Quando si parla di Kobe Bryant, il racconto finisce spesso per concentrarsi sulla dinastia costruita accanto all’amico rivale Shaquille O’Neal o sulla celebre Mentality. Nick Van Exel, però, ha avuto il privilegio di conoscere il compianto Black Mamba molto prima che diventasse una superstar.

Ospite di Out The Mud, podcast condotto da Zach Randolph e Tony Allen, l’ex playmaker gialloviola ha ripercorso gli anni trascorsi accanto a un Kobe ancora adolescente, raccontando un giocatore che possedeva già una fiducia quasi incrollabile nei propri mezzi e una determinazione fuori dal comune.

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🔥 «Kobe voleva il posto di Eddie»

Secondo Van Exel, una delle caratteristiche che colpivano maggiormente era la sicurezza con cui Bryant affrontava compagni e avversari nonostante la giovane età. «La cosa incredibile è che Kobe diceva sempre: “Sono il miglior giocatore uno contro uno della lega”. E stiamo parlando di quando aveva diciotto anni.»

Per un rookie appena arrivato nella NBA poteva sembrare arroganza. Per Bryant, invece, era semplicemente il modo in cui vedeva sé stesso.

Nick ha ricordato come gli allenamenti dei Los Angeles Lakers fossero particolarmente intensi proprio per via dell’approccio del giovane compagno. Kobe non sembrava interessato ad aspettare il proprio turno. Voleva competere immediatamente con chiunque gli si trovasse davanti.

Per Van Exel, nonostante la giovane età, Bryant puntava apertamente a rimpiazzare i compagni di squadra che giocavano nel backcourt: «Voleva il posto di Eddie Jones. Voleva il posto di Cedric Ceballos. Voleva il posto di tutti quelli che giocavano in quei ruoli.»

Era la mentalità tipica di un giovane talento convinto di poter già competere con i migliori.

Allo stesso tempo, però, Van Exel ha sottolineato come esistesse una differenza tra il talento individuale e ciò che serve per vincere immediatamente ai massimi livelli.

🏀 Gli airball contro i Jazz

Van Exel è tornato anche alle Western Conference Finals del 1997 contro gli Utah Jazz. Una serie rimasta nella memoria collettiva soprattutto per gli airball del giovane Bryant nei momenti decisivi.

Secondo Nick The Quick, quella esperienza rappresentò una tappa fondamentale nel processo di crescita del futuro Hall of Famer. «Quando dico che non era ancora pronto a vincere un titolo a quell’età, qualcuno si arrabbia. Ma non è una critica. Per vincere un titolo bisogna attraversare un percorso.»

Poi, ha spiegato come Kobe fosse ancora nel pieno del proprio apprendistato cestistico: Le sconfitte, le critiche e gli errori facevano parte di un processo inevitabile.

La differenza, però, stava nel modo in cui reagiva. «Dopo quegli airball tornammo a Los Angeles e lui andò direttamente in palestra a tirare.»

Per Van Exel, è proprio in quel momento che emergeva la vera grandezza di Bryant.

🆙 Nick Van Exel: «Kobe era fuori scala»

Sebbene il focus principale dell’intervista fosse il Kobe Bryant adolescente, Nick Van Exel non ha potuto evitare di tornare su uno degli aspetti che più lo impressionavano.

L’etica del lavoro.

Il nativo di Kenosha ha raccontato di aver condiviso il parquet con campioni come Dirk Nowitzki e Manu Ginobili, due giocatori universalmente riconosciuti per la loro dedizione.

Eppure, secondo lui, il Black Mamba apparteneva a una categoria a parte. «Ho giocato con Manu e Dirk. Sono probabilmente i due giocatori che lavoravano più duramente tra quelli con cui ho giocato, ma Kobe era fuori scala. Gli altri non gli erano nemmeno vicino.»

Van Exel ha ricordato come, dopo gli allenamenti, Bryant continuasse a lavorare contro i lunghi della squadra.

Sean Rooks, Elden Campbell e Corie Blount venivano spesso coinvolti in sessioni supplementari in cui il giovane esterno cercava continuamente nuove soluzioni offensive contro avversari più grandi e fisici.

Un’abitudine che contribuì a costruire il giocatore che il mondo avrebbe imparato a conoscere negli anni successivi.

🐍 La vera Mamba Mentality

Nel finale del suo racconto, Van Exel ha lanciato anche una frecciata ad alcuni giocatori moderni che utilizzano frequentemente il termine Mamba Mentality.

Secondo Nick, troppo spesso ci si concentra sullo slogan dimenticandone il significato. «Ci sono ragazzi che parlano di Mamba Mentality, ma non lavorano in quel modo.»

Per chi ha condiviso lo spogliatoio con Bryant, non era una frase da social network o un semplice motto motivazionale. Era qualcosa che si manifestava ogni giorno.

Molto prima dei cinque titoli NBA, degli MVP e delle celebrazioni che lo avrebbero trasformato in una leggenda globale.

Quando Kobe Bryant aveva appena diciotto anni, era già convinto di poter diventare il migliore. E, come racconta Nick Van Exel, lavorava ogni singolo giorno come se dovesse dimostrarlo al mondo intero.

📅 Next Game

I Los Angeles Lakers tornano in campo nella notte (4:30 🇮🇹) tra Sabato 4 e Domenica 5 Luglio per affrontare i Golden State Warriors al Chase Center di San Francisco.

In copertina: Kobe Bryant durante la gara tra Jazz e Lakers del 10 Maggio 1997 all’allora Great Western Forum di Inglewood, California. (Credit: Andy Hayt, NBAE via Getty Images. Elaborazione grafica di Leonardo Ferrero per LakeShow Italia)


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