Una settimana dopo la firma di LeBron James con i Philadelphia 76ers (leggi i dettagli della firma), nuovi retroscena permettono di osservare la sua scelta da una prospettiva diversa. La città dell’amore fraterno rappresenta il punto d’arrivo, ma non l’origine dell’addio ai Los Angeles Lakers.

Quando il quattro volte MVP ha cominciato a valutare le possibili destinazioni per la ventiquattresima stagione della sua carriera, la decisione di lasciare la California era già stata presa. Secondo Joe Vardon e David Aldridge di The Athletic, James aveva scelto di proseguire altrove prima ancora che i Sixers diventassero la soluzione preferita. Soltanto in un secondo momento ha cercato la squadra capace di offrirgli, a suo giudizio, la migliore possibilità di conquistare il quinto titolo NBA.

Il retroscena più significativo arriva però da Dave McMenamin di ESPN. Persone vicine a LeBron ritenevano che i Lakers fossero pronti a voltare pagina e che non fossero mai stati realmente intenzionati a riportarlo a Los Angeles, nonostante le dichiarazioni pubbliche di Rob Pelinka dopo l’eliminazione dai playoff (leggi le parole del PoBO gialloviola).

Una percezione attribuita all’entourage del giocatore, non una posizione ufficiale della franchigia, ma coerente con la direzione presa dalla franchigia negli ultimi mesi.

🔙 La notte in cui i Lakers hanno scelto Luka Dončić

Secondo Dan Woike di The Athletic, il passaggio decisivo risale alla trade per Luka Dončić. I Lakers conclusero l’operazione senza informare James in anticipo e definirono così una nuova direzione per il presente e il futuro della franchigia.

Woike sintetizza il cambiamento con una distinzione molto efficace: i Lakers erano ancora la squadra per cui LeBron giocava, ma non erano più la sua squadra. Il centro del progetto era diventato Dončić, mentre Austin Reaves aveva assunto responsabilità sempre maggiori accanto alla stella slovena.

L’ex numero 23 losangelino si ritrovò così in una posizione mai sperimentata prima nella sua carriera. Dopo aver saltato tre partite a marzo, tornò in un gruppo che aveva continuato a vincere senza di lui e nel quale era diventato chiaramente la terza opzione offensiva.

Il cambiamento, tuttavia, non provocò una crisi. I Lakers vinsero sei partite consecutive dopo il suo rientro e chiusero il mese con un bilancio di 16-1.

LeBron produsse 19,7 punti, 6,8 rimbalzi e 7,6 assist di media, tirando con oltre il 55% dal campo. «So ancora che cosa sono capace di fare individualmente, ma posso adattarmi a ciò che serve a questa squadra. Ed è l’unica cosa che conta.»

Il rendimento e le vittorie mostrano che James fosse ancora in grado di modificare il proprio gioco attorno a Dončić e Reaves. L’addio non può quindi essere ridotto alla reazione di una superstar incapace di accettare minori possessi o una diversa gerarchia.

Il problema era più profondo: una volta terminata la stagione, LeBron doveva capire se affrontare nuovamente tutti i sacrifici fisici e mentali richiesti dal basket avesse ancora senso all’interno di una squadra ormai costruita attorno a un altro giocatore.

👋🏿 Una separazione reciproca

Woike descrive quella tra James e i Lakers come una separazione fortemente condivisa. Los Angeles aveva scelto Dončić come nuovo riferimento e LeBron cercava il luogo nel quale potesse sentire ancora l’adrenalina della corsa al titolo.

Questa ricostruzione aggiunge equilibrio alla versione proveniente dall’entourage del giocatore. Le persone vicine a James percepivano una franchigia pronta ad andare avanti; allo stesso tempo, LeBron non considerava più i Lakers la destinazione migliore per l’ultimo capitolo della propria carriera.

Non emerge una rottura improvvisa, né un singolo episodio capace di compromettere il rapporto. Piuttosto, le due parti sembrano essere arrivate alla stessa conclusione attraverso percorsi differenti: i Lakers avevano bisogno di iniziare pienamente l’era Dončić, mentre James voleva scegliere un contesto nel quale la fatica necessaria per restare ai massimi livelli potesse essere ripagata dalla possibilità concreta di vincere.

La scelta di non prolungare il contratto di LeBron nella precedente offseason può essere letta retrospettivamente come uno dei primi segnali. Mirjam Swanson del Los Angeles Times, sostiene che la franchigia avesse già mostrato in quel momento di essere pronta a voltare pagina. Si tratta di una valutazione editoriale, non di un retroscena attribuito a fonti interne, ma il mercato successivo ha rafforzato quella lettura.

🔜 I nuovi Lakers dopo LeBron James

I Lakers non hanno provato a sostituire LeBron con un’altra superstar dal peso mediatico paragonabile. Hanno invece investito pesantemente su Walker Kessler, il centro indicato come il tassello necessario per completare la squadra di Dončić e Reaves.

