Ci sono storie che sembrano scritte con largo anticipo e altre che nascono per caso, quasi per ostinazione del destino: quella di Rui Hachimura appartiene alla seconda categoria. Una storia che avrebbe potuto prendere tutt’altra direzione se un ragazzino di Toyama non avesse provato l’ultima, testarda insistenza.

🇯🇵 Rui Hachimura«Il basket? Troppa corsa…»

Prima dei parquet NBA, Hachimura camminava per le strade della sua città con un guantone da baseball. Come raccontato da Taylor Geas, Senior Writer dei Los Angeles Lakers, Rui giocava perché era ciò che ci si aspettava da lui. «Non provavo eccitazione», ricorda riferendosi al ruolo di catcher. Il calcio non funzionò, il karate e l’atletica li abbandonò a causa degli infortuni. Il basket? «Troppa corsa», pensava.

A 13 anni decise di mollare tutto. Nessuno capiva il perché, ma a lui non importava. «La gente andò fuori di testa perché ero molto atletico», sorride oggi. Eppure la sua strada sembrava già chiusa.

Finché non arrivò Okayama Shutaro, compagno di classe e giocatore di basket. La prima volta lo invitò ad allenarsi: risposta negativa. Lo rifece il giorno dopo: ancora no. E quello successivo: sempre no.

Hachimura si irritò, arrivò persino a segnalare la cosa alla professoressa. «Non ce la faccio più, deve smetterla», protestò. Ma Shutaro non si fermò.

Alla fine, Rui cedette: «Vengo una volta e poi mi lasci in pace.»

Non aveva nemmeno le scarpe. Si presentò scalzo, deciso a non giocare. Il coach lo guardò e gli disse: «Vai in difesa». Hachimura indicò i piedi: «Non ho le scarpe.» La risposta fu semplice e risolutiva: «Le ho io per te.»

Entrò in campo, corse senza conoscere le regole, e sentì qualcosa di completamente nuovo: «Per qualche motivo, mi è piaciuto. I ragazzi erano forti, l’allenatore era forte. Mi piaceva l’atmosfera.»

Tornò a casa con la domanda che avrebbe cambiato la sua vita: «E se giocassi a basket?»

La risposta della madre fu immediata quanto decisiva: «Va bene, ti compro le scarpe.»

L'allora 17enne Rui Hachimura insieme al coach Hisao Sato il 6 Dicembre 2015. (Credit: Kyodo via AP Images)
L’allora 17enne Rui Hachimura insieme al coach Hisao Sato il 6 Dicembre 2015. (Credit: Kyodo via AP Images)

🏀 Black Samurai x Los Angeles

Da quel momento tutto cambiò. Nacque l’amore, scoppiò il talento, arrivò la carriera. Quando fu scelto in NBA, decise di soprannominarsi The Black Samurai. Oggi è alla quarta stagione con i Lakers, dove sente di essere spinto ogni giorno a diventare la versione migliore di sé.

Con LeBron James il rapporto è diretto e stimolante: «Ogni anno mi dà obiettivi più grandi. Mi dice sempre: puoi fare meglio di così.»

E negli ultimi mesi si è parlato molto della sua intesa con Luka Dončić. «Possiamo relazionarci su molte cose. Siamo della stessa età, arriviamo da molto lontano, siamo le facce dei nostri Paesi… oltre a Ohtani», sorride Rui.

La loro rivalità più innocua? La sfida a H-O-R-S-E. Alla domanda su chi sia il migliore, Rui ha risposto con un grido disperato: «Oh… perché me lo chiedi?». Una confessione implicita: Luka è un avversario complicatissimo.

In una squadra con tre creatori primari, servono giocatori capaci di incidere senza toccare spesso la palla.
JJ Redick lo ha detto chiaramente: Hachimura è uno di quelli che possono restare in ritmo anche dopo lunghi tratti della gara senza tentare neppure un tiro.

Lo si è visto contro Victor Wembanyama, quando fece «le due giocate più importanti della partita», secondo il coach. Il Musagete dei Gialloviola lo sa e non ha bisogno di aggiungere fronzoli al proprio gioco: «Sto cercando di accettare il mio ruolo. Non sono un ball handler.»

👀 Rui Hachimura: disciplina giapponese, personalità americana

Hachimura si definisce “umile, educato e organizzato”, attributi che riconduce alle sue radici. Ma è anche molto più diretto e deciso di quanto lasci intendere. «Non spreco cinque o dieci minuti. Voglio sempre fare le cose per bene.»

Odia le file, confessa: «O salto la fila o me ne vado.»

Ama Los Angeles, città in cui sognava di vivere sin da quando arrivò negli Stati Uniti a 18 anni. E la sua ispirazione più grande non è né LeBron né Luka: «Il mio cane, Jake», dice senza pensarci.

Rui ride pensando a quanto fosse vicino a una vita completamente diversa — magari come DJ. «La mia storia è folle. Devo scrivere un libro», dice.

E mentre racconta quella giornata in cui entrò in palestra senza scarpe, oggi tutto appare più chiaro. Lo sport che odiava, l’invito che lo infastidiva, la scarpa prestata… hanno portato a quel ragazzo di Toyama molto più lontano di quanto avrebbe mai pensato.

E se servisse un’ultima prova del destino? Basta tornare alla notte di Toronto.

Partita in bilico, palla nelle mani di LeBron James. Potrebbe forzare il tiro e prolungare una streak storica.
Invece no: la passa nell’angolo proprio a Rui Hachimura. Che si alza, lascia partire il pallone e firma il primo buzzer-beater della carriera.

Una storia iniziata scalzo in una palestra di periferia. E che oggi, con scarpe ben allacciate, continua a scriversi sulla sirena.

In copertina: Rui Hachimura durante l’NBA Media Day del 29 Settembre 2025 allo UCLA Health Training Center di El Segundo, California. (Credit: Adam Pantozzi, NBAE via Getty Images, elaborazione grafica di Leonardo Ferrero per LakeShow Italia)


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LeBron James ha superato Kareem Abdul-Jabbar, diventando il miglior realizzatore della storia della NBA. Leggi gli articoli dedicati al record del quattro volte MVP scritti dalla redazione di LakeShow Italia:


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