molto breve ed estremizza le tendenze di gioco espresse in carriera: ormai staziona regolarmente dietro la linea dei tre punti, raramente si getta in vernice e raziona ogni grammo di energia per i playoff. A dire il vero clamorosi balzi (sempre più isolati) da ghepardo compaiono ancora occasionalmente per allentare una stoppata o schiacciare in faccia a qualche avversario che osa sfidarlo.

Con gli Spurs i numeri sono più bassi del solito e l’impiego saggiamente centellinato, ma quando arrivano i playoff il minutaggio supera spesso i 20 minuti come attestano le finali 2005 dove arriva l’ultima magia della carriera. Durante il supplementare di una serie tirata e combattuta allo spasimo, Manu Ginobili cerca uno scarico in emergenza e trova confortevolmente sul perimetro Robert Horry, che a 6″ dal termine crivella la retina per un nuovo tiro leggendario. Come si fa a lasciare senza marcatura un giocatore del genere proprio nel finale? Per informazioni citofonare a Rasheed Wallace, che in un eccesso agonistico si mette a raddoppiare l’argentino lasciando campo libero al prodotto di Alabama.

Siamo a quota sei titoli. Jordan è raggiunto.

Durante i playoff del 2007 (secondo anello con i neroargento e settimo personale) sale ancora gli onori della cronaca per la celebre ancata ai danni di Steve Nash, forse uno degli episodi che ha girato la serie.

Dispensa una delle consuete triple in un momento cruciale nel turno contro i Denver Nuggets e la solita impagabile leadership a vantaggio di un gruppo collaudato ma ancora relativamente esperto. A partire dal 2007/08 comincia a mostrare segni di insofferenza e i primi lampi di ribellione che Coach Popovich metabolizza con molta fatica. È il suo ultimo anno a tutti gli effetti perché gli Spurs vogliono cambiare pelle e l’aria in spogliatoio è diventata sempre più pesante: sembra il suo destino quello di lasciarsi in malo modo con compagni e franchigia.

Ritirato a vita familiare, solo tre anni dopo deve affrontare la scomparsa della figlia adolescente Ashlyn, nata con una rara disfunzione genetica. Robert dà vita a una fondazione in suo ricordo e progressivamente torna a far notizia, questa volta nei panni di analista/commentatore. Caustico, sfuggente, sempre sul filo della provocazione ma ancora una volta incisivo e capace di regalare quel pizzico di sale che non guasta mai.

Leggendario.

📊 Robert Horry

In copertina: Robert Horry al termine di Gara 4 tra Los Angeles Lakers e Sacramento Kings del 25 Maggio 2002 (John W. McDonough, Sports Illustrated via Getty Images), elaborazione grafica di Francesco Anelli.


💜💛 Lakers Legends


Il racconto, la ricostruzione e l’analisi delle imprese di Bryant. Puntate speciali del podcast dedicate a ripercorrere la storia di Kobe. Tutto, nella sezione destinata a mantenere viva più che mai l’eredità del Black Mamba.

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