Attorno al nuovo nucleo sono arrivati giocatori più giovani e funzionali come Quentin Grimes, Sandro Mamukelashvili, Collin Sexton, Ziaire Williams e Jaden Hardy, oltre al rookie Cameron Carr. Kevon Looney e Matisse Thybulle hanno aggiunto esperienza, difesa e profondità.

Swanson arriva a sostenere che i Lakers possano essere migliorati anche nell’immediato, nonostante la perdita di uno dei più grandi giocatori della storia. È una tesi che soltanto il campo potrà verificare, ma fotografa il cambio di prospettiva avvenuto a Los Angeles: meno attenzione alla grandezza del nome, maggiore ricerca di compatibilità attorno a Luka.

Kessler, 25 anni, diventa il simbolo di questa trasformazione. LeBron ne compirà 42 durante la prossima stagione. La differenza non riguarda soltanto l’età, ma l’orizzonte temporale scelto dalla franchigia.

I Lakers hanno ceduto capitale futuro importante per assicurarsi un centro capace di proteggere il ferro, controllare i rimbalzi e giocare come bloccante e finalizzatore accanto a Dončić. Un investimento che sarebbe stato difficile conciliare con la volontà di mantenere LeBron al centro del progetto.

👀 LeBron James avrebbe potuto restare a Los Angeles

La separazione dai Lakers non obbligava necessariamente James ad abbandonare la città. McMenamin riporta che gli LA Clippers avrebbero discusso la possibilità di offrirgli un contratto annuale superiore ai 20 milioni di dollari.

Quella soluzione gli avrebbe permesso di restare nella propria abitazione di Brentwood, vicino alla famiglia, e di guadagnare molto più degli 8 milioni complessivi previsti dall’accordo biennale firmato con Philadelphia.

La decisione di rifiutare quella possibilità rende più credibili le motivazioni espresse dal giocatore. LeBron non cercava il contratto più ricco e neppure la scelta logisticamente più semplice. Cercava la squadra nella quale pensava di poter competere davvero per il titolo.

Persino all’interno dello spogliatoio dei Lakers, secondo Woike, molti immaginavano che James avrebbe scelto Golden State. La vicinanza geografica, il rapporto con Stephen Curry e Draymond Green e la possibilità di chiudere un’era insieme ai protagonisti della sua generazione sembravano costruire uno scenario naturale. Ma nemmeno chi gli era stato accanto durante la stagione conosceva realmente le sue intenzioni.

🔄 Philadelphia è stata la conseguenza, non la causa

L’arrivo di Jaylen Brown ha cambiato la posizione dei Sixers. Prima della trade, Philadelphia si considerava una possibilità remota; dopo aver aggiunto l’ex Celtics a Joel Embiid e Tyrese Maxey, ha potuto presentare a James un gruppo che appariva pronto per competere immediatamente.

Maxey ed Embiid hanno partecipato al reclutamento, mentre LeBron ha parlato con Nick Nurse, l’unico allenatore tra quelli delle squadre considerate con cui avrebbe avuto un colloquio diretto. La scelta è comunque rimasta segreta fino alla mattina dell’annuncio: persino i Sixers non sapevano di essere stati preferiti.

Philadelphia ha quindi vinto la corsa finale, ma non ha sottratto LeBron ai Lakers durante una trattativa dell’ultimo momento. Quando i Sixers sono diventati una candidatura concreta, il rapporto con Los Angeles aveva già raggiunto la propria conclusione naturale.

LeBron aveva accettato il passaggio della squadra nelle mani di Dončić e aveva dimostrato di poter contribuire anche in un ruolo ridotto. I Lakers, però, avevano cominciato a costruire un futuro che non dipendeva più da lui. James, a sua volta, voleva scegliere personalmente l’ambiente nel quale affrontare gli ultimi sacrifici della carriera.

La firma con Philadelphia è stata la sua «last decision». L’ultima vera decisione condivisa con i Lakers, invece, era arrivata prima: riconoscere che l’era LeBron fosse ormai terminata.

Phillie Phanatic accoglie LeBron James a Philadelphia durante la gara tra Phillies e Yankees del 24 Luglio 2026 al Citizens Bank Park di Philadelphia. (Credit: Emilee Chinn, Getty Images)
Phillie Phanatic accoglie LeBron James a Philadelphia durante la gara tra Phillies e Yankees del 24 Luglio 2026 al Citizens Bank Park di Philadelphia. (Credit: Emilee Chinn, Getty Images)

📅 Next Game

I Los Angeles Lakers tornano in campo nella notte (4:00 🇮🇹) tra Lunedì 5 e Martedì 6 Ottobre per affrontare i Sacramento Kings al Golden 1 Center.

In copertina: LeBron James durante la gara tra Timberwolves e Lakers del 2 Dicembre 2024 al Target Center di Minneapolis. (Credit: David Berding, Getty Images. Elaborazione grafica di Leonardo Ferrero per LakeShow Italia)


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LeBron James ha superato Kareem Abdul-Jabbar, diventando il miglior realizzatore della storia della NBA. Leggi gli articoli dedicati al record del quattro volte MVP scritti dalla redazione di LakeShow Italia:



